Il mito della bellezza in ufficio: bisogna essere belle (e magre) per fare carriera? (Spoiler: sì)
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Il mito della bellezza non riguarda soltanto "gli effetti psicologici del continuo autovalutarsi, sorvegliarsi o conformarsi a un modello, ma più in profondità quanto queste azioni sottraggono alle donne le energie – già di per sé razionate – dell’abitare lo spazio pubblico”, scrive Naomi Wolf nel saggio Il mito della bellezza (curato nella nuova edizione, Tlon, da Maura Gancitano e Jennifer Guerra).
Un saggio in cui la relazione tra successo e aspetto esteriore (anzi, e “conformità”) viene approfondita partendo dal fatto che uomini e donne non hanno “pari dignità nell’interazione”.
Wolf ci offre molti esempi di come questa dignità sia sempre ineguale tra uomini e donne e di come l’aspetto fisico sia un agente discriminante: non si può stare sullo stesso piano se in ogni ambito pubblico il nostro apparire viene prima di qualsiasi altra qualità, specialmente nel mondo del lavoro.
Ancora oggi il successo delle donne viene raccontato in termini puramente estetici, che facciano le indossatrici o le astronaute.
Una ricerca del 2016 ha dimostrato che anche un lieve aumento di peso può avere un enorme impatto sull'occupabilità, soprattutto per le donne.
Le donne sembrano soffrire di più, nel mercato del lavoro, rispetto agli uomini quando sono evidentemente sovrappeso o non conformi e allo stesso modo, anche essere sottopeso può apparentemente migliorare le possibilità di successo a un colloquio di lavoro, in particolare se si è una donna.
E sono risultati allarmanti oltre che un riflesso degli standard irrealistici di bellezza che molte donne (e in misura nettamente minore gli uomini) devono affrontare (ancora oggi).
Il sovrappeso, si legge sulla ricerca "rappresenta un ostacolo significativo all'occupabilità", soprattutto per le donne.
E i ricercatori hanno confermato anche che le candidate in sovrappeso hanno molte meno probabilità di ottenere una promozione: è a causa delle percezioni negative basate sugli stereotipi, che sono rafforzati dalle rappresentazioni mediatiche della donna (o ancora, in misura minore, uomo) "ideale" e che ne propongono un modello irrealisticamente magro.
Ma non è solo questione di forme, il tema dell'aspetto esteriore legato alla carriera per le donne ruota attorno ad abbigliamento, trucco, scarpe.
E la pressione che oggi sentiamo origina da un passato remoto, a quando le donne nemmeno lavoravano.
Sempre Naomi Wolf infatti scrive che “Poiché gli uomini hanno usato la bellezza delle donne come una forma di valuta in circolazione nel mondo maschile, le idee sulla bellezza si sono evolute a partire dalla Rivoluzione industriale contemporaneamente alle idee sul denaro, tanto che i due concetti sono diventati di fatto paralleli nella nostra economia consumistica: È uno schianto di donna, è una bellezza di prim’ordine, la sua faccia vale una fortuna.
Nel mercato dei matrimoni borghesi dell’ultimo secolo, le donne hanno imparato a considerare la loro bellezza come parte di questa economia".
E c'è anche la questione dell'abito da lavoro: “Legalmente le donne non hanno niente da indossare”, recita ancora il saggio.
La sociologa Deborah L. Sheppard, in The Sexuality of Organization, dichiara che le regole informali e le direttive su quello che è considerato un aspetto appropriato cambiano in continuazione e da posto di lavoro a posto di lavoro.
Il che spiega l’incessante comparsa di libri e riviste che spiegano alle donne che aspetto devono avere e come devono comportarsi sul lavoro e in questo quadro sono emersi due concetti che tutte abbiamo sentito almeno una volta pronunciare uno in fila all'altro: "femminile" e "pratico".
Le donne ritengono che loro stesse e le altre siano tenute ad affrontare l’esperienza schizofrenica di essere “femminili” e “pratiche” allo stesso tempo, mentre gli uomini non devono sottostare alla stessa contraddizione.
Pratico e allo stesso tempo femminile è il modo in cui viene descritto l’abbigliamento venduto per corrispondenza e destinato alle donne che lavorano ma i termini “pratico” e “femminile” vengono usati per manipolarsi a vicenda, oltre che per manipolare la donna incastrata nel mezzo.
