Career shrekking e conscious unbossing: cosa ci raccontano della Gen Z (e del futuro del lavoro) queste due tendenze
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Per decenni il successo professionale ha avuto una traiettoria chiara: essere assunti in un'azienda, crescere al suo interno, arrivare a gestire persone, salire di livello, e infine andare in pensione. Un modello lineare, spesso faticoso ma socialmente riconosciuto. Oggi, però, questa narrazione mostra evidenti crepe, soprattutto tra i più giovani, che stanno riscrivendo le regole del lavoro, mettendo in discussione non solo i percorsi 'classici', ma anche i valori che li sostengono.
Due espressioni sempre più diffuse sintetizzano questo cambiamento: career shrekking e conscious unbossing. La prima è ispirata al personaggio di Shrek, e richiama l’idea di un allontanamento volontario dai contesti aziendali più competitivi e strutturati; è una scelta che nasce dal desiderio di privilegiare ambienti poco stressanti, ritmi sostenibili e coerenza con i propri valori personali.
Il secondo concetto, conscious unbossing, è più radicale, e indica la decisione consapevole di non aspirare a ruoli manageriali, non tanto per mancanza di ambizione ma per una vera e propria ridefinizione di cosa vale la pena perseguire nella vita. Non è meglio ambire al benessere familiare, fisico, psicologico, sociale, piuttosto che ad un ruolo di rilievo che può portare con sé stress e preoccupazioni? Questo approccio rappresenta una rottura culturale significativa rispetto al tradizionale schema che vede il diventare 'capo' l'obiettivo di ogni carriera, ed è sostenuto da una filosofia che le generazioni precedenti non osavano nemmeno contemplare.
Questi fenomeni, i cui nomi sono molto mediatici ma i cui significati denotano un importante cambio di rotta, vengono spesso criticati (dai boomer) come emblematici di una generazione choosy, di giovani che non hanno voglia di impegnarsi, viziati. Ma se li si osserva con uno sguardo più ampio e meno critico è facile collegarli al contesto contemporaneo, nel quale instabilità economica, precarietà e crisi globali hanno ridimensionato l’idea stessa di sicurezza professionale: se il lavoro non garantisce più stabilità e benessere, diventa più che legittimo chiedersi quanto spazio debba occupare nella propria vita. La risposta della Gen Z sembra essere chiara: poco.
Nuovi valori, nuove priorità
Per capire davvero career shrekking e conscious unbossing bisogna andare oltre le etichette e guardare ai valori che li alimentano. Il primo è il benessere inteso come condizione imprescindibile; la salute mentale, in particolare, è diventata un criterio centrale nelle scelte professionali, mentre l’idea di sacrificare tempo, energie e stabilità emotiva in nome della carriera è sempre meno accettata.
A questo si affianca un altro approccio targato Gen Z: il rifiuto di modelli imposti, prestabiliti, in favore della ricerca di percorsi che rispecchino interessi e inclinazioni personali. Perché il lavoro è un elemento importante della vita, ma non è l’unico in cui realizzarsi, e non è certo l'unico contesto che può far sentire appagati. Il rifiuto della leadership tradizionale si inserisce proprio in questo quadro: i ruoli manageriali sono associati a carichi di responsabilità elevati, pressione costante (specialmente se si è una donna che arriva ai vertici) e una riduzione dell’autonomia.
Rispetto ai Millennials, che già hanno iniziato a mettere in discussione il rapporto con il lavoro cercando maggiore senso e flessibilità, la Gen Z sta compiendo un passo ulteriore, ridimensionando il peso stesso del lavoro nella costruzione dell’identità. È una differenza sostanziale rispetto all’approccio delle generazioni precedenti: non si vive per lavorare, né si lavora per realizzarsi; lo si fa invece, essendo necessario, come parte di un equilibrio più ampio.
Impatti e contraddizioni di una rivoluzione silenziosa
Chi oggi entra nel mercato del lavoro ha osservato da vicino burnout, insoddisfazione e precarietà nei propri genitori e negli adulti che lo circondavano da bambino. Ha visto che il modello tradizionale non sempre mantiene le promesse e, di conseguenza, ha scelto di non replicarlo. Le implicazioni di questi trend sono profonde, soprattutto per le aziende: se una parte crescente della forza lavoro non aspira a ruoli manageriali, i modelli organizzativi basati su gerarchie rigide rischiano di perdere di efficacia. Diventa quindi necessario ripensare i percorsi di carriera, offrendo alternative credibili alla leadership tradizionale, come ruoli specialistici altamente valorizzati o forme di responsabilità distribuita, orizzontale.
Allo stesso tempo, emerge chiara una sfida culturale: come motivare e trattenere talenti che non vedono nella 'scalata' il proprio obiettivo? La risposta potrebbe risiedere in una maggiore flessibilità, in ambienti di lavoro più sostenibili, più inclusivi e in una ridefinizione del concetto stesso di successo.
Naturalmente questi fenomeni non sono privi di ambiguità: c’è chi li interpreta come un segnale di disimpegno o di riduzione dell’ambizione; altri sottolineano che possono rappresentare un privilegio (la possibilità di rifiutare percorsi tradizionali non è ugualmente accessibile a tutti, soprattutto in contesti economici più fragili, se si appartiene a gruppi marginalizzati o si lavora in settori per natura poco flessibili). Ma correnti di pensiero come quella del career shrekking e conscious unbossing rimangono comunque indicatori di una trasformazione in atto, che riguarda il modo in cui il lavoro viene percepito e vissuto. Perché, a ben pensarci, la Gen Z non sta abbandonando il lavoro, sta cercando di ridefinirne i confini.
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