Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Cambiare lavoro non è un fallimento: come affrontare la paura di ricominciare

Stare in un lavoro che non soddisfa genera disagio e frustrazione, ma spesso l’idea di cambiare fa paura. Perché scambiamo gli ostacoli per fallimenti e come smettere di farlo - con i consigli della psicologa
di Giulia Mattioli

Se l’aria di rinnovamento che simbolicamente accompagna l’inizio dell’anno vi fa venire voglia di cambiare lavoro, non siete soli: gennaio è un mese in cui molte persone si trovano a fare bilanci, a valutare ciò che non funziona e a immaginare nuove strade, e tutto questo può amplificare ansie e dubbi su scelte professionali importanti. In un’economia stagnante e in un mercato del lavoro che sembra sempre in crisi, cambiare professione è spesso percepito come un passo rischioso, quasi trasgressivo, accompagnato da mille pensieri ansiogeni, tra cui il timore di “buttare via” anni di impegno e sacrifici. I dati, però, raccontano una realtà diversa: quasi la metà dei lavoratori italiani ha cambiato lavoro negli ultimi 12 mesi o intende farlo, con percentuali ancora più alte tra i giovani under 27. Le motivazioni principali sono la ricerca di migliori opportunità di crescita, di un equilibrio più sano tra vita privata e lavoro e di una maggiore soddisfazione economica. Muoversi verso una nuova carriera non è quindi un’eccezione, ma un percorso naturale e diffuso, spesso anticipato proprio dai momenti simbolici di riflessione come l’inizio dell’anno. Tuttavia, ci sono molte altre persone che restano intrappolate in ruoli insoddisfacenti, e qui entrano in gioco meccanismi psicologici complessi che spiegano perché, nonostante il desiderio di cambiare, ci si senta bloccati. 

Congedo di paternità e non solo: perché dobbiamo riconoscere i diritti e i doveri dei padri

Perché cambiare fa paura

Come osserva Silvia Gazzotti, psicologa del lavoro ed esperta di risorse umane, il primo ostacolo è spesso legato a ciò che in economia comportamentale viene definito 'effetto dei costi irrecuperabili', o sunk cost fallacy: “Molte persone restano a lungo in lavori che non le soddisfano perché temono di perdere ciò su cui hanno già investito. Più tempo, energia e sacrifici abbiamo dedicato a un percorso, più fatichiamo a lasciarlo, anche quando non ci rappresenta più o non ci porta dove pensavamo. L’idea di ‘buttare via tutto’ diventa emotivamente più pesante della sofferenza quotidiana”.

Non si tratta solo di calcoli o investimenti materiali: il lavoro è una componente centrale della nostra identità. Gazzotti osserva che cambiare ruolo significa mettere in discussione una narrazione di sé consolidata nel tempo, e che proprio questa messa in discussione genera ansia e senso di smarrimento. A questo si somma la paura del giudizio esterno, che amplifica l’ansia legata al cambiamento. Secondo la psicologa, “In una cultura che ancora premia la coerenza lineare e la ‘tenuta’, cambiare rotta viene spesso interpretato come instabilità, indecisione, incapacità di accontentarsi o fallimento”. Molte persone, osserva Gazzotti, rimangono immobili non tanto per convinzione, quanto per timore di deludere le aspettative della famiglia, dell’ambiente professionale o persino le proprie. L’insicurezza non nasce solo dal rischio concreto, ma dall’idea che gli altri possano giudicare la scelta come sbagliata o imprudente.

Un altro fattore determinante è l’abitudine. Anche un lavoro insoddisfacente diventa un territorio conosciuto, prevedibile, psicologicamente meno minaccioso rispetto all’ignoto. “L’immobilità offre un’illusione di sicurezza, mentre il cambiamento viene percepito come un rischio sconosciuto”, spiega l’esperta. “Questa resistenza nel tempo può avere un costo molto alto: spegnimento, frustrazione cronica, perdita di motivazione e di fiducia nelle proprie capacità”. Comprendere questi meccanismi serve a riconoscere che la difficoltà a cambiare è un funzionamento umano naturale, che può però essere superato quando non serve più al benessere personale.

media_alt
(getty images)

Sogni, passioni e fallimenti

Al di là del cliché dell’attrice fallita, o del musicista che 'non ce l’ha fatta', c’è una realtà più profonda e dolorosa: chi ha cercato di trasformare una passione in mestiere può soffrire particolarmente all’idea che quella strada non si sia rivelata giusta, dovendo fare i conti non solo con l’insoddisfazione professionale, ma anche con sogni infranti e la difficile necessità di rinunciarvi. Silvia Gazzotti osserva: “Spesso chi ha trasformato una passione in professione fatica a separare il fallimento del contesto dal proprio valore personale. Ma concretizzare un sogno rendendolo un business è complicato, perché aspetti identitari e valoriali possono offuscare l’analisi concreta dei dati. Non sempre ciò che sappiamo fare bene funziona dal punto di vista degli affari”. Dovremmo evitare di entrare in un meccanismo del tipo "deve funzionare, altrimenti non so chi sono", suggerisce la psicologa, e “accettare che una passione possa restare tale, o trasformarsi in altro senza dover per forza diventare il centro della propria vita lavorativa. È un passaggio di maturità, non una resa. È il momento in cui il sogno smette di essere una gabbia e torna a essere una risorsa”.

Infine, anche il concetto di fallimento, che molti vivono come una colpa personale, va reinterpretato. Gazzotti evidenzia che spesso fallire, non riuscire, voler cambiare strada sono in realtà occasioni di rifocalizzazione: “Viviamo il fallimento come qualcosa di così doloroso per il significato che gli attribuiamo. Culturalmente tendiamo a leggerlo come una colpa personale, una prova di inadeguatezza, invece che come l’esito circoscritto di una scelta o di un contesto. Poiché il lavoro è fortemente legato all’identità quando qualcosa non funziona rischiamo di confondere l’insuccesso con il nostro valore”, continua la psicologa. A questo si aggiunge una narrazione onnipresente del successo come un tragitto lineare e senza inciampi, che rende ogni deviazione difficile da tollerare. “In realtà, fallire è spesso un passaggio necessario per rimettere a fuoco chi siamo e cosa vogliamo: non definisce la persona, ma può aprire a scelte più consapevoli”.

Per uscire dallo stallo tra insoddisfazione e immobilità professionale, Gazzotti suggerisce un approccio graduale e consapevole: “È importante attivare i propri desideri e esplorare le possibilità che abbiamo davanti, anche avvalendosi dell’aiuto dello psicologo del lavoro, che può chiarire le idee e trasformarle in progetti concreti. Affrontare piccoli passi verso la direzione individuata permette di sperimentare senza stravolgere tutto di colpo. Ogni passo, anche incerto, è apprendimento e crescita. Cambiare non significa buttare tutto, ma ricombinare ciò che già possediamo in modo strategico. Muoversi con consapevolezza, preparazione e supporto riduce il senso di colpa e trasforma la paura in opportunità di rinascita professionale”.