Un’abilità da non perdere: perché è necessario coltivare la proattività
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La trovi nelle offerte di lavoro, viene richiesta nei colloqui, la si menziona nelle valutazioni annuali, ma spesso viene usata come se fosse una qualità un po’ vaga, difficile da afferrare davvero. In realtà, la proattività è una delle competenze più concrete e osservabili quando si parla di professionalità, perché riguarda il modo in cui una persona si muove dentro il proprio lavoro, quanto riesce ad anticipare, proporre, attivarsi senza aspettare sempre istruzioni.
La proattività oggi è una delle soft skills più richieste: non è un caso che il Future of Jobs Report del World Economic Forum indichi da anni le “self-management skills”, tra cui iniziativa, resilienza e pensiero attivo, come centrali nel mercato del lavoro in evoluzione. Anche diverse analisi di human resources internazionali e piattaforme di recruiting come Indeed sottolineano come la proattività sia sempre più associata a performance elevate, crescita professionale e capacità di adattamento. Perché in un contesto in cui le attività sono sempre più automatizzate o standardizzate, la differenza la fa chi non si limita a eseguire. Ma cosa significa davvero essere proattivi, al di là delle definizioni da manuale?
Cos’è la proattività
Un equivoco molto comune è che essere proattivi significhi “fare di più”, o lavorare più velocemente di quanto richiesto. Invece, quando si parla di proattività come skill, quella che si richiede è piuttosto una forma di attenzione attiva, è la capacità di vedere un passo avanti rispetto a ciò che sta accadendo nel presente, e quindi di agire in anticipo. Una persona proattiva non aspetta che un problema diventi urgente per occuparsene: nota prima i segnali di un possibile intoppo, i punti deboli di uno schema, e si fa domande, immagina possibili conseguenze. Ma soprattutto non si ferma alla diagnosi del problema, provando a immaginare una direzione possibile di soluzione. In un ufficio, ad esempio, non è proattivo solo chi risponde rapidamente alle richieste, ma chi si accorge che una procedura crea rallentamenti e propone un modo per semplificarla. Chi unisce i puntini rapidamente. Chi comprende le debolezze di un progetto e cerca di migliorarle. Non è chi “si offre volontario”, ma chi prende iniziativa in modo coerente e utile al contesto.
Dal punto di vista psicologico e organizzativo, questo atteggiamento è legato a ciò che alcuni studiosi chiamano “sense of ownership”, cioè il senso di responsabilità estesa sul proprio lavoro, che significa non lavorare solo per completare il proprio compito, ma per contribuire a un risultato più ampio. È una differenza di attitudine che cambia completamente il modo di stare in un ruolo.
Per esempio, in un team di customer service, una persona proattiva non si limita a rispondere alle singole richieste dei clienti, ma nota che molti ticket riguardano lo stesso problema e propone di creare una guida o una risposta automatica che riduca i tempi di gestione e migliori l’esperienza utente. In un contesto di project management, non è proattivo solo chi aggiorna puntualmente le proprie attività, ma chi, per esempio, si accorge che una riunione ricorrente è poco efficace e suggerisce di modificarne la struttura o la frequenza, liberando tempo prezioso per attività a maggior valore. Oppure, uscendo dall’esempio dell’ufficio, è proattivo chi in un ristorante non si limita a svolgere il proprio ruolo durante il servizio, ma si accorge che i tempi di attesa tra cucina e sala si allungano in certi momenti e propone di riorganizzare la comunicazione tra camerieri e cucina per rendere il flusso più efficiente. Eppure, proprio questa competenza è anche una delle più fragili, perché si può perdere.
Come evitare di perderla quando il contesto non aiuta
Spesso l'atteggiamento proattivo è più evidente nella fase iniziale di un lavoro, quando l’entusiasmo e la motivazione rendono naturale osservare, proporre, migliorare. Oppure emerge con maggiore facilità nelle professioni per cui si nutre una forte passione, dove l’interesse personale alimenta spontaneamente l’attenzione ai dettagli e la voglia di intervenire. Ma la proattività non si esaurisce in queste condizioni favorevoli: non è solo una spinta legata all’inizio o alla passione, è anche - e soprattutto - un’abitudine mentale. Un modo di guardare ciò che accade intorno che, col tempo, può diventare stabile e indipendente dall’entusiasmo del momento.
Eppure, non è una caratteristica immutabile: se viene esercitata, si rafforza, ma se viene ignorata per troppo tempo, tende a indebolirsi. E questo accade spesso in contesti lavorativi poco stimolanti, molto ripetitivi o fortemente gerarchici, dove l’iniziativa personale non viene incoraggiata o addirittura viene scoraggiata. In molti ambienti il rischio è diventare più passivi entrando in una sorta di modalità automatica: si fanno bene le cose richieste, si riducono gli sforzi cognitivi non necessari e si evita di esporsi, giusto per portare a casa lo stipendio. È un adattamento al contesto che purtroppo molte professioni finiscono per istigare quando non restituiscono nulla in termini di stimoli e soddisfazione personale.
Non è facile mantenere la proattività in queste condizioni, ma è comunque importante; solo che in questo caso è necessaria una scelta consapevole di allenamento. Spesso sono i micro-comportamenti ripetuti a fare la differenza, ad esempio, il semplice esercizio mentale di trasformare ogni critica o problema in una possibile proposta di miglioramento, nella ricerca di una soluzione, aiuta a mantenere attivo il pensiero orientato all’iniziativa. Anche solo chiedersi “come potrebbe essere fatto meglio?” invece di “perché non funziona?” cambia il tipo di attenzione che si sviluppa nel tempo.
Un altro elemento importante è la capacità di costruirsi stimoli esterni, perché quando il lavoro quotidiano diventa prevedibile, la mente tende a spegnere la curiosità. In questi casi, mantenere viva la proattività significa esporsi volontariamente ad altri contesti: leggere, osservare come lavorano altri team, aggiornarsi su pratiche diverse, anche lontane dal proprio ruolo immediato.
Infine c’è un aspetto spesso sottovalutato: la proattività ha bisogno di uno spazio minimo di libertà, perlomeno di quella percepita. Se una persona sente di non avere alcun margine decisionale, tenderà inevitabilmente a ridurre l’iniziativa. Per questo anche negli ambienti più rigidi è utile identificare piccole aree in cui si può comunque scegliere “come” fare le cose, non solo “cosa” fare. Per esempio, in un contesto molto strutturato come quello della logistica, un addetto può decidere di riorganizzare il proprio ordine di preparazione delle spedizioni per ridurre i passaggi inutili e rendere il flusso più scorrevole, pur senza modificare le procedure ufficiali. Oppure, in un ruolo di front office con script predefiniti, una persona può scegliere di adattare leggermente il tono e la chiarezza delle spiegazioni per prevenire fraintendimenti e ridurre le richieste di chiarimento successive. Possono sembrare cambiamenti minimi, ma nella quotidianità fanno la differenza: sono micro-scelte che trasformano un’esecuzione passiva in un modo di lavorare più consapevole, efficiente e realmente proattivo.
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