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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Lo stipendio emotivo (che non c'è): il lavoro è come quel partner che chiede tantissimo senza dare niente

Lo stipendio emotivo (che non c'è): il lavoro è come quel partner che chiede tantissimo senza dare niente
(getty)
Lo stipendio emotivo è quello che ci manca a lavoro: sarebbe quel qualcosa in più del denaro che fa sentire le persone giustamente riconosciute per il proprio sforzo
di Eugenia Nicolosi

Lo stipendio emotivo spiegato facile: partiamo dal fatto che il lavoro ha imparato (gli abbiamo concesso) a chiedere tutto: dal tempo all'entusiasmo, dalla passione alla reperibilità costante. 

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E per anni ha preteso (glielo abbiamo concesso) qualcosa che somiglia molto all’amore disfunzionale, tossico, quello in cui un partner iper richiedente chiede all'infinito senza restituire altro che il minimo sindacale. E pare voglia perfino essere ringraziato, nella logica di un potere esercitato dai vertici e non da lavoratori e lavoratrici.

lo stipendio emotivo è tutto quello che c'è oltre al reddito

Sempre più persone infatti hanno cominciato a porsi una domanda che per la sua semplicità è scandalosa: perché da un partner pretendo restituzione e dal lavoro, che pure prende così tanto dalla vita, niente oltre allo stipendio? Da qui nasce l’espressione stipendio emotivo: il salario resta indispensabile, ma non basta più a compensare lavori che consumano (tempo, salute mentale, energie, relazioni, sonno, energie, possibilità di esistere fuori dalla produttività). 

Il termine è la traduzione italiana dell’espressione inglese emotional salary e dello spagnolo salario emocional, molto usata nella letteratura manageriale e nelle risorse umane. Le ricostruzioni accademiche fanno risalire uno dei primi usi strutturati al consulente e docente spagnolo Luis María Huete, che nel libro Servicios & Beneficios. La fidelización de clientes y empleados del 2003 definisce il salario emotivo come la capacità di far sentire le persone ben pagate per il proprio sforzo "con qualcosa in più del denaro",

Contiene un cambio di prospettiva non banale, oggi come oggi: le società o le aziende non possono più pensare che il rapporto con chi lavora sia regolato solo dalla somma versata a fine mese a fronte di una richiesta che va ben oltre lo svolgimento della mansione. Esiste o almeno dovrebbe esistere una parte del patto relativa a riconoscimento, fiducia, possibilità di crescere, clima interno e rispetto del tempo e della disconnessione.

È quella zona grigia in cui si decide se un lavoro sia sopportabile o, come spesso invece accade, è una forma organizzata di logoramento.

Negli anni il concetto di stipendio emotivo viene ripreso e rielaborato, arricchito quasi, da alcuni autori e autrici. A noi piace la versione di Inés Temple (presidente di società che in America Latina sono leader nello sviluppo professionale e delle aziende), che lo collega alle ragioni non economiche per cui una persona resta in un’organizzazione. 

nei sondaggi l’equilibrio tra vita e lavoro supera la retribuzione tra le priorità

La sostanza, al netto delle definizioni formali, è che non siamo più nello spazio del sentirsi apprezzati o apprezzate, ma parlando di soddisfazione sul lavoro dobbiamo guardare a una costellazione di fattori che vanno dall'autonomia ai piani di carriera (che devono essere credibili), dal momento che come sappiamo tutto ciò impatta più di quanto non dovrebbe sul benessere psicologico.

Tutto ciò che non entra direttamente nella busta paga, ma decide quanto quella busta paga costi in termini di vita: ecco cosa è lo stipendio emotivo. E per fortuna c'è chi se ne occupa. Uno studio del 2024 pubblicato su Sustainability ha analizzato 215 lavoratori di diverse organizzazioni e ha trovato una relazione positiva tra salario emotivo, motivazione, soddisfazione lavorativa e performance. Il salario emotivo incide sulle prestazioni perché aumenta la motivazione e la soddisfazione, che a loro volta migliorano le performance. Nel Workmonitor 2025 di Randstad, condotto su oltre 26 mila lavoratori in 35 mercati, per la prima volta l’equilibrio tra vita e lavoro supera leggermente la retribuzione tra le priorità dei dipendenti: 83 per cento contro 82 per cento.

lasciare il lavoro perché l'ambiente è tossico (e non si cresce)

Non è la fine del salario, ovviamente, è piuttosto la fine dell’idea che un buon stipendio basti a rendere accettabile qualsiasi organizzazione del tempo, del corpo e della disponibilità personale. Lo stesso rapporto segnala che il 44 per cento dei lavoratori intervistati ha lasciato un lavoro perché considerava tossico l’ambiente, mentre il 48 per cento non accetterebbe un impiego in un’azienda che non condivide i propri valori sociali e ambientali.

A confermare il quadro c’è anche l'immancabile Gallup. Nello State of the Global Workplace 2026, l’istituto rileva che nel 2025 l’engagement globale dei lavoratori è sceso al 20 per cento, il livello più basso dal 2020, con un costo stimato per l’economia mondiale di 10 mila miliardi di dollari in produttività persa. La notizia è che quando le persone sono stanche e demotivate il problema è collettivo.

Tra Gen Z e millennials il discorso diventa ancora più esplicito e lo sappiamo dal sondaggio di Deloitte 2026, che mostra come molti giovani lavoratori stiano ridefinendo il loro rapporto con la carriera: solo il 6 per cento indica il raggiungimento di una posizione di leadership come obiettivo principale, mentre molti preferiscono una crescita graduale o scelte laterali se garantiscono maggiore sostenibilità nel lungo periodo.