Addio posto fisso, i giovani preferiscono il job hopping
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Cosa significa job hopping
La Gen Z, ovvero la generazione nata all’incirca tra il 1996 e il 2012, sta entrando a far parte del mondo del lavoro: i più 'vecchi' hanno probabilmente già imboccato la direzione professionale desiderata, mentre i più giovani stanno iniziando a coltivare le loro aspirazioni per il futuro. Un futuro che, per quanto riguarda le possibilità di carriera, sta cambiando molto rapidamente, ed è assai diverso da quello dei loro genitori e dei loro nonni. Un futuro in cui la stabilità non è più un requisito essenziale, e nel quale nuove prerogative guidano i ventenni alla ricerca di una modalità di lavoro dinamica, ultra-flessibile e in linea con il proprio stile di vita. Quella che un tempo era considerata una red flag da chi si occupa di selezione del personale, ovvero la permanenza breve di una persona all’interno di un’azienda, oggi è un vero e proprio modus operandi generazionale, che ha molte ragioni di esistere, diversi pro e alcuni contro.
Con job hopping si intende dunque la consuetudine di cambiare mestiere o azienda con una certa frequenza. Secondo un’indagine condotta lo scorso anno da Resume Lab, ben l’83% dei giovani appartenenti alla Gen Z (in questo caso, il campione del sondaggio era americano) che già sono entrati a far parte del mondo del lavoro si reputa un job hopper. La maggior parte punta al cambio di posizione ogni due anni circa, ma non manca chi lo fa annualmente o addirittura ogni 9 mesi. I dati dell’Employee Benefit Research Institute combaciano, e riscontrano che il 33% dei lavoratori ventenni ha mantenuto lo stesso lavoro per meno di due anni nel 2022. Mentre il 22.3% riporta una permanenza di un anno o meno.
Quali sono i vantaggi
Il job hopping non va confuso con il concetto di precarietà, di instabilità: il cambio frequente di mestiere non è una condizione che si subisce, ma una strategia messa in atto volontariamente. Non a caso, è una tendenza che si riscontra soprattutto nei Paesi dove il mercato del lavoro è sano e vitale, e appartiene soprattutto ai settori in rapida evoluzione come quelli che fanno parte dell’universo digitale e delle start-up. E, secondo chi la pratica, ha numerosi risvolti positivi.
Innanzitutto, permette di ampliare velocemente le proprie competenze e accumulare nuove skills. Questo fa sì che in tempi relativamente brevi il curriculum si arricchisca notevolmente, diventando più competitivi nel mercato del lavoro. E qui arriva la seconda, buona ragione per fare job hopping: di volta in volta il salario aumenta, perché, forti delle precedenti esperienze, si ha un maggiore potere contrattuale. Tuttavia, i giovani che hanno risposto al sondaggio di Resume Lab sottolineano come la principale ragione per cambiare di frequente lavoro sia la ricerca di un miglior equilibrio tra vita privata e carriera. Ben il 73% di loro afferma di prediligere il benessere psicologico e mentale rispetto a un aumento di salario. Inoltre, la Gen Z preferisce svolgere ruoli professionali interessanti e stimolanti, lavorare in un ambiente piacevole, fare qualcosa di utile e significativo, piuttosto che guadagnare tanto. L’obbiettivo del job hopping non è dunque (solo) una remunerazione più alta, ma una buona conciliazione tra lavoro e vita personale.
Perché la Gen Z lascia facilmente il posto di lavoro
Dare le dimissioni può spaventare, specialmente se il panorama attorno a noi è desertico: in Italia sia la Gen Z e che i Millennials si sono affacciati su un mercato del lavoro instabile, che dà ben poche soddisfazioni, specialmente quando si parla di stipendi (che, com’è noto, nel nostro Paese non crescono, al contrario del costo della vita). Ma una cosa che i giovani non sono più disposti a fare è sacrificare il proprio benessere per una professione che non li ripaga, e non li soddisfa. Un vero e proprio divario generazionale li divide dalla ‘vecchia guardia’ che li accusa di essere pigri e viziati: tutti ricordano l'invito di Elsa Fornero, all'epoca a capo del Ministero del Lavoro, a non essere troppo choosy, rimproverando ai giovani di snobbare le offerte di lavoro, quasi fosse una sorta di capriccio. In realtà un visionario, geniale, talentuoso imprenditore come Steve Jobs li incoraggiava a fare proprio il contrario, affermando “Stay hungry, stay foolish”, ovvero "siate affamati, siate folli”, un invito a non accontentarsi.
