Andiamo in burnout perché giriamo a vuoto: il lavoro ci ossessiona ma non ci paga (e sembra senza senso)
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Non c'entra "la frenesia" della vita moderna. Stipendi bassi, riconoscimenti scarsi o assenti, carico psicologico crescente e un lavoro che nei fatti non paga: il burnout, ormai fenomeno collettivo, è il sintomo di un’organizzazione del lavoro che consuma energia senza restituire senso.
E nel tecnofeudalesimo delle piattaforme, dell'assenza di persone umane e della reperibilità continua, il rischio è la sensazione collettiva di essere macchine da produzione senza libertà e senza riconoscimenti.
questo modello di lavoro non è sostenibile nemmeno per le aziende
Chi va in burnout ha tre volte più probabilità di lasciare il lavoro entro l’anno. E sostituire una persona costa, a seconda del ruolo, tra il 50 per cento e il 200 per cento del suo stipendio annuale. Il dato, riferito a SHRM e Gallup e rilanciato dall’economista Azzurra Rinaldi, dovrebbe bastare da solo a spostare il tema della salute mentale fuori dalla retorica del benessere aziendale e dentro il cuore della questione sociale ed economica.
Perché il burnout è una fragilità collettiva che determina perdite altrettanto collettive: per chi lo vive, innanzitutto, ma anche per le imprese che continuano a trattarlo come un incidente laterale, che capita solo a chi è fragile, invece che come il prevedibile risultato di un sistema organizzato male.
Il secondo dato è altrettanto chiaro: le persone in burnout sono il 63 per cento più propense a prendere giorni di malattia. E quando non si assentano, spesso sono presenti solo fisicamente nel senso che lavorano, rispondono, partecipano alle riunioni, rispettano le scadenze minime ma sono svuotate. È il "presenteismo": in un sistema che ti premia se ti fai vedere e non per i risultati secchi, puoi esserci senza esserci davvero.
Secondo la Harvard Business Review, questo fenomeno costa alle aziende americane fino a 150 miliardi di dollari l’anno in produttività persa, quasi dieci volte più dell’assenteismo.
burnout, perché il lavoro non paga e non viene visto
Ma il burnout non nasce soltanto dal troppo lavoro, nasce dal lavoro senza senso. Il burnout è l'inevitabile stato mentale che raggiunge chi sente che il proprio lavoro gira a vuoto: mettere impegno, tempo, lucidità, creatività, pazienza, cura senza ricevere in cambio altro che stipendi insufficienti, promesse vaghe, avanzamenti rimandati, gratificazioni scarsissime e la totale incertezza del futuro. Ed è qui che entra in gioco il tecno-feudalesimo.
Oggi il potere è opaco perché passa attraverso piattaforme e algoritmi, software di monitoraggio, manager varie ed eventuali. Non sempre c’è un padrone visibile, un interlocutore diretto, ma anzi l’infrastrutturam è invisibile e senza nemmeno conoscere chi sta ai vertici dell'azienda e decide su ogni cosa e ogni persona.
Il lavoratore e la lavoratrice consegnano la propria disponibilità permanente a qualcuno che non hanno mai visto. Devono però necessariamente sottostare, dimostrarsi flessibili e adattabili, collaborativi perché sanno che pronte a sostituirli, qualora dovessero fare resistenze, ci sono circa trecento persone. Lavoratori e lavoratrici hanno il diktat di "metterci passione" imparando a non chiedere che quella passione venga retribuita come competenza né riconosciuta.
la percezione è di essere sostituibili: lavoriamo nella paura
Eccola, la condizione in cui molte persone non si sentono più cittadine del proprio ambiente di lavoro, ma suddite di sistemi che non controllano (che non conoscono!). In questo scenario, il burnout è appunto inevitabile.
Lo conferma anche l’INAIL, che in un recente documento definisce il burnout come esito di uno stress cronico sul luogo di lavoro, rimasto irrisolto. Le sue tre dimensioni si alimentano a vicenda: esaurimento, cioè la sensazione di essere prosciugati/e al punto che perfino il riposo non basta; disaffezione lavorativa, cioè il distacco cinico da attività, colleghi/e obiettivi e inefficacia personale, cioè la perdita di fiducia nelle proprie capacità.
È un circolo vizioso, ma fa comodo non vedere che il burnout è un problema organizzativo prima ancora che individuale. Non nasce semplicemente perché una persona non regge lo stress, ma proprio da come il lavoro è strutturato, da come viene distribuito il potere, da quanto le persone si sentono viste, ascoltate, gratificate e pagate in modo coerente con ciò che danno.
Non siamo stanchi, stanche, solo perché facciamo tanto: siamo stanchi e stanche perché ciò che facciamo non viene visto.
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