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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Belli che "non ballano": gli uomini (etero) e l'incapacità di chattare a meno che non sia di sesso

Belli che non ballano: gli uomini (etero) e l'incapacità di chattare a meno che non sia di sesso
(getty)
La solitudine dei maschi etero: nell'incapacità di conversare e chattare i sintomi di un'educazione di genere che li isola dal mondo e da loro stessi.
No, non vanno compatiti: vanno aiutati a liberarsene.
di Eugenia Nicolosi

Abbiamo già parlato della evidente difficoltà dei maschi eterosessuali nel fare conversazione: a meno che l'argomento non sia qualcosa che richiami il loro personale interesse, la maggior parte dei maschi etero è incapace di tenere in piedi una chiacchierata. Vanno costantemente stimolati. Ed è faticosissimo. Lo stesso vale per le chat.

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I maschi etero non sono bravi a chiacchierare nemmeno attraverso messaggi di testo a meno che non si tratti di sesso. E per "sesso" intendiamo sia il classico sexting (e alcuni non sanno fare nemmeno quello) che i primi approcci con una nuova persona con cui vorrebbero fare sesso. E di solito usano le stesse frasi per tutte. Tipo copione. Ma questa incapacità, lamentata da molte donne, ha delle cause? Di certo ha delle implicazioni e le ha per loro, per i maschi etero.

Il fascino dell’uomo che non parla: da Don Draper ai chattomani

Forse un tempo c'era qualcosa di irresistibile nell’archetipo dell’uomo silenzioso, distaccato e misterioso. Un uomo che poteva sembrare profondo perché si differenziava dal "simpatico" e incarnava il fascino del tizio tormentato. Ma c'è un problema: personaggi come questo vanno bene nei film noir anni Cinquanta. Non nella raltà, in cui le risposte monosillabiche su WhatsApp, tempi di risposta eterni e una generale incapacità di fare domande sensate per tenere viva una conversazione sfiancherebbero la più invaghita. C'è una carenza, nell'incapacità di relazionarsi con il prossimo e con "la prossima" in un mondo in cui il dialogo aperto, digitale o meno, è alla base di ogni interazione. 

Il problema è che per decenni gli uomini, oltre che le donne, hanno coltivato il mito dell’uomo che "non balla”. Personaggi come Don Draper (protagonista della serie Mad Men) o i vecchi, silenziosi, James Bond hanno incarnato per anni il modello di uomo a cui aspirare: uno che non ha bisogno di parlare per essere interessante. I loro silenzi, i loro sguardi enigmatici e le frasi lapidarie vengono raccontate come più potenti di qualsiasi discorso o capacità di interagire. Ma questa figura maschile - emotivamente distante perfno da sé stessa e non accessibile - si ritaglia uno spazio di fascino solo neil film e nelle serie in cui le donne sono infantilizzate, psicologicamente indottrinate a non fare domande e prive di interessi extradomestici. Oggi un uomo che non conversa e che non mostra interesse è quanto di meno attraente ci sia. 

Immaginare Don Draper su Tinder (o nei DM di Instagram)

Lei: “Cosa fai stasera?”. Lui: “…” (due ore di attesa) “niente”. E di certo, dentro, ha una galassia di cose a cui pensa. Lei: “Allora, che mi racconti?”. Lui: “…” (due ore di attesa) “Perché non vieni a casa mia?”. Questo tipo di dinamica nella realtà digitale moderna genera frustrazione e alimenta la convinzione che più che indole sia pigrizia, disinteresse e la pessima abitudine maschile a sentirsi "il premio". Nel senso: per generazioni agli uomini etero è stato detto che loro potevano "scegliere" e che le donne avrebbero dovuto essere "grate" di destare il loro interesse, anche se espresso in modo caotico, maldestro e persino violento (tipo attraverso il catcalling). Quindi perché sforzarsi di chiacchierare o chattare e fingere interesse? Quando e se prendono un bel due di picche sono oltretutto capacissimi di rispondere male: "Ma chi ti vuole?". Beh fino a tre secondi fa tu, tesoro

"the agony of texting with men": l'agonia di smessaggiare con gli uomini

Chiaramente l'incapacità di chattare perfino nelle piattaforme nate per la chat non è solo una questione di stile o di educazione personale ma il sintomo di una dinamica molto più diffusa.

L'editoriale The Agony of Texting With Men, pubblicato su The Atlantic parla proprio di questo: molti uomini incontrano serissime difficoltà nel conversare tramite messaggi di testo e questa problematica contribuisce a un dilagante sentimento di solitudine tutto maschile. L'autore è oltretutto un uomo, Matthew Schnipper, e condivide sue esperienze personali citando esperti che analizzano le cause.

Cosa dicono gli esperti?  Che molti uomini, pur essendo socievoli di persona, faticano a rispondere ai messaggi, percependo la necessità di formulare risposte ponderate, il che porta spesso a procrastinazione e ansia da "debito di risposta", che la comunicazione maschile tende a essere "compagnona", cioè tra maschi etero si parla di attività condivise come lo sport o il lavoro, se sono colleghi, nel mentre che si svolgono. La transizione verso la messaggistica come principale forma di interazione può quindi risultare meno naturale per molti uomini.

Gli esperti dicono anche che la difficoltà nel gestire le comunicazioni testuali può impedire la formazione di legami profondi, aumentando il rischio di isolamento sociale tra gli uomini: esprimere emozioni e bisogni in generale, quindi anche attraverso i messaggi, può essere percepito come segno di debolezza, il che scoraggia molti uomini dal comunicare apertamente e rafforza quegli stereotipi di mascolinità che non prevedono la vulnerabilità.

L'editoriale chiude parlando dell'urgenza di un cambiamento culturale. I maschi devono necessariamente rivedere le norme culturali che li riguardano per imparare a comunicare in modo più aperto intanto tra di loro, perché ne va della loro salute mentale, poi anche con le altre identità di genere.

Un nuovo tipo di eroe?

La soluzione non sta nel rinunciare ad avere a che fare con gli uomini etero. Da una parte anche le donne devono smettere di guardare ai maschi pensando "so' ragazzi" e accettarli nel loro essere dolcemente complicati. No: i maschi come categoria umana possono migliorare. E devono essere loro a rendersi conto di tutte le cose che non vanno, che li rendono infelici, soli, frustrati. L’eroe moderno non è più quello che sta in silenzio in un angolo del bar, ma quello che sa come ascoltare, che impara a rispondere, che sa parlare di sé e di ciò che sente anche con i suoi amici. 

Il passaggio dall’uomo silenzioso all’uomo comunicativo è una sfida culturale che potrebbe ovviamente richiedere del tempo. Ma già educando i ragazzi fin dall’infanzia a esprimere emozioni e a vedere il dialogo come una forza e non una debolezza si può immaginare una futura classe di maschi etero migliore. Don Draper, oggi, sarebbe considerato un incapace.