Le donne avvertono di essere costantemente vulnerabili a imprevedibili violazioni dell’equilibrio tra la femminilità e la praticità.
Infatti: la sfera dell’aspetto fisico sembra essere quella in cui le donne sentono di poter esercitare con maggiore facilità un certo controllo sul modo in cui il prossimo reagisce nei loro confronti e sentono anche di aver bisogno, in generale, di assumersi la responsabilità per aver scatenato eventuali violazioni.
Le donne quindi si incolpano di scatenare delle “violazioni”.
Ma quali sono queste violazioni?
Ovvio, le molestie (in questo caso sul lavoro): le donne molestate si sentono colpevoli perché temono di aver provocato dei commenti sul loro abbigliamento. La colpa è loro, si sono vestite in maniera non appropriata.
E così le donne si vestono per essere pratiche e femminili, camminando su questa linea mobile (e immaginaria) e chiaramente falliscono: il 66-88% di chi subisce molestie se ne assume la colpa adducendo allo scarso controllo sul proprio aspetto esteriore.
Ma le donne sono in grado di dire che cosa intendono attraverso il loro aspetto esteriore? No.
Il codice d'abbigliamento femminile è parlato con un linguaggio inventato dagli uomini che le donne cercano di decifrare ma che non capiscono.
Se sul posto di lavoro le donne non subissero pressioni legate all’aspetto (da cui sono esenti gli impeccabili rappresentanti del sesso maschile) si limiterebbe il piacere legato al posto di lavoro e anche il campo ben coltivato della discriminazione.
Poiché l’aspetto femminile viene usato per giustificare le molestie sessuali e anche il licenziamento, quanto viene espresso dall’abbigliamento femminile è costantemente frainteso.
È difficile per le donne emulare l’uniforme maschile e il fatto che gli uomini portino una divisa nei posti dove le donne non la indossano ha semplicemente significato che le donne si assumono totalmente le penalità oltre ai piaceri del fascino fisico nei posti di lavoro e possono legalmente essere punite o promosse, insultate e perfino violentate.
Le donne d'altro canto non osano abbandonare i “vantaggi” che concede questa disuguaglianza nell’abbigliamento. La gente indossa volontariamente un’uniforme solo quando ha fiducia in un’equa ricompensa da parte del sistema (che non c'è ancora).
E infatti la gente non è disposta a rinunciare alla protezione della “bellezza” fino a quando non sarà sicura che il sistema delle ricompense eque funzioni.
E che dire della diffusa opinione secondo la quale le donne si servono della loro “bellezza” per fare carriera?
La sociologa Barbara A. Gutek, dimostra che esistono poche prove che le donne usino anche solo occasionalmente la loro sessualità per ottenere una qualche ricompensa in ambito lavorativo.
Sono gli uomini, secondo le sue ricerche, che si servono della loro sessualità per fare carriera: «Una cospicua minoranza di uomini dice di vestire in maniera seducente sul lavoro», contro una donna su 800 che ha dichiarato di essersi servita del proprio aspetto per fare carriera.
Da un’altra indagine è risultato che il 35% degli uomini, contro solamente il 15% delle donne, ha affermato di usare il loro aspetto fisico per ottenere riconoscimenti sul posto di lavoro.
Uno studio commissionato dalla China General Social Survey (CGSS) osserva che la forma del corpo è importante per i risultati sul lavoro.
La forma del corpo influisce in modo significativo sulle opportunità di lavoro degli individui e questo effetto differisce in base al sesso e all'interno della gerarchia occupazionale.
Le donne affrontano sia gli effetti della penalizzazione sia della magrezza eccessiva che dell'obesità, per esempio: le donne magre, quelle con peso corporeo normale o inferiore alla norma ma non eccessivamente inferiore, hanno maggiori probabilità di ottenere contratti di lavoro a lungo termine mentre si osserva il contrario per le persone in sovrappeso.
E il rapporto tra la forma del corpo delle donne e le opportunità di lavoro varia anche a seconda dell'occupazione. La penalità per l'obesità è più pronunciata nelle occupazioni con un Indice Socio-Economico Internazionale (ISEI) più alto, mentre la magrezza viene punita in modo più evidente nelle occupazioni a basso ISEI e premiata altrove.
I risultati suggeriscono che il mercato del lavoro è ancora molto esigente rispetto all'aspetto delle donne mentre è relativamente tollerante nei confronti degli uomini. Ma lo sapevamo già.
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