Bambine per sempre: in Italia tre donne su 10 non hanno dei soldi tutti loro (ed è un problema)
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È come un filo invisibile: esiste ma non lo vediamo o fingiamo di non vederlo, credendo di non essere coinvolte. Eppure, oltre tre donne su dieci non hanno nemmeno un conto corrente personale. E non avere un conto corrente personale significa, in primo luogo, non essere autonome nella gestione dei propri soldi (per quelle che li guadagnano). Ma soprattutto significa incorrere in una serie di limitazioni di natura pratica, economica e psicologica. E nonostante il tempo che passa e le parole che si dicono, in Italia il 31,2 per cento delle donne ancora dipende economicamente dal partner o da un altro familiare perché non possiede un conto corrente. Il 12,9 per cento ha uno solo conto cointestato con il partner o un familiare e il 4,8 per cento non ha alcun conto corrente, nemmeno cointestato.
non avere dei soldi propri: troppi rischi, troppo da perdere
Non avere dei soldi propri o averli ma depositarli in un conto corrente cointestato con il/la partner o con altri familiari o direttamente intestato per intero a qualcun altro, significa crearsi una catena difficilissima da rompere e mettersela alla caviglia. Chi non ha un conto personale non ha accesso diretto al proprio denaro. Se lo stipendio o qualsiasi forma di reddito (assegni familiari, rimborsi, bonus) viene versato su un conto cointestato o intestato a qualcun altro (partner, genitore, familiare), non può disporne liberamente: ogni spesa deve essere autorizzata, discussa, concordata. E non parliamo necessariamente di spese folli e shopping compulsivo: le limitazioni sono nella gestione della vita quotidiana, perché i soldi devono essere chiesti a qualcun altro, diversamente non si possono effettuare pagamenti, né usare una carta di debito o credito a proprio nome, né si possono ricevere bonifici (stipendio, rimborsi, contributi). Senza un conto personale si è invisibili per il sistema bancario, economico e previdenziale, il che esclude da alcuni diritti come pensioni, detrazioni, agevolazioni.
Ma non avere dei soldi propri, ovviamente, contribusce a creare un'asimmetria di potere nelle relazioni. Sappiamo già che una donna su 4 in Italia ha già subito violenza fisica. E che lo vogliamo oppure no, che ce ne rendiamo conto oppure no, il denaro è una leva di potere. Se solo uno dei due partner ha accesso ai soldi, l’altro è per forza subordinato e questo squilibrio può facilmente diventare una forma di controllo o violenza economica: l’impossibilità di uscire da una relazione tossica o violenta perché “non ho i soldi per farlo” è infatti una realtà per moltissime donne: senza soldi, non si può pagare un trasporto né una stanza in cui rifugiarsi uin emergenza.
Ma non solo: è un circolo di esclusione che alimenta se stesso. Infatti avere un conto corrente personale è fondamentale per iniziare a pensarsi libere: chi non lo ha è spesso esclusa dalle opportunità lavorative perché molti datori di lavoro richiedono un conto personale per accreditare lo stipendio.
Una nuova ricerca realizzata da Bain & Company, Casa Accoglienza delle Donne Milano e Differenza Donna mette nero su bianco un quadro sociale che dovrebbe costringerci prima ad allarmarci, ma poi a interrogarci e intervenire. In Italia, il 75 per cento della popolazione non riconosce come gravi le forme di violenza psicologica ed economica: ed è particolarmente grave se pensiamo che stiamo crescendo una nuova generazione che non sa riconoscere la violenza se non è fisica, che considera “normale” il controllo economico, i ricatti emotivi, l’umiliazione sistematica. E in un Paese in cui il gender pay gap resta strutturale, in cui il lavoro di cura è quasi interamente sulle spalle delle donne e in cui le dimissioni per maternità sono ancora una realtà quotidiana, dovremmo lasciarci scandalizzare da dati come questi. E invece non si scandalizza nessuno.
Azzurra Rinaldi, "il problema dei soldi non è individuale ma collettivo"
Le circostanze attuali non sono nate nel vuoto, ma dal caro, vecchio stereotipo della femminilità: "È uno stereotipo che depotenzia: devi essere invisibile, parlare poco, soprattutto in riunione, sparire. La tua presenza non deve disturbare, soprattutto negli spazi di potere: in politica, nei vertici aziendali. Così sei femminile", spiega l'economista Azzurