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Donne, mafia e patriarcato: Michela Murgia aveva ragione

La scrittrice attenta ai diritti delle donne, Michela Murgia, ha paragonato mafia e patriarcato con una celebre frase. 
Ma mafia e patriarcato non solo si somigliano: sono la stessa cosa
di Eugenia Nicolosi

Mafia e patriarcato sono la stessa cosa. Ma partiamo dall'inizio: l'autrice, intellettuale e attivista scomparsa per i diritti delle donne Michela Murgia aveva scritto un post sui suoi canali social in cui paragona i maschi che non si ribellano al patriarcato ai figli dei boss mafiosi: “Nascere maschi in un sistema patriarcale e maschilista è un po’ come essere figli maschi di un boss mafioso. Non sai nemmeno cosa sia la mafia, ma da quel momento tutto quello che mangerai, berrai, vestirai verrà dall’attività mafiosa”. Ed è più vero che mai: nell'anniversario delle stragi del 1992 a Capaci (23 maggio) e in via D'Amelio (19 luglio) vogliamo portare la questione alla ribalta. 

Ascolto, riparo e supporto: come funziona un centro antiviolenza

pregiudizi sulle donne nella mafia

Negli ultimi anni si è parlato tantissimo del ruolo delle donne nelle mafia e nella criminalità anche grazie a prodotti "pop" come serie Tv che hanno sbancato (Gomorra, una su tutte). Ma avevamo iniziato da prima: capolavori come Scarface, il Padrino o C'era una volta in America ci hanno insegnato che essere una donna nei sistemi mafiosi è un ruolo privilegiato. E infatti meno di un anno fa abbiamo visto espoldere il fenomeno estetico delle Mob Wives: lo traduciamo come "mogli di mafia". Ricchezza ostentata, potere, accessori di moda inarrivabili e soprattutto un problema di romanticizzzazione del fenomeno mafioso e della realtà. Infatti dietro le pellicce e le borse firmate, c'è la segregazione di genere, la gerarchia che mette i maschi al primo posto e il lavoro di cura: le organizzazioni criminali replicano le stesse dinamiche sessiste e patriarcali che vediamo altrove. Le donne coinvolte nella criminalità organizzata spesso vivono una vita segnata da difficoltà, povertà e una costante lotta per la sopravvivenza. In genere non amano il lusso, anzi. Le loro vite sono piene di incertezze e violenza.

L’attrattiva e la banalizzazione della criminalità organizzata su piattaforme social descrive lo stile di vita mafioso come affascinante e desiderabile, finendo per normalizzare la violenza e dare vita a una falsa rappresentazione. Ovviamente infine compromette la comprensione della gravità del fenomeno mafioso. 

Michelle Pfeiffer in Scarface
Michelle Pfeiffer in "Scarface"  (instagram)

Operando secondo una struttura familiare rigida e gerarchica, la mafia è stata storicamente ed è ancora dominata dagli uomini. A oggi solo il 2,5 per cento degli imputati per associazione a delinquere di stampo mafiodo sono donne, il che ci dimostra che le donne sono ancora "segregate" rispetto ai ruoli oppure che come società civile abbiamo ancora fortissimi pregiudizi di genere. Le donne nella criminalità organizzata - come altrove - sono a lungo state il simbolo della famiglia: mogli e madri con il compito di insegnare e far rispettare ai figli e alle figlie i "valori" mafiosi e quindi allevare, con il loro prezioso lavoro di cura, i futuri leader e le future ancelle dei leader. Insomma il loro lavoro è "riproduttivo", atto a conservare l'ordine sociale. La mafia infatti si basa sul concetto di "famiglia", proprio come il patriarcato. E il ruolo delle donne nella famiglia è fondamentale. 

Ma per comprendere la segregazione basti pensare all'ammissione nei clan: come abbiamo visto molte volte nei film o come abbiamo letto sulle cronache e nei libri, per "entrare" nella mafia bisogna partecipare a dei rituali formali. Ecco: a riprova della segregazione di genere basti sapere che le donne sono ufficialmente escluse da questi spazi. Ciò significa che ufficialmente le donne non sono affiliate? Significa che le donne "entrano" dalla finestra, diciamo, grazie a dei legami di sangue o affettivi? Usano una corsia alternativa e diventano mafiose in quanto mogli o figlie di mafiosi? Hanno scelta? Spendono i soldi senza sapere da dove vengono?

