Grazie mille! Anzi no: alzi la mano chi non ha ancora capito come si incassano i complimenti
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C’è qualcosa di profondamente umano — e un po’ tragicomico — nel modo in cui tante persone, la maggior parte, gestiscono i complimenti: molto male. Li evitano, li smontano, li minimizzano o li rovesciano con un'arte quasi acrobatica, il che è sbagliato. Ma non perchè non si è "gentili" verso chi quel complimento lo fa. È sbagliato perché è un comportamento automatico, rivelatore di bassa autostima e barriere sociali parecchio alte.
Cos'è un complimento e la differenza con l'harassment
La dovuta premessa è che stiamo parlando di "complimenti" non di commenti invasivi, elargiti da estranei/e e spesso relativi ai corpi e alle loro forme. La linea tra complimento autentico e commento invasivo può sembrare sottile, ma la differenza sta spesso nell’intenzione, nel contesto e nel rispetto dei confini dell’altra persona. Possono esistere complimenti sull'aspetto esteriore e fisico: "Quel colore ti dona" è un’osservazione gentile, centrata sull’effetto generale, non sul corpo. “Hai perso peso, sei più bella così / stavi meglio prima" è un giudizio gratuito espresso verso chi non ci ha fatto nessuna domanda. Fa riferimento a cambiamenti fisici che potrebbero essere legati a insicurezze personali, disturbi alimentari, salute mentale e soprattutto alimenta l'idea che esistano degli standard. Sul lavoro, un complimento è “Hai presentato il progetto con una chiarezza rara, ti ho ascoltato con piacere”, perché riconosce il merito senza gerarchie né confronti. Un commento invasivo invece è "Non ti facevo così capace, mi hai stupito", "Sei sagace per essere (segue categoria umana: donne, giovani, anziani, disabili ecc) anche se travestito da apprezzamento, rivela un pregiudizio e quasi un insulto: l’aspettativa era bassa.
In contesti di attrazione è gradevole dire - e ricevere - qualcosa come "Mi piace come ti vesti / mi piace il tuo modo di camminare” o anche "Trovo adorabile il modo in cui interagisci con le persone": non invadente, non sessualizzante. Diverso è “Hai un bel culo, dovresti mostrarlo di più". La regola d’oro per distinguere i complimenti dai commenti invasivi è che un complimento fa sentire, chi lo riceve, visto/a e riconosciuto/a. Un commento invasivo fa sentire osservati/e, valutati/e e quindi a disagio.
Accettare un complimento anzi no: minimizzare
Sono poche le persone che sanno accettare i complimenti senza tradire una linea sottile di imbarazzo o sindrome dell'impostore. In poche davvero sanno dire "grazie" e crederci veramente. Ma perché ci sentiamo a disagio quando qualcuno ci dice qualcosa di bello su di noi?
La spiegazione più banale è che accade perché non abbiamo abbastanza autostima ma non è solo questa la ragione. Come spiegano diversi studi psicologici, ricevere un complimento è un’esperienza intensa, perché ci espone, ci sorprende, ci mette davanti a uno sguardo che spesso non coincide con il nostro e ci fa sentire visti e viste, spesso a sorpresa. E quello scarto tra cosa noi pensiamo di rimandare all'esterno (stanchezza, disordine) e quello che invece vedono gli altri ci crea imbarazzo, positivo ma sempre imbarazzo.
Può succedere infatti anche alle persone più sicure di sé, in momenti in cui non pensavano di "meritare" quell'endorsement. Infatti non è solo questione di autostima, ma di cultura emotiva e immagine di sé. Ci sono poi dei casi limite che sono il frutto di un'educazione traumatica: molti e molte di noi hanno imparato sin da piccolissimi che la modestia è virtù, che la lode è sospetta, che farsi notare è un problema nell'economia, per esempio, di una famiglia disfunzionale.
Il problema non è ricevere il complimento. È restarci dentro.
Quando qualcuno fa un complimento sincero, di solito prende alla sprovvista. E il nostro cervello fa un lavoro di protezione: lo chiude fuori. Perché se accettiamo di essere in quel modo lì, che tanto è piaciuto a quelle persone, che succede se poi domani non lo saremo più? Meglio minimizzare subito, così non ci affezioniamo a quell'immagine di noi. Così non rischiamo di deludere nessuno. Ma questo istinto di difesa, per quanto comprensibile, ci allontana dagli altri perché i complimenti, nella loro forma più vera, non sono una valutazione, ma un tentativo di connessione. Qualcuno dice: “bravo/a", sta dicendo che vuole costruire un rapporto - affettivo, lavorativo, di collaborazione - e se dall'altra parte si alza un muro fatto di battute o di minimizzazioni si manda tutto all'aria.
Noi pensiamo di dire, implicitamente, "grazie mille ma sono modesto/a" ma in realtà stiamo dicendo "non sono come tu pensi, non mi sento affatto come tu pensi che io sia, è stata solo fortuna". Ovvio, non esiste alcun obbligo né diktat di comportamento quando si riceve un commento sano e positivo, ma si può imparare a restare per un po' in quella condizione e incassare quella carezza. Allenarsi insomma a non scappare, correndo, via da un'immagine di noi che in fondo è quella che andiamo già rincorrendo e lasciare che quella piccola frase — “mi sei sembratə forte oggi”, “mi sei piaciutə”, “sei stato bravo” — sia legittimata a esistere. Anche se per noi non lo è, comprendere che per l'altro invece sì. E ogni tanto ci si può fidare.
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