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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Lavoro, le donne che hanno "paura" di candidarsi (e altre storie)

Lavoro, le donne che hanno paura di candidarsi (e altre storie)
Le candidature delle donne per un lavoro sono sempre di meno rispetto a quelle degli uomini.
Ad alcune persone fa comodo parlare di mancanza di fiducia e paura, noi sappiamo che non è così (e lo dimostriamo)
di Eugenia Nicolosi

A quanto pare, gli uomini fanno domanda per un lavoro quando soddisfano anche solo il 60 per cento delle qualifiche richieste e le donne fanno domanda solo se ne soddisfano la totalità: il 100 per cento. La notizia l'ha data l'azienda Hewlett Packard ma se ne parla sia su Harvard Business Review che su Forbes. Ma non solo: i dati provenienti da uno studio pubblicato su LinkedIn suggeriscono che le donne potrebbero essere soltanto più “selettive” quando si candidano per un lavoro. Cioè hanno meno probabilità di candidarsi nonostante vedano la stessa quantità di offerte degli uomini, in particolare per ruoli senior o migliori rispetto alla loro posizione attuale.

La vita precaria di una supplente

Ma questa selettività è ugualmente un dato: riduce le possibilità che le donne acquisiscano ruoli senior e meglio retribuiti. Nel senso: non ha alcuna importanza la dinamica con la quale le donne si candidano o non si candidano. Accade comunque meno volte e per posti di lavoro di livello inferiore a quello a cui potrebbero aspirare. La domanda vera non è “quanto”, ma è “perché”.

e se fossero gli uomini a sopravvalutarsi (soprattutto sul lavoro)?

La differenza di genere influisce nella percezione di sé soprattutto nella sfera pubblica. Quindi quella non domestica. Quindi sul lavoro. E rispetto ai requisiti richiesti in una offerta di lavoro gli uomini hanno la sicurezza di soddisfarli o almeno di soddisfarne abbastanza da potersi candidare. Le donne no. Anche quando li posseggono tutti. Alcune ricerche sulla percezione di sé collegata all'identità di genere suggeriscono che gli uomini hanno maggiori probabilità di sopravvalutarsi. Quindi anche di sopravvalutare le proprie capacità in contesti che nel loro immaginario sono "maschili”: guidare la macchina o la moto, tagliare la legna, grigliare la carne, studiare matematica, lavorare. Cose insomma che la società ha insegnato a tutte e tutti che sono “da maschio”. Il che potrebbe spiegare la differenza nel ragionamento dietro la candidatura a un lavoro, almeno in parte. Infatti c'è dell'altro: la rappresentazione in numeri di donne nei ruoli che per secoli sono stati “da maschio” non ha ancora raggiunto una cifra abbastanza elevata da convincere bambine, ragazze e donne che non esistono lavori – o hobbies, o ragionamenti – da maschio e che le “femmine” non possono praticare.

donne che non si candidano: e se non fosse affatto una questione di fiducia?

E c'è ancora dell'altro. La notizia che le donne fanno domanda per un posto di lavoro solo quando soddisfano il 100 per cento dei requisiti richiesti rispetto agli uomini che si candidano pure se sono qualificati al 60 per cento ha aperto la strada a un altro stereotipo: “le donne non hanno fiducia in loro stesse”. Tanto è vero che la mancanza di fiducia delle donne viene invocata come prova del fatto che non è colpa di nessuno, se non delle donne, se non si candidano, se lavorano meno, se guadagnano meno. Pure un articolo di Forbes praticamente racconta la storia cosi: "Gli uomini sono più sicuri delle proprie capacità. Il consiglio? Le donne devono avere più fiducia in se stesse". Non è così.

Nel senso: non è così che si butta il barile addosso alle donne per un problema di discriminazione sistemica e globale. Ma non è così nemmeno per la questione delle candidature. Sia gli uomini che le donne che le persone non binary coinvolte in varie survey che volevano approfondire la questione, non parlano di mancanza di fiducia rispetto alla rinuncia a un posto di lavoro. Invece hanno parlato di preoccupazione per la potenziale perdita di tempo tra colloqui e test, mancanza di chiarezza rispetto allo stipendio, mancanza di chiarezza rispetto al ruolo, mancanza di chiarezza rispetto al contratto.

Le donne subiscono inoltre il condizionamento sociale che le spinge a domandarsi se sono adatte a un lavoro oppure no. Complici anche i pregiudizi sul posto di lavoro che spesso richiedono alle donne il triplo della fatica per il raggiungimento della metà del successo dei colleghi uomini (e metà dello stipendio a parità di grado) come osservato nel rapporto McKinsey sulle pratiche di assunzione che favoriscono il potenziale negli uomini ma invece l'esperienza nelle donne.
Sentire che le donne hanno problemi di varia natura a candidarsi per un posto di lavoro potrebbe spingere molte persone a scrollarsi di dosso la responsabilità di costruire dinamiche di assunzione più accessibili e, in generale, di interrogarsi sul disequilibrio sociale e culturale che tiene le donne a testa china. Una domanda che potremmo iniziare a porci è se le donne si candidano per dei posti di lavoro allo stesso ritmo degli uomini. La domanda è no. E il perché lo sappiamo: non credono di potersi destreggiare tra le responsabilità familiari e un lavoro importante, potrebbero avere figli nei prossimi anni e si chiedono se sia corretto, eticamente, accettare un lavoro sapendo che dovranno mettersi in maternità, percepiscono un ambiente sessista e non vogliono essere usate come quota rosa, si sentono troppo vecchie per un lavoro nuovo. Infine sì, non si sentono abbastanza qualificate.

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Ma quello della qualifica è realmente l'ultimo dei problemi perché quasi nessuna donna arriva a valutare le proprie attitudini e capacità se già sa che non potrà stare fuori casa per una giornata intera, le notti o viaggiare, perché deve occuparsi dei bambini. Quindi una cosa è chiara: le donne continuano a rinunciare alle opportunità di carriera. E non perché sottovalutano il proprio valore e la propria preparazione. In ogni caso le aziende dovrebbero aprire dibattiti e discussioni se notano che le donne che si candidano sono veramente molto poche rispetto agli uomini e non limitarsi a dare i dati. Anche rimettendo in discussione le qualifiche richieste, alcune delle quali assurde (“cercasi entry level con competenze senior e stipendio da stage”). Incoraggiare i candidati e le candidate, in particolare le donne, le persone non binary o nere, a candidarsi significa costruire dei percorsi di inserimento flessibili e trasparenti. Anche perchè se le donne lavorano, il PIL del Paese si alza