Elizabeth McGovern e Robert-De-Niro in C'era una volta in America
Elizabeth McGovern e Robert-De-Niro in "C'era una volta in America"  (instagram)

Comunque sia, i pregiudizi di genere hanno impedito alle forze dell'ordine e alle procure di indagare sulle donne per decenni. La convinzione era che le donne non potessero assumersi la responsabilità delle proprie azioni criminali e infatti dai dati del Ministero dell'Interno vediamo una sola donna arrestata per associazione a delinquere fino al 1989 (poi altre furono incriminate nel 1995). Ma solo nel 1999 la Corte di Cassazione stabilisce che una donna puà essere imputata per reati di mafia. Fino a quel momento, anche se le donne coinvolte nella mafia venivano processate, venivano generalmente assolte.

A volte veniva riconosciuto e anche legalmente provato che fossero consapevoli e coinvolte in gruppi mafiosi ma di solito venivano giudicate “non colpevoli” perché erano solo mogli, madri o sorelle di mafiosi. Le donne non erano considerate direttamente responsabili dei crimini perché percepite dalla magistratura, dalla polizia ma anche dalla società civile in generale come "incapaci di commettere crimini o di avere intenti criminali" a causa del loro genere

Fino ai primi anni Novanta era “normale” e frequente che una donna coinvolta in reati di tipo “mafioso” venisse assolta. Ciò ha consentito loro di farla franca. Gli anni Novanta hanno dato inizio a un cambiamento: dall’idea che non ci fossero propriamente donne nella mafia al riconoscimento del loro ruolo, soprattutto in sostituzione dell'uomo a cui sono legate quando questi viene ucciso o arrestato. Intanto perché sono a conoscenza di molte informazioni e poi perchè possono fare visita all'uomo in prigione senza destare troppi sospetti e portare all'esterno la sua parola. Ancora stereotipi.

mafia e patriarcato sono la stessa cosa

Il cambiamento sociale iniziato con la rivoluzione dei sessi ha visto sottili cambiamenti anche nella mafia: le donne sono state in grado di assumere ruoli di leadership più attivi per colmare il vuoto di potere. E ancora oggi una donna "boss" è assai rara, la leadership femminile è dovuta principalmente alla mancanza di uomini che pare continuino a comandare dall'interno delle prigioni tramite la voce della donna che li va a trovare e ne fa le veci all'esterno. Ma è anche vero che le attività criminali della mafia si sono sviluppate, dando alle donne la possibilità di partecipare a ruoli di più in pratiche meno importanti, come l'estorsione o la contabilità. 

Uno studio scientifico che ha esaminato i ruoli di leadership delle donne nella camorra napoletana nel periodo 2000 2014 sostiene che, nonostante le posizioni di alto rango delle donne all’interno dei clan mafiosi, il loro sviluppo professionale è meglio spiegato non come un segno di “emancipazione femminile” ma piuttosto come sfruttamento funzionale da parte del clan quando le risorse sono limitate in tempi di crisi. Quindi le donne della Camorra sono una sorta di “esercito di riserva". Subalterne, appunto.

Giulia Michelini in Rosy Abbate
Giulia Michelini in "Rosy Abbate"  (instagram)
Secondo i dati del Ministero dell'Interno tra il 1994 e il 1995 il numero delle donne perseguite per detenzione di sostanze stupefacenti o traffico di stupefacenti è passato da 37 a 422 e nello stesso periodo quelli per usura illecita salgono da 119 a 421.

La studiosa Ombretta Ingrascì identifica ragioni specifiche per questo aumento di donne coinvolte. La prima è appunto il maggiore impegno della magistratura e delle forze dell’ordine nel perseguire le mafie. Ciò ha condotto ad arresti e ha creato un vuoto di leadership. Alcune donne – almeno quelle legate ai boss in carcere o latitanti – hanno avuto l’opportunità di entrare nella catena di comando e diventare influenti. Seconda ragione, lo sviluppo delle attività mafiose ha spinto, per necessità, alla ricerca di una maggiore “forza lavoro” e i membri di sangue vengono tendenzialmente privilegiati. Terza: alcune organizzazioni criminali si sono evolute nel tempo sviluppando una dimensione più imprenditoriale che richiedeva competenze economiche e di rete. Dal momento che le donne sono statisticamente (o culturalmente?) più inclini a non commettere crimini che comportano l’uso della violenza (ciao patriarcato!), hanno trovato spazio in questi “nuovi” settori di attività criminale.

le donne escluse dai rituali

Il ruolo che le donne svolgono nelle mafie dipende anche dalla storia delle diverse mafie: la mafia siciliana e la Ndrangheta calabrese hanno molte somiglianze, per esempio. Sono entrambe organizzazioni originariamente rurali con un codice d'onore e delle regole interne basate su valori tradizionali e legami di sangue e poi sono profondamente gerarchiche. L'obiettivo delle organizzazioni criminali è sempre il profitto - ovvio - ma, più importante è forse il potere esercitato in un determinato territorio, su chi lo abita, sull’economia e sui processi politici.

Eppure secondo alcuni studi la netta divisione dei ruoli o la segregazione di genere non esiste in Camorra. Negli ultimi anni, le donne camorriste si sono impegnate in sanguinose faide e vendette (omicidi per vendetta) sia contro rivali che contro traditori del proprio clan. Quindi agiscono e si comportano proprio "come gli uomini", arrivando anche a dominare i propri clan tramite aggressività e minacce, senza esitare a ricorrere all'uso delle armi o all'omicidio. 

Ma gli stereotipi hanno influenzato i giudici italiani per decenni e hanno alimentato la narrazione delle donne mafiose come soggetti passivi dominati dai loro uomini e rafforzato l’idea che le donne non potessero prendere decisioni indipendenti (né essere violente). Oggi abbiamo due scuole di pensiero: la prima sostiene che le donne sono pienamente coinvolte nelle “mafie esclusivamente maschili” ma in modi sottili.

Michelle Pfeiffer in Scarface
Michelle Pfeiffer in "Scarface"  (instagram)

Si tratta prevalentemente di un approccio culturale. Renate Siebert ha analizzato le mafie attraverso la prospettiva di genere e sostiene che “la mafia è una società segreta che per definizione esclude le donne” dove “l’esclusione delle donne sembra un elemento fondamentale nella coesione del gruppo”. E anche se formalmente le donne sono escluse pure dai rituali di affiliazione sono di fatto “centrali nello spiegamento del potere della mafia a livello locale in termini di continuazione del dominio, controllo e amministrazione”. In altre parole, le donne mafiose vivono una duplice esistenza: da un lato ignorate e adorate, e dall'altro un sistema di supporto stabile, utilizzato sistematicamente e funzionalmente dagli uomini per le attività quotidiane del clan.

La seconda scuola di pensiero è quella che analizza le norme di genere nelle mafie e si chiede se le donne possano essere coinvolte in tali attività se non ne sono membri ufficiali. Valeria Pizzini-Gambetta ha messo in dubbio il ruolo delle donne nella mafia siciliana e suggerisce che, sebbene possano esserci stati cambiamenti nella società, nella cultura e nel sistema legale, le donne non sono ancora coinvolte nelle attività della mafia. Lo chiarisce quando sostiene che “piuttosto che un sistema politico, Cosa Nostra è un'organizzazione e le persone ne diventano membri. Quindi, per uscire, bisogna prima entrare e, come ogni evidenza dimostra, nessuna donna è ancora entrata nella mafia". 

le donne leader diventano "uomini d'onore"

In effetti, abbiamo prove crescenti del coinvolgimento delle donne nella criminalità organizzata e del fatto che assumono eccome ruoli di leadership. Solo che vengono chiamate "boss" o comunque "uomini d'onore". Maria Angela Di Trapani è stata arrestata nel 2017 ma aveva assunto la gestione della famiglia nel quartiere Resuttana di Palermo mentre il marito, Salvatore Madonia, era in carcere. Ha mantenuto "vivo" il clan senza intoppi distribuendo gli stipendi e pagando anche gli avvocati ma è stata anche coinvolta in estorsioni e altri crimini. È stata definita dai testimoni di giustizia “un vero uomo d'onore”.