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Lavoro e Gen Z: tutte le cose che abbiamo da imparare dai giovani (per esempio che gli straordinari si pagano)

Lavoro e Gen Z: tutte le cose che abbiamo da imparare dai giovani (per esempio che gli straordinari si pagano)
(getty)
Macché rimanere fino a tardi, macché pressioni psicologiche: la Gen Z ha con il lavoro un rapporto tutto suo e forse tutte le altre generazioni hanno solo da imparare
di Eugenia Nicolosi

Nel magico mondo dei social girano video shorts o reels che mostrano la conversazione tra una lavoratrice della Gen Z e la sua manager: la prima, con molta calma, spiega alla seconda che se voleva che partecipasse alla riunione avrebbe dovuto fissarla entro il suo orario di lavoro.

"Cose che non voglio più sentirmi dire" in quanto donna musulmana che indossa l'hijab

La manager tenta di spiegare alla Gen Z che in azienda vengono apprezzati gli sforzi, gli straordinari e gli "extra mile", come per esempio rimanere ad libitum oltre l'orario per dimostrare di avere spirito di sacrificio. La Gen Z replica ancora che se nel contratto c'è scritto che il suo turno finisce alle 6 pm, lei alle 6 pm e un minuto è più che autorizzata ad andarsene, non importa se ci sono riunioni. E aggiunge "ho una vita, cose da fare, di cui non sono tenuta a parlare con te".

"ho una vita di cui non sono tenuta a parlare": la cultura del lavoro secondo la gen z

La discussione sul lavoro oggi ruota attorno a un nodo molto concreto: quanto tempo, quanta disponibilità e quanta identità personale si è disposti a mettere dentro un’occupazione che, sempre più spesso, non garantisce né stabilità né riconoscimento proporzionato. È su questo terreno che la Generazione Z ha spostato il baricentro, probabilmente in modo involontario, con una chiarezza che irrita chi si è formato in un’altra stagione.

Circa il 77 per cento della Gen Z considera l’equilibrio tra vita e lavoro una condizione essenziale per definire una carriera "riuscita" e una maggioranza indica il benessere psicofisico come fattore determinante nella scelta di restare o meno in un’azienda.

La pandemia ha accelerato questa aspettativa, trasformando il lavoro flessibile da eccezione a parametro (anche se costantemente in discussione). Non si tratta solo di lavorare da casa, ma di spostare l’attenzione dagli orari ai risultati, riducendo il controllo diretto e aumentando la responsabilità individuale.

coerenza, rispetto, meritocrazia (vera)

C’è poi una dimensione meno visibile, ed è quella legata alla salute mentale. L’ingresso nel lavoro di questa generazione avviene in un contesto in cui il tema del benessere psicologico è centrale perché finalmente diventato esplicito, se ne parla insomma, anche per effetto della pandemia. Questo produce una domanda nuova verso le aziende: ambienti meno esposti a stress cronico, maggiore attenzione al carico emotivo, disponibilità di strumenti di supporto.

Sul piano della leadership questo si traduce in un rifiuto, o almeno una messa in discussione, di modelli gerarchici rigidi e basati su una distanza marcata tra chi guida e chi esegue,. La preferenza va verso stili più trasparenti, con feedback frequenti, possibilità di interlocuzione e una maggiore leggibilità dei processi decisionali. Dentro questo quadro si inserisce una critica che attraversa più generazioni ma che la Gen Z formula senza mediazioni: la cultura dell’adulazione.

probabilmente ha ragione la gen z: serve uno stop a dinamiche tossiche

In molte aziende e società gli avanzamenti di carriera sono stati - e sono ancora - influenzati da dinamiche di allineamento personale ai/alle superiori più che da oggettive qualità del lavoro svolto. Insomma non c'è, pare, una reale meritocrazia. I Millennial sperimentano questa distorsione ogni giorno, trovandosi a competere in contesti in cui essere visti di buon occhio conta molto più del merito (o a volte della dignità). Questo significa vivere nella frustrazione, cosa che la Generazione Z ha bollato come tossica nel minuto esatto in cui è entrata nel sistema lavoro.

La disponibilità a lasciare rapidamente ambienti percepiti come tossici, la propensione a segnalare comportamenti scorretti e la richiesta di coerenza tra valori dichiarati e pratiche effettive hanno finito per mettere sotto pressione modelli organizzativi che sembravano più che consolidati: granitici. Ora è ovvio che non tutti reagiscono allo stesso modo: una parte dei giovani replica schemi alimentati e subiti dai Millennial e un’altra tende a interpretare ogni forma di disciplina come "abuso" e "violenza psicologica". Che non va bene, evidentemente. Ma al netto delle distorzioni e delle disfunzionalità, era tempo che il margine di tolleranza verso certe pratiche si riducesse.