Ti senti di non meritare i tuoi successi? Potrebbe essere la sindrome dell'impostore
Ma il fatto che sia diffusa non vuol dire che sia normale
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In Italia sette persone su dieci hanno la sindrome dell'impostore sul lavoro: è un'esperienza psicologica, assente dai manuali diagnostici, che porta una persona a mettere costantemente in dubbio le proprie capacità e a sentirsi immeritevole dei risultati raggiunti (anche di fronte a successi, promozioni o riconoscimenti).
Chi la vive tende a pensare di aver avuto semplicemente fortuna o di aver ingannato le altre persone sulla propria preparazione e da qui nasce la paura di essere smascherati da un momento all'altro e di non essere mai all'altezza delle aspettative.
In Italia, circa sette persone su dieci affermano di aver provato almeno una volta la sindrome dell'impostore: emerge da un'indagine realizzata da Mindwork nel 2023 e anche da un report di Hays (società di recruiting). Insomma, sette italiani su dieci vivono in questa condizione.
sentirsi in colpa per i propri successi a lavoro: sette su dieci
La sindrome dell’impostore si manifesta attraverso una percezione distorta delle proprie capacità. Pur in presenza di risultati, successi e riconoscimenti professionali, chi ne soffre tende a svalutarsi, attribuendo ogni cosa positiva che gli accade a fattori esterni come la fortuna o altre doti (tipo quelle relazionali).
Si tratta di una condizione in cui una persona fatica a riconoscere i propri meriti e vive con la sensazione di non essere davvero all'altezza e per questo motivo può avere costantemente paura di deludere le aspettative degli altri tanto che questi pensieri possono influire sul suo benessere psicologico e rendere più difficile vivere con serenità lo studio o il lavoro.
Ansia, stress, perfezionismo tossico, difficoltà ad accettare i complimenti e bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore sono alcune delle esperienze più comuni riportate da chi vive questa situazione ma il dato è che sette persone su dieci sono tante (anche se le indagini vengono fatte a campione). Il che ci dovrebbe spingere a parlare di più di salute mentale in relazione al lavoro e a non normalizzare un'esperienza anche se evidentemente è condivisissima: il fatto che sia diffusa non significa che sia giusta.
la sindrome dell'impostore in Italia come nel mondo
L'espressione impostor syndrome è stata coniata nel 1978 dalle psicologhe Pauline Rose Clance e Suzanne Imes, che descrissero questo fenomeno osservando come molte persone di successo faticassero a riconoscere i propri meriti. Oggi si sa che non riguarda solo chi eccelle nella carriera o negli studi: può interessare chiunque, indipendentemente dall'età, dal genere o dalla professione.
Sebbene la sindrome dell'impostore non abbia un'unica causa, molte ricerche suggeriscono che possa essere alimentata da una cultura del lavoro tossica, in cui la produttività viene costantemente anteposta al benessere delle persone.
Ambienti altamente competitivi stimolano la sindrome, così come aspettative sociali irrealistiche (per questi anni) e la pressione a essere sempre performanti, quando poi la valorizzazione dei risultati è assente da parte di vertici aziendali che non abbiamo nemmeno mai visto.
In un clima del genere, dubitare delle proprie capacità è il minimo, anche chi ottiene ottimi risultati. Sempre più ricercatrici e ricercatori invitano a guardare alla sindrome dell'impostore come a un'esperienza collettiva legata a questioni sociali, non come psicosi personali: perché è il prodotto diretto di una cultura del lavoro che misura il valore delle persone senza un criterio trasparente, in cui mancano le relazioni umane e in cui nessuno è soddisfatto.
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