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Aggiornato alle 4 minuti di lettura

Il privilegio di non preoccuparsi: gli uomini ragionano secondo un "io", le donne secondo un "noi". Ecco il worry gap

Il privilegio di non preoccuparsi: gli uomini ragionano secondo un io, le donne secondo un noi. Ecco il worry gap
(getty)
Il worry gap è quel meccanismo culturale secondo il quale gli uomini (non tutti, ovvio) sono più portati a ragionare per sè.  Tanto c'è qualcun altro/a che "si preoccupa" di far filare tutto liscio. E poi si chiedono perché restano single. 
di Eugenia Nicolosi

Esiste una cosa che si chiama worry gap, cioè un gap nella "preoccupazione" che divide gli uomini dalle donne e in generale dalle altre identità, persone che - a differenza degli uomini, solitamente etero - si preoccupano del prossimo o dei prossimi. I dati sono intorno a noi, basta osservarli. Che significa preoccuparsi per gli altri? Altri che possono essere partner, figli e figlie, cerchia amicale ristretta? Ragionare secondo un "noi" oppure non farlo, e ragionare secondo un "io", non si riflette solo sulle relazioni ma anche sulla collettività intera.

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Non significa che nessun maschio etero sia capace di preoccuparsi o di avere cura, ma nella maggior parte dei casi, se in casa c'è una donna, quel flusso di pensieri che governa la cura e la preoccupazione appartiene a lei. Perché? Non si sa, ma si intuisce. Il risultato è comunque il regno del worry gap, un'asimmetria silenziosa e sistemica del preoccuparsi, concetto che la scrittrice e analista sociale Laetitia Vitaud ha illuminato con precisione chirurgica: “Le donne si preoccupano di più non perché sono ansiose per natura, ma perché sanno che, se non lo fanno loro, nessun altro lo farà". La domanda vera non è, infatti, perché le donne si preoccupano o hanno questa "capacità di cura": piuttosto c'è da chiedersi perché gli uomini non si preoccupano, perché non hanno cura? Facile pensare alla risposta: perché sanno che c'è qualcun altro che lo fa

Emotional labor: il lavoro "emozionale della cura"

Il preoccuparsi è lavoro. Solo che ancora troppo spesso non lo chiamiamo così. Nel sistema patriarcale, la preoccupazione non è solo una reazione emotiva. È una forma di lavoro cognitivo e relazionale, che resta invisibile, impalpabile, ma fondamentale alla tenuta della vita quotidiana. La sociologa Arlie Hochschild, già negli anni Ottanta, coniava il termine emotional labor per indicare il lavoro emotivo gratuito che le donne svolgono ogni giorno: ascoltare, anticipare bisogni, mediare tensioni, regolare emozioni altrui. Ma il worry gap è qualcosa di ancora più sottile: è il carico mentale dell’anticipazione costante, il pensiero che corre sempre un passo avanti, che si accolla il futuro, i dettagli, le connessioni invisibili. È il tenere tutto in piedi, spesso senza che nessuno se ne accorga, dal cibo ai compleanni, dalla lavatrice alla logistica. Chi sa dove sono i documenti dei figli? Chi tiene a mente le date delle vaccinazioni del cane, delle scadenze del mutuo, degli appuntamenti mondani? Chi scrive i messaggi agli amici, chi compra i regali per Natale, chi lava i vestiti prima di partire per una vacanza? Se in casa c'è una donna lo farà lei.

Il rischio, quando si parla di worry gap, è patologizzare chi si preoccupa delle cose. Ma non è ansia (nella maggior parte dei casi). È vigilanza strutturale sapendo che in casa non c'è una persona parimenti capace di tenere insieme i pezzi, c'è un bambinone che è passato dalle cure della mamma alle cure della partner. E non importa che sappia cucinare o che lo faccia regolarmente (ci mancherebbe), è proprio una differenza nel livello di interesse. Un gap, appunto. Ma questo sapere - intuitivamente - che la cura delle cose e degli altri, della casa e delle emozioni altrui, non confina le donne in una trappola? Il fatto che nessuno abbia mai insegnato a quell'uomo in particolare a preoccuparsi significa che può continuare a galleggiare nel suo infantile egoismo?

