Lavoro e Gen Z: tutte le cose che abbiamo da imparare dai giovani (per esempio che gli straordinari si pagano)
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Nel magico mondo dei social girano video shorts o reels che mostrano la conversazione tra una lavoratrice della Gen Z e la sua manager: la prima, con molta calma, spiega alla seconda che se voleva che partecipasse alla riunione avrebbe dovuto fissarla entro il suo orario di lavoro.
La manager tenta di spiegare alla Gen Z che in azienda vengono apprezzati gli sforzi, gli straordinari e gli "extra mile", come per esempio rimanere ad libitum oltre l'orario per dimostrare di avere spirito di sacrificio. La Gen Z replica ancora che se nel contratto c'è scritto che il suo turno finisce alle 6 pm, lei alle 6 pm e un minuto è più che autorizzata ad andarsene, non importa se ci sono riunioni. E aggiunge "ho una vita, cose da fare, di cui non sono tenuta a parlare con te".
"ho una vita di cui non sono tenuta a parlare": la cultura del lavoro secondo la gen z
La discussione sul lavoro oggi ruota attorno a un nodo molto concreto: quanto tempo, quanta disponibilità e quanta identità personale si è disposti a mettere dentro un’occupazione che, sempre più spesso, non garantisce né stabilità né riconoscimento proporzionato. È su questo terreno che la Generazione Z ha spostato il baricentro, probabilmente in modo involontario, con una chiarezza che irrita chi si è formato in un’altra stagione.
Circa il 77 per cento della Gen Z considera l’equilibrio tra vita e lavoro una condizione essenziale per definire una carriera "riuscita" e una maggioranza indica il benessere psicofisico come fattore determinante nella scelta di restare o meno in un’azienda.
La pandemia ha accelerato questa aspettativa, trasformando il lavoro flessibile da eccezione a parametro (anche se costantemente in discussione). Non si tratta solo di lavorare da casa, ma di spostare l’attenzione dagli orari ai risultati, riducendo il controllo diretto e aumentando la responsabilità individuale.
coerenza, rispetto, meritocrazia (vera)
C’è poi una dimensione meno visibile, ed è quella legata alla salute mentale. L’ingresso nel lavoro di questa generazione avviene in un contesto in cui il tema del benessere psicologico è centrale perché finalmente diventato esplicito, se ne parla insomma, anche per effetto della pandemia. Questo produce una domanda nuova verso le aziende: ambienti meno esposti a stress cronico, maggiore attenzione al carico emotivo, disponibilità di strumenti di supporto.
Sul piano della leadership questo si traduce in un rifiuto, o almeno una messa in discussione, di modelli gerarchici rigidi e basati su una distanza marcata tra chi guida e chi esegue,. La preferenza va verso stili più trasparenti, con feedback frequenti, possibilità di interlocuzione e una maggiore leggibilità dei processi decisionali. Dentro questo quadro si inserisce una critica che attraversa più generazioni ma che la Gen Z formula senza mediazioni: la cultura dell’adulazione.
probabilmente ha ragione la gen z: serve uno stop a dinamiche tossiche
In molte aziende e società gli avanzamenti di carriera sono stati - e sono ancora - influenzati da dinamiche di allineamento personale ai/alle superiori più che da oggettive qualità del lavoro svolto. Insomma non c'è, pare, una reale meritocrazia. I Millennial sperimentano questa distorsione ogni giorno, trovandosi a competere in contesti in cui essere visti di buon occhio conta molto più del merito (o a volte della dignità). Questo significa vivere nella frustrazione, cosa che la Generazione Z ha bollato come tossica nel minuto esatto in cui è entrata nel sistema lavoro.
La disponibilità a lasciare rapidamente ambienti percepiti come tossici, la propensione a segnalare comportamenti scorretti e la richiesta di coerenza tra valori dichiarati e pratiche effettive hanno finito per mettere sotto pressione modelli organizzativi che sembravano più che consolidati: granitici. Ora è ovvio che non tutti reagiscono allo stesso modo: una parte dei giovani replica schemi alimentati e subiti dai Millennial e un’altra tende a interpretare ogni forma di disciplina come "abuso" e "violenza psicologica". Che non va bene, evidentemente. Ma al netto delle distorzioni e delle disfunzionalità, era tempo che il margine di tolleranza verso certe pratiche si riducesse.
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