Cosa cerca la Gen Z
Cosa spinge al job hopping? Disillusa da un mondo del lavoro sempre meno allettante e contemporaneamente sempre più consapevole del fatto che il benessere della persona deve venire al primo posto, la Gen Z dichiara - stando ai dati del report sopra citato - di non voler lavorare più ore del necessario (41% delle risposte), di non essere disposti a vivere nell’infelicità per un posto di lavoro che non li appaga (33%), e di non voler far parte di aziende i cui valori contrastano con i propri ideali - lo pensa il 35% degli intervistati, un dato molto alto che sottolinea come i temi della diversità, dell’inclusione, della sostenibilità ambientale siano parametri molto importanti per le nuove generazioni. Un ambiente di lavoro tossico, la mancanza di possibilità di avanzamenti di carriera, un generale squilibrio tra vita professionale e vita personale sono altre ragioni più che sufficienti per cambiare lavoro. Se questi aspetti dovessero verificarsi, il 75% dei giovani che ha risposto al sondaggio afferma che lascerebbe la propria posizione anche prima di averne trovata un’altra.
Tra le prerogative dei giovani lavoratori c’è inoltre la flessibilità negli orari: secondo il 35% degli interpellati, l’orario fisso è una condizione sgradita, che non si coniuga più con le esigenze contemporanee. Per il 27% il lavoro da remoto è la possibilità più auspicabile, mentre per il 29% l’aumento regolare della paga e la possibilità di avanzamenti di carriera (o anche semplicemente di acquisizione di nuove competenze, formazione) sono requisiti che attirano verso un nuovo impiego. Insomma, più che al mero stipendio, al ‘fare soldi’, la Gen Z punta a stare bene, ad essere felice. Un cambio di paradigma notevole rispetto alla cultura del lavoro inteso come valoroso sacrificio che ha permeato fino ad oggi la nostra società.
La situazione italiana
Naturalmente la possibilità di fare job hopping dipende anche dal mercato del lavoro in cui ci si trova. Non è particolarmente vitale quello italiano, e non stupisce rendersi conto che qui la parola flessibilità purtroppo faccia rima con instabilità e precarietà. Eppure, il cambiamento di paradigma serpeggia anche nei giovani nostrani: secondo l’Osservatorio Ben-Essere e Felicità la Gen Z italiana è in crisi perché “le sue aspettative di mansioni ed integrazione fra vita e lavoro sono molto diverse da quelle offerte oggi dal sistema produttivo”. Secondo lo studio, il 60% dei giovani appartenenti alla generazione dei nativi digitali sarebbe incline a cambiare lavoro (contro il 22% dei boomers, il 43% della Gen X e il 49% dei Millennials). Insomma, anche i ventenni italiani sarebbero molto più propensi delle generazioni che li hanno preceduti a fare job hopping, se solo la situazione lo permettesse. Purtroppo se un ragazzo italiano cambia lavoro mediamente è a causa di contratti che non offrono tutele, stage eterni e paghe misere nonostante i turni massacranti e le numerose competenze richieste.
I punti a sfavore del job hopping
Anteporre la propria crescita e il benessere individuale alla fedeltà aziendale può comportare alcuni rischi: sono molti infatti i recruiter, i selezionatori di personale, che considerano il job hopping una red flag, ovvero una sorta di segnale di allarme. Scoprire che la potenziale candidata ha cambiato tre lavori in quattro anni può far vacillare la fiducia nei suoi confronti: questa persona se ne andrà alla prima difficoltà o alla prima miglior offerta che riceverà? Sono ancora molte le aziende che valorizzano la stabilità, soprattutto quando si tratta di realtà solide, aziende di famiglia, attività la cui gestione è legata alla continuità. Ma non si tratta solo di affidabilità: se si sente l’esigenza di cambiare spesso lavoro, può essere che i percorsi intrapresi fina ad ora non fossero adatti alle proprie capacità ed esigenze. Jeff Hyman, chief executive di Recruit Rockstars, interpellato dal New York Times afferma: “I datori di lavoro potrebbero dubitare della capacità di giudizio del candidato, della sua abilità nel prendere decisioni”. Sono pur sempre opinioni che provengono da un appartenente ad un paio di generazioni precedenti alla Z: sarà la sua visione destinata a durare nel tempo o il job hopping diventerà la filosofia professionale del futuro?
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