Gli uomini non sono egoisti: è che non sanno nemmeno di doverci pensare

Non è egoismo quando un padre di famiglia, con moglie e figli/e in giro per la città o per il mondo, sceglie comunque di staccare il telefono o lasciarlo chissà dove. Non pensa che si possa aver bisogno di lui perché sa che il suo "lavoro" lo sta già facendo. E il suo "lavoro" nella cultura patriarcale del breadwinner, è appunto lavorare. È un fatto culturale. È il frutto di un’educazione sbilenca, che ha insegnato alle donne a sentirsi responsabili di tutto quello che riguarda il prossimo da un punto di vista emotivo, logistico, di cura appunto e agli uomini a concentrarsi solo su ciò che è visibile, monetizzabile, tangibile. La domanda "Hai preso tu l’appuntamento?" come "cosa mangiamo stasera" o "per Natale dove siamo" non nascono nel vuoto ma da un sistema educativo e culturale che ha abituato gli uomini a delegare il pensiero pratico ed emotivo, e le donne a farsene carico in silenzio.

Chiaramente il worry gap non è solo un problema domestico. Ha conseguenze su tutto: sul sonno, sul carico mentale, sulla salute mentale, sul livello di energia che una donna può mettere nella propria carriera, in un progetto creativo, in sé stessa. Chi ha il privilegio di non preoccuparsi ha molta più energia da investire nella propria realizzazione personale, nei propri sogni e desideri. E sì: da questa prospettiva può sembrare egoismo becero.

I maschi sono deresponsabilizzati (e premiati per esserlo)

Nel mondo del worry gap, questa deresponsabilizzazione è una trappola. Per le donne, ovviamente, perché le condanna a reggere tutto. Ma - se gliene importasse qualcosa - lo è anche per gli uomini che restano incapaci di gestire e soprattutto mantenere le relazioni. Non sanno regolare i conflitti, non sanno prendersi cura, non sanno vedere i bisogni invisibili, non capiscono come si ragiona secondo un "noi". E non è un tema di come il ragionare secondo un "io" dei maschi si riflette nelle loro relazioni, è un tema di come si riflette nella collettività. Perché il punto non è solo che non lo fanno. Il punto è che non pensano di doverlo fare. 

Il maschile tradizionale è stato costruito come autonoma sovranità individuale, non come partecipazione comunitaria. Non stupisce, allora, che molti uomini fatichino a concepire la cura come un loro compito: perché la cura richiede di essere disponibili, permeabili, presenti. E la disponibilità è l’opposto del potere.

Come ha scritto la filosofa Carol Gilligan, nelle sue ricerche sulla moralità femminile e maschile, l’etica maschile è spesso centrata sulla giustizia astratta e sulle regole, mentre quella femminile è incentrata sulla responsabilità e sulle relazioni. Non per natura, ma per cultura. Perché le donne imparano presto a pensare in funzione di un “noi”, e gli uomini no.

Uscire dal mito dell’uomo necessario, ma non presente

Il risultato è sotto i nostri occhi ogni giorno: uomini che, anche se amano profondamente le loro partner o i loro figli, non sanno gestire la complessità quotidiana della vita condivisa. Pensano che l’amore sia un sentimento. Non capiscono che l’amore deve atterrare sul piano pratico, concreto e manifestarsi in un cambiamento nella forma con la quale ragionano. Restano a ragionare, sulle cose pratiche, come fossero sempre single; senza prendersi carico, preoccuparsi, ricordare, organizzare, anticipare. sIn fondo, il worry gap è figlio del mito dell’uomo necessario, ma non presente. Necessario perché produce reddito, ma libero di essere assente emotivamente, logisticamente, affettivamente.

Pensare in termini di un “noi” (partner, famiglia, amici, collettività) è un muscolo culturale che va allenato quando non rientra nelle capacità innate della persona singola. E davvero, non per lamentarsi a vanvera, ma è evidente che gli uomini sono stati educati a non allenarlo. Essere presenti significa preoccuparsi, farsi carico e rinunciare al privilegio del disinteresse. La preoccupazione è una responsabilità umana necessaria a ogni tipo di relazione e, come detto, al benessere collettivo.