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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Ricordate quando si poteva parlare di cibo senza il rischio di trigger?

Ricordate quando si poteva parlare di cibo senza il rischio di trigger?

Mentre l'industria della dieta prospera, le persone si triggerano parlando di cibo. E questo al netto dell'immensa questione politica e ambientale legata alla filosofia veg.
Forse occorre parlare di una cultura del consenso anche relativa ai discorsi sul cibo.

di Eugenia Nicolosi

Già la difficoltà di scegliere una immagine per questo articolo è sintomatica dei tempi che corrono. I trigger relativi alle conversazioni sul cibo o sulla dieta, o ancora sui corpi, sono sempre più frequenti e diffusi: chiunque può essere triggerato/a davanti all'immagine di una bistecca o come in questo caso di un'aragosta e chiunque può esserlo ascoltando racconti sulla dieta.

La prima macelleria vegetariana in Italia: di che si tratta?

Il problema di ogni conversazione legata al cibo e ai corpi è la cultura del "trigger facile" o la diet culture? Lo è la mancanza di attenzione per le scelte altrui o la troppa attenzione per le scelte altrui?

Vero è che le aspettative di una qualsiasi comunità - in questo caso mettiamo, vegana - sono esageratamente alte rispetto alle conversazioni che possono avere con persone che non hanno mai conosciuto qualcuno che conosce la materia e non sa come parlarne. E ancora: si può dire di qualcuno che è "grasso"? Le chiacchiere da circolo, tra attivisti/e e persone che politicamente affrontano la questione raramente raggiungono il resto del mondo. Ecco, questo scontro tra aspettative e realtà spesso causa il trigger. 

la paura di triggerare, la paura di essere triggerat*

Intanto, cosa significa "trigger": sentirsi triggerate significa provare una forte reazione emotiva negativa a causa di un fattore esterno scatenante. Può essere di paura, di shock, di rabbia o di preoccupazione e dolore.

Parlare di tagli di carne, di come la si cucina e della macelleria che si frequenta può triggerare la persona vegetariana che è nella nostra stessa stanza. Parlare dei benefici del vegetarianesimo o del veganesimo e dell'esigenza di abbracciare una di queste filosofie di vita può triggerare la persona onnivora. Per essere ancora più chiare: il trigger può investire chi, considerando lo zucchero il più velenoso degli alimenti, vede qualcuno usarlo e pure la persona che lo usa quando si sente dire che è velenoso. Parlare di quanto ci si sente "grasse" nonostante non si abbia un corpo grasso può triggerare la persona grassa che è nella nostra stessa stanza. Ma d'altro canto può essere triggerante non poter parlare liberamente del fatto che ci si sente fuori forma o addirittura grasse solo perché nella stanza c'è qualcuno che è più grasso. Il trigger non è necessariamente unilaterale, anzi.

Il problema delle conversazioni attorno al cibo e ai corpi è che afferiscono alla sfera intima e personale, si legano a traumi, a disturbi di natura mentale, all'autostima. Qualunque discorso sulla dieta (e quindi sulla limitazione) o sul corpo è quindi potenzialmente tossico per qualcuno e quindi potenzialmente triggerante. In sostanza non si può dire più niente senza correre il rischio di triggerare o sentirsi triggerate. 

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Una conversazione sull'alimentazione, che includa dettagli sulla limitazione di calorie o sulla decisione di non mangiare carne, fa per forza emergere prima o dopo le convinzioni personali e il proprio background culturale, fatto di miti, stereotipi e ambizioni indotte da marketing, società e social. E il trigger è dietro l'angolo anche se non si parla direttamente di alimentazione o dieta. Dire "Vorrei ordinare il dessert ma già ho preso la pizza" significa di fatto esprimere un giudizio sull'inaccettabilità sia di se stessi che di specifici tipi di corpi.

Ecco il punto: qualsiasi discorso, anzi, qualsiasi frase sul cibo rimanda alla diet culture, alla scelta politica di mangiare o non mangiare prodotti di derivazione animale, alla grassofobia. Nessuna frase sul cibo è innocua

se le "mie" incertezze e scelte triggerano "te"

Quando si parla di cibo e di percezione della propria immagine corporea, molte di noi sono abituate a esternare apertamente le proprie insicurezze e incertezze. I discorsi sulla dieta e quelli negativi sul corpo sono diventati i pilastri delle nostre interazioni

Lo facciamo perché molte di noi provano un'insoddisfazione più o meno latente e più o meno persistente per il proprio corpo a causa dell'esposizione a un flusso costante di messaggi da parte di aziende e influencer che traggono profitto dalla sensazione di inadeguatezza estetica che prova la quasi totalità della popolazione.

Mentre l'industria della dieta prospera, le persone si perdono in diatribe, ansia, perdita di autostima e soprattutto trigger. E questo al netto dell'immensa questione politica e ambientale legata al vegetarianesimo o al veganesimo che, se possibile, addolora e triggera ancora di più. 

Forse occorre parlare di una cultura del consenso anche relativa ai discorsi sul cibo. Chiunque ha il diritto di scegliere come interagire con chi c'è attorno, soprattutto quando un'interazione potrebbe essere dolorosa o dannosa: allora forse basta far presente che alcune cose dette - o viste - possono causare del dolore o, alle brutte, prepararsi ad abbandonare la conversazione. Parallelamente, non c'è bisogno di dire che si vive in una società e la società è composta da persone con strumenti diversi e sensibilità diverse: quindi chi è soggetto/a al trigger - non al disappunto gestibile - potrebbe avviare un percorso terapeutico per proprio bene e cercare di limitare il dolore, l'ansia e la paura.