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Job hopping e donne: anche nel cambiare lavoro le donne restano svantaggiate

Job hopping e donne: anche nel cambiare lavoro le donne restano svantaggiate
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Il job hopping dovrebbe essere uno strumento di crescita professionale. Ma per le donne non produce gli stessi effetti: pause, carriere frammentate e negoziazioni più complesse fanno sì che anche cambiando lavoro il divario resti.
 
di Giulia Mattioli

Negli ultimi anni parlare di carriera ha iniziato a significare qualcosa di diverso rispetto al passato: non si sogna più di trovare un posto per la vita, ma di esplorare, muoversi, ripensarsi. Eppure prima di cambiare lavoro le donne ci devono pensare due volte, perché il movimento e la mobilità, strumenti che in un mercato del lavoro sano dovrebbero corrispondere a crescita professionale, non funzionano allo stesso modo per tutti. Ogni pausa, ogni cambiamento, ogni interruzione o scelta obbligata per conciliare lavoro e famiglia, ogni differenza di negoziazione salariale si somma nel tempo, creando un divario di genere che non si colma semplicemente con l’esperienza o il talento. Anche nel job hopping, insomma, partiamo svantaggiate.

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Cambiare lavoro, per le donne la sfida è maggiore

Nonostante esistano i negazionisti del gender gap (sì, ci sono davvero) è un fatto risaputo e comprovato che la carriera delle donne non sia lineare come quella degli uomini. La disuguaglianza non si manifesta solo in un singolo momento del percorso professionale, è cumulativa: lauree, competenze e ambizioni simili portano a percorsi lavorativi differenti, a stipendi più bassi e opportunità più limitate, nonché pensioni meno consistenti. Numerosi studi, tra cui diversi del McKinsey Global Institute, mostrano che a parità di ruolo e settore, le donne guadagnano in media meno dei colleghi uomini, e accumulano minori benefici previdenziali. 

Negli ultimi anni, cambiare lavoro con frequenza, ovvero praticare il cosiddetto job hopping, è diventato un tratto distintivo dei mercati del lavoro più dinamici. Per molte persone, soprattutto tra le generazioni più giovani, passare da un ruolo all’altro può essere utile a negoziare stipendi più alti, estendere benefit e aprirsi a nuove possibilità di crescita. Tuttavia, anche in questo contesto si vede chiaramente un divario di genere. Sebbene studi internazionali non siano ancora unanimi su tutti gli aspetti del job hopping, alcune ricerche indicano che le lavoratrici, quando affrontano una transizione professionale o subiscono un cambiamento non voluto (come un licenziamento), tendono a subire perdite salariali maggiori rispetto agli uomini, e impiegano più tempo per ritornare ai livelli precedenti di reddito. Studi condotti nel Regno Unito e negli Stati Uniti dimostrano che, pur cambiando impiego con frequenza simile agli uomini, le donne ricevono mediamente incrementi di salario inferiori.

Forum online come Reddit o community professionali sono pieni di testimonianze che raccontano esperienze reali: molte donne descrivono cambi di lavoro motivati dalla ricerca di equilibrio tra vita privata e professionale o di fuga da ambienti tossici, ma lamentano che le nuove posizioni offrono aumenti più contenuti rispetto ai colleghi uomini con ruoli analoghi. Alcune commentano come sia necessario ‘vendere’ meglio, con più insistenza, la propria esperienza, o negoziare in modo più aggressivo per ottenere la stessa retribuzione, un compito che spesso pesa. In sostanza, la mobilità non è un livellatore universale: rimane un vantaggio più accessibile a chi parte già in condizioni più favorevoli.

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Conseguenze a lungo termine: pensioni, benefit e opportunità perse

Il gap economico non si ferma agli stipendi. Pause lavorative, contratti part‑time e carriera frammentata - magari da una gravidanza - hanno un impatto diretto sulle pensioni e sui benefit a lungo termine. In Italia, le donne finiscono per accumulare contributi previdenziali minori, con pensioni in media molto più basse rispetto agli uomini (il gender gap pensionistico nel nostro paese supera spesso il 30%). Le testimonianze online confermano il peso di queste scelte: alcune lavoratrici raccontano di aver preferito contratti più flessibili o trasferimenti più ‘sicuri’ per gestire famiglia e figli, sacrificando però crescita salariale e accumulo pensionistico.

Esperti come Claudia Goldin, vincitrice del Premio Nobel per l’Economia 2023, evidenziano che il divario di genere non è solo questione di scelte individuali, ma di norme culturali e strutture di lavoro che penalizzano chi deve conciliare responsabilità multiple. Goldin ha mostrato come molte carriere più ‘redditizie’ richiedano disponibilità totale in termini di ore e flessibilità, e come queste condizioni favoriscano chi può dedicarsi esclusivamente al lavoro - storicamente gli uomini - mentre penalizzano chi ha responsabilità di cura, di solito donne. Secondo le sue ricerche, il divario salariale tra uomini e donne cresce soprattutto nei primi dieci anni dopo la laurea, spesso in coincidenza con la maternità, non perché le donne siano meno capaci o ambiziose, ma perché le strutture di lavoro non tengono conto della conciliazione famiglia-lavoro. Goldin sottolinea che per ridurre davvero il gender gap occorrono non solo politiche salariali eque, ma anche un cambiamento culturale e organizzativo, con una redistribuzione dei compiti di cura e servizi di supporto alle famiglie.

Il messaggio è chiaro: cambiare lavoro può essere utile, ma senza politiche di supporto, trasparenza salariale e percorsi di avanzamento chiari, le donne restano svantaggiate. Il gap non si colma automaticamente, e le strategie di crescita devono tenerne conto, perché il talento da solo non basta a garantire equità.