Siamo tutte la "ex pazza" di qualcuno perché tutti gli uomini hanno solo ex "pazze"(coincidenze?)
Il problema infatti è un altro.
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Loro non hanno la colpa mai di niente. Se una relazione finisce, stando a quello che raccontano (male) gli uomini, è perché la loro ex era una pazza, un poco picchiatella, impossibile da gestire. E loro, povere vittime di pazzissime ex, cercano affetto altrove: da qualcuna che li "capisca davvero".
È statisticamente improbabile che le ex siano tutte pazze
Cosa si intende per "la mia ex è una pazza": ormai molte donne l'hanno capito che quando un uomo dice quella frase intende dire "sono un caso umano e l'ho mandata ai matti". Molte, ma non tutte e soprattutto non subito. Il punto è che quella frase non si presenta come un’ammissione: non dice sono stato incapace di gestire una relazione, di mantenere un livello di sincerità di base, di comportarmi da essere umano decente, ma si presenta come un racconto già confezionato per risultare credibile.
All’inizio può persino sembrare un momento di vulnerabilità: qualcuno che ha sofferto, che ci ha provato, che se non ha funzionato la colpa non è sua. Ed è lì che funziona, come strategia. È ovvio che col tempo però, per chi ha un minimo di esperienza o attenzione ai pattern, il sottotesto diventa più leggibile: non è tanto una descrizione dell’altra persona, quanto un indizio su come quell'uomo gestisce o perfino crea il conflitto, come ignora la responsabilità e come veicola la narrazione di sé.
Non è automaticamente l’ho fatta impazzire io, ovvio, ma spesso segnala qualcosa di molto vicino: non mi assumo la mia parte. Non serve per forza ribaltare l'asse ("lei pazza" uguale "lui colpevole di tutto"), perché anche quello sarebbe sbagliato, però quando tutte le storie vanno nella stessa direzione (tutte le ex difficili, tutte le relazioni finite per colpa dell’altra) diventa difficile non notare l’assenza sistematica di autocritica.
la vittoria della nuova partner è provvisoria: attenzione alla red flag
Molte donne questa cosa la intercettano, ma spesso dopo, molto dopo: quando tocca a loro impazzire. Perché all’inizio il meccanismo è progettato proprio per evitare che venga messo in discussione: crea alleanza attaverso l'empatia e definisce un nemico comune (la ex), offrendo una posizione sicura da occupare: quella della partner "diversa" ed equilibrata che ogni pick me vorrebbe occupare.
Il problema è che quella posizione è condizionata dal ruolo che si riesce a mantenere. E quando emergono bisogni richieste, cioè quando una relazione diventa reale, il rischio è di scivolare esattamente nella categoria che prima sembrava così distante: la pazza. Dire che la propria ex era "pazza", non clinicamente, ma emotivamente, è una strategia: chi pronuncia si assegna il ruolo del sopravvissuto lucido, del partner normale che ha dovuto gestire l’irrazionalità altrui.
E qui si apre una dinamica centrale: le donne messe contro altre donne. Il racconto della ex pazza non serve solo a proteggere l’immagine di chi parla; serve anche a creare un confronto silenzioso con chi ascolta.
Uomini che innescano competizione tra presente e passato
La nuova partner viene posizionata dentro una competizione che non ha nemmeno scelto: tu sei diversa, tu sei meglio almeno finché resti dentro i confini giusti (fino a che non inizi a rompere anche tu le scatole per il letterale minimo sindacale). È una forma di condizionamento relazionale elegantissimo e psicologicamente violentissimo perché non viene mai esplicitata come regola, ma funziona esattamente come se la regola ci fosse.
Non essere troppo emotiva. Non chiedere troppo. Non reagire come lei. Non diventare pazza.
Il paradosso è che dentro quella categoria "la ex pazza" finisce di tutto: chi aveva banale bisogno di chiarezza, chi chiedeva coerenza, chi sperimentava frustrazione di fronte a comportamenti ambigui, chi pretendeva rispetto.
Emozioni e reazioni che, in un contesto sano, sarebbero segnali legittimi ma che davanti a un manipolatore della realtà diventano prove a carico. E mentre questo schema si ripete, nel mondo, da decenni.
Infatti c’è un’altra costante che ormai ha trasformato la questione in barzelletta: quanto queste narrazioni siano incredibilmente simili tra loro. Stessi toni, stesse parole, stessi archetipi: ogni racconto viene confessato con tono gravissimo come fosse unico, quando in realtà sono tutti uguali, ragazzo dopo ragazzo, aperitivo dopo aperitivo, ex dopo ex. La domanda allora è inevitabile: gli uomini sono convinti che le donne tra loro non si parlino? Che imparino, piuttosto, a interrogarsi sul proprio ruolo dentro le dinamiche relazionali.
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