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Le imprenditrici italiane crescono, ma il 76% denuncia ancora stereotipi e discriminazioni

Le imprenditrici italiane crescono, ma il 76% denuncia ancora stereotipi e discriminazioni
Una nuova indagine sottolinea un paradosso: l’imprenditoria femminile in Italia aumenta, e con essa le competenze finanziarie delle donne. Eppure i pregiudizi di genere non cambiano.
di Giulia Mattioli

Le donne che fanno impresa in Italia hanno oggi più competenze finanziarie, una maggiore propensione all’innovazione e una visione sempre più orientata alla crescita. Eppure, quando si tratta di essere riconosciute come leader, il percorso resta in salita: è il paradosso che emerge da una nuova indagine realizzata da GammaDonna insieme a wamo, fintech europea dedicata alle piccole e medie imprese, che ha coinvolto 223 imprenditrici italiane. Da una parte ci sono numeri che raccontano un’imprenditoria femminile in evoluzione: più preparata, più consapevole e più pronta ad affrontare le sfide del mercato. Dall’altra, persistono stereotipi difficili da scardinare, che continuano a influenzare il modo in cui le donne vengono percepite nel mondo del lavoro.

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Il dato più eloquente dell'indagine riguarda proprio i pregiudizi: il 76% delle imprenditrici intervistate dichiara di aver percepito stereotipi o atteggiamenti discriminatori nel corso della propria attività. Si tratta di un’esperienza comune e condivisa, che emerge nei rapporti quotidiani con clienti, fornitori, investitori e istituzioni.

C’è poi un aspetto che racconta bene quanto certi automatismi culturali siano ancora radicati: quasi una donna su due afferma di non essere riconosciuta immediatamente come la titolare o la responsabile dell’azienda che guida. In altre parole, nell’immaginario collettivo la figura della leadership continua spesso ad avere un volto maschile. Un pregiudizio che pesa particolarmente in settori considerati strategici e innovativi, dove ci si aspetterebbe una maggiore apertura mentale.

Più competenze, stessi cliché

La ricerca mette in luce un cambiamento importante: molte delle 'fragilità' storicamente attribuite all’imprenditoria femminile si stanno riducendo. Le imprenditrici mostrano oggi una crescente familiarità con business plan, pianificazione economica, controllo di gestione, raccolta di capitali e strategie di sviluppo. In altre parole, aumenta quella cultura finanziaria che per anni è stata indicata come uno dei principali ostacoli alla crescita delle imprese guidate da donne.

Eppure, il miglioramento delle competenze non sembra tradursi automaticamente in un maggiore riconoscimento. Il problema, suggerisce l’indagine, riguarda il modo in cui le donne vengono percepite. Come accennato, è proprio nei contesti più innovativi che le difficoltà emergono con maggiore evidenza: il mondo delle startup e del venture capital resta ancora fortemente caratterizzato da reti relazionali e modelli culturali prevalentemente maschili. Molte founder raccontano di sentirsi costrette a dimostrare continuamente competenze e autorevolezza che nei colleghi uomini vengono date per scontate.

Oltre la metà segnala di aver incontrato pregiudizi nei rapporti con investitori e finanziatori, mentre più di una su tre ritiene di essere stata considerata meno competente o autorevole semplicemente per il proprio genere.

Il peso della doppia giornata

Le imprenditrici si trovano ad affrontare diverse sfide, come l’accesso ai capitali. Tra le difficoltà più citate emergono anche la burocrazia, la gestione quotidiana dell’attività e la ricerca di personale qualificato. Per il 59% delle intervistate, attrarre e trattenere talenti rappresenta uno degli ostacoli più complessi per la crescita dell’impresa. Ma a questi ostacoli, che potrebbero incontrare anche gli imprenditori, si aggiunge un tema che continua a incidere in modo significativo solo sui percorsi professionali femminili: la conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari. Quasi una donna su tre afferma che la maternità ha comportato una riduzione, temporanea o permanente, della propria attività lavorativa. Non sorprende quindi che il 45% delle imprenditrici ammetta di aver pensato almeno una volta di chiudere o interrompere la propria attività a causa delle difficoltà nel bilanciare impresa e vita privata.

Eppure, dalla ricerca emerge anche un altro dato: la resilienza. Nonostante gli ostacoli, molte delle donne coinvolte nell’indagine dichiarano di non aver mai preso seriamente in considerazione l’idea di abbandonare il proprio progetto imprenditoriale. La fotografia scattata da GammaDonna e wamo racconta infatti un’imprenditoria femminile sempre più competente, preparata e orientata all’innovazione. A essere rimasto indietro, semmai, è il cambiamento culturale.

Il paradosso è che nonostante risultati, competenze e capacità sempre più evidenti, le imprenditrici continuino a dover conquistare una credibilità che ai colleghi uomini viene riconosciuta automaticamente. E finché questo squilibrio resterà, il tema non riguarderà soltanto la parità di genere, ma la capacità del sistema economico di valorizzare davvero tutto il talento disponibile.