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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Siamo (quasi) tutte ansiose e depresse ad alto funzionamento: colpa della biologia ma, di più, della cultura

Siamo (quasi) tutte ansiose e depresse ad alto funzionamento: colpa della biologia ma, di più, della cultura
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I fattori che condizionano una maggiore inclinazione delle donne a soffrire di ansia e depressione sono biologici ma anche culturali. 
Ed è un tema: non sappiamo nemmeno di essere depresse, abbiamo normalizzato uno stato di perenne "stanchezza" e "infelicità"
di Eugenia Nicolosi

Le donne sono "significativamente" più esposte a disturbi depressivi e d'ansia rispetto agli uomini. In Italia, su oltre 3 milioni di persone affette da depressione, più di 2 milioni sono donne. Questa disparità emerge già dall'adolescenza e persiste lungo tutto l'arco della vita. Eppure, la medicina non ha ancora sviluppato trattamenti adeguati per rispondere a questa realtà. Perché a noi la discriminazione piace, evidentemente. 

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Nonostante questa maggiore vulnerabilità, il sistema sanitario continua a offrirci trattamenti standardizzati, spesso tarati su studi clinici condotti prevalentemente su soggetti maschili e infatti questa non è solo una svista scientifica: è gaslighting medico. È l’ennesima dimostrazione di come il dolore femminile venga sistematicamente minimizzato, medicalizzato quando fa comodo (le pillole per "stare calme" non ci sono mai mancate), ma mai davvero ascoltato. Quando ci lamentiamo di un'ansia persistente, di un senso di esaurimento che ci accompagna da anni, ci sentiamo dire che è "colpa dello stress", che dovremmo "dormire di più", che magari è "solo un periodo". Il risultato? Siamo depresse ad alto funzionamento e nemmeno lo sappiamo.

biologia, psicologia e soprattutto cultura: i motivi per cui siamo più depresse dei maschi

E cosa vuol dire essere depresse ad alto funzionamento? Significa sperimentare una condizione in cui una persona appare efficiente e attiva nella vita quotidiana, ma internamente sperimenta tristezza, stanchezza e un profondo senso di vuoto. Un'esperienza a metà tra l'indossare una maschera per nascondere il proprio disagio agli altri e la sincera mancanza di strumenti per riconoscere il problema. In entrambi i casi la facciata di normalità è assicurata.

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Secondo alcuni studi le donne hanno il doppio delle probabilità degli uomini di sperimentare depressione e ansia: una disparità attribuita a fattori biologici, psicologici e socioculturali. Sul piano biologico, le fluttuazioni ormonali, in particolare durante il parto e la menopausa, aumentano il rischio di depressione. Inoltre, potrebbe esserci una maggiore predisposizione genetica negli organismi femminil a sviluppare il disturbo. A livello psicologico, le donne tendono a rimuginare di più sulle difficoltà, il che può aggravare i sintomi depressivi. Inoltre, il loro maggiore investimento nelle relazioni e nella cura le rende più vulnerabili ai problemi affettivi.

"sei più carina quando sorridi"

Dal punto di vista socioculturale, le donne subiscono una pressione maggiore: oltre al lavoro, la maggior parte delle volte si fanno carico della gestione domestica, dell’educazione dei figli e dell’assistenza ai familiari e affrontano, nel frattempo, un pressante clima sessista che richiede loro una perfomatività massima. Il dato culturale è perfettamente esplicitato dal fatto che a essere più depresse degli uomini sono anche le ragazze e le donne transgender: dove manca il dato biologico arrivano le pressioni sociali su chi si socializza come donna.

Si legge infatti in uno studio che è cosa risaputa che il tasso delle donne in depressione tra le transgender sia più alto rispetto alla popolazione in generale. Infine, le donne cercano un supporto medico più facilmente rispetto agli uomini e quindi ricevono più diagnosi di depressione e ansia. ll che, ed è grave, non significa che nel frattempo siano state avviate delle ricerche per migliorare la qualità dei trattamenti. 

La medicina che non vede e non ascolta

Il problema non riguarda solo la salute mentale, ma il modo in cui il sistema medico nel suo complesso tratta i corpi delle donne. Studi dimostrano che il dolore femminile viene preso molto meno seriamente di quello maschile, spesso ignorato o ridotto a semplice suggestione. Questo porta a diagnosi tardive o errate, con conseguenze drammatiche sulla salute delle pazienti. Un’indagine della Yale School of Medicine rivela che tra l'11e il 40 per cento degli americani soffre di dolore cronico, definito come un dolore persistente per oltre tre mesi nonostante il trattamento. Ma quando si tratta di sviluppare terapie, l'80 per cento degli studi scientifici viene condotto su soggetti maschili, nonostante il 70 per cento delle persone affette da dolore cronico siano donne.

Questa disparità non è solo ingiusta: è pericolosa. Stiamo parlando di patologie come la fibromialgia, l’endometriosi, la sclerosi multipla, il morbo di Crohn e molte altre, condizioni debilitanti che vengono sistematicamente trascurate. Questo pregiudizio medico colpisce ancora più duramente le donne nere, che hanno i tassi di mortalità materna più alti e vengono credute ancora meno quando parlano del loro dolore.

Non è un effetto collaterale del sistema. È il sistema.

Nel frattempo, la società impone alle donne di continuare a funzionare. Nonostante l’ansia, nonostante la depressione, nonostante un corpo che ogni mese può essere un campo di battaglia di dolori inspiegabili e non diagnosticati. La pressione sociale ci impone di normalizzare l’infelicità cronica come se fosse una condizione inevitabile dell’essere donna.

Siamo dovute diventare depresse ad alto funzionamento. Non possiamo permetterci di smettere di funzionare perché la società non ci lascia alternativa. Dobbiamo essere madri impeccabili, lavoratrici instancabili, compagne affettuose, amiche disponibili, lavoratrici performanti più dei colleghi maschi (per essere comunque pagate meno). Quando crolliamo, ci viene chiesto: ma perché non hai chiesto aiuto prima? E quando proviamo a chiederlo, ci rispondono che è tutto normale: siamo esagerate noi. Viene scoperto che siamo più soggette alla depressione, ma nessuno si prende la briga di spiegarsi perché. Ci dicono di prendere farmaci, ma nessuno studia farmaci che funzionino meglio per noi

Serve un cambio di paradigma. Serve che la medicina riconosca che la depressione femminile è un problema specifico con cause, sintomi e bisogni terapeutici distinti. Serve che la società smetta di romanticizzare la resistenza femminile al dolore come fosse una virtù. E anche noi.