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sbagliando si impara Aggiornato alle 3 minuti di lettura

Il coraggio di fare le cose male (perché la prima volta)

Il coraggio di fare le cose male (perché la prima volta)
No: non possiamo fare bene cose che non abbiamo mai fatto
A volte non facciamo nemmeno più caso alle richieste assurde di alcuni datori di lavoro: "cercasi apprendista con esperienza" è un totale non sense, per esempio.
di Eugenia Nicolosi

A quanto pare, tra alta cucina, make up e bricolage, sui social media troviamo solo persone che sanno fare le cose meglio di noi. È praticamente impossibile scorrere i feed dei social media senza vedere la carrellata (di autopromozione) di persone fino a ieri sconosciute che fanno torte pazzesche, che sono brave a truccare come i/le make up artist di Hollywood o che disegnano, creano, decorano e montano una libreria da sole.

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E mentre noi restiamo a fare il nostro lavoro - più o meno "tradizionale" - veniamo martellate da continue storie di chi "ha trasformato il suo hobby in lavoro e adesso guadagna il triplo divertendosi di più". E ci sembrano dei geni, degli alieni, delle persone fortunatissime - o almeno volenterosissime - a essere così brave a fare qualcosa da trasformarla in una fonte di reddito. E noi? Ogni volta che proviamo a fare una delle centomila cose che ci vengono proposte scopriamo di essere delle incapaci

la torta si affloscia perché l'abbiamo fatta male

La cultura della performance a tutti i costi ci ha privato delle settimane (a volte mesi o anni) di rodaggio necessarie per imparare a fare qualcosa. Nel senso che, per come appaiono, sembra che le altre persone siano nate con il "dono" della scrittura, dell'informatica, della manualità. E noi non possiamo che sentirci delle incapaci a confronto con loro, visto che abbiamo smesso di normalizzare il "fare schifo", se è la prima volta che ci confrontiamo con qualcosa. Il problema però non lo dobbiamo avere con noi stesse né con le altre persone: il nostro problema è con la cultura della performatività. 

La vetrina di un negozio a Milano
La vetrina di un negozio a Milano  (eugenia nicolosi)

Numerosi studi hanno determinato quanto e come le vacanze siano fondamentali per la creatività e la produttività. Ma soprattutto per la salute mentale. Possono infatti perfino migliorare la qualità e la durata della vita, se organizzate secondo alcuni criteri (per esempio per essere una vera vacanza benefica non può durare meno di otto giorni). Ma anche le vacanze sono ormai diventate performance e le foto in cui le influencer praticano sport estremi ne sono un esempio. 

Ma già noi persone normali viviamo nello stress di essere performanti a lavoro, se pure dobbiamo stressarci in vacanza è normale che poi andiamo in burnout. E questa stessa spinta alla perfezione, all'iperconnessione, alla performatività, è la gomma che ha cancellato l'autorizzazione a non sapere fare le cose. Anche se non l'abbiamo mai fatta sentiamo la pressione di doverla saper fare.

Il che naturalmente ci priva della gioia di approcciarci a nuove "cose", che sia un lavoro, che sia un hobby. Con il conseguente stress cronico (che può essere brutale).

il coraggio di fare le cose per la prima volta (e dirlo)

Ultimamente si leggono moltissimi post di denuncia sul tema dell'esperienza richiesta per essere prese a fare un lavoro da entry level e con lo stipendio da entry level. E non è solo un problema nei confini dell'etica del lavoro, ma proprio della salute mentale. Si può essere brave in molte cose oppure in nessuna, ma deve comunque essere consentito uno spazio per l'apprendimento, per l'affezione, per l'apprendistato, già che parliamo di lavoro. E se quando facciamo per la prima volta qualcosa per divertimento è sempre più facile chiedere a sé stesse di essere "già brave prima di iniziare", figuriamoci se si tratta di accedere a un nuovo tipo di lavoro. Ma è del tutto normale invece, è solo che lo abbiamo scordato.

Invece dovremmo tornare a normalizzare il non sapere fare le cose quando non le abbiamo mai fatte. E non si può non pensare all'epica zuppa blu di Bridget Jones nell'omonimo, primo, film.

Una frame del film Che pasticcio, Bridget Jones
Una frame del film "Che pasticcio, Bridget Jones"  (instagram)

Siamo spinte a ottimizzare il nostro tempo e le nostre prestazioni, le attività redditizie secondarie hanno pure sostituito gli hobby, mentre i social media perpetuano il mito della perfezione. Sfortunatamente, come suggerisce il nome, è la cultura della produttività tossica ad averci spinte troppo oltre. La corsa sù, per la scala del successo o per migliorare costantemente noi stesse (anche su un livello personale ed emotivo) sta diventando un’ossessione diffusa. Ma perché dobbiamo sempre migliorare, e migliorare, e migliorare? Non è più consentito essere "così così", bravine, all'inizio di una nuova esperienza? Dobbiamo per forza eccellere in tutto quello che siamo e facciamo sin dal primo secondo? E poi, anche se "facciamo schifo" oggi non significa che sarà per sempre così.

fare le cose male is the way to imparare

Man mano che impariamo a fare qualcosa sviluppiamo abilità, anche se lentamente, anche se laterali. Ed è quello che dobbiamo celebrare. In una cultura basata sulla prestazione, dove lo sforzo viene lodato ma non realmente ricompensato (ad esempio, puoi studiare duramente per un esame e comunque fallire), occorre concedersi il ​​permesso di iniziare una nuova attività non perché vogliamo essere le migliori, ma perché il progresso è qualcosa di intrinsecamente soddisfacente. 

E il disagio che si sperimenta quando ci si sente messe alla prova è un segno di apprendimento.

sempre e solo colpa della produttività tossica

Un sistema scandito dalla produttività tossica è quel sistema in cui le persone sono costantemente spinte a produrre. Anche a scapito della propria salute mentale, riposo, hobby, sfera relazionale, familiare, etc. In questo tipo di società è putroppo automatico vedere come vengono privilegiate le persone che non solo sono pronte a sacrificare tutto quello che abbiamo appena scritto ma che anche si dimostrano super competenti sin dal primo secondo.

La produttività tossica non è un fenomeno nuovo: l’attuale (a volte finta) attenzione alla cura di sé per prevenire i "burnout” però ci rivela quanto avremmo - veramente - bisogno di riscrivere i termini della società in cui viviamo. A cominciare dal non prendere troppo sul serio quelle stesse influencer che parlano di salute mentale e "cultura del riposo" però poi non fanno altro che postare video e contenuti privi di sbavature, frutto di ore di lavoro. Dichiaratamente o no, gli e le influencer ci spingono costantemente a produrre. Anche quando ci invitano a prenderci cura di noi e della nostra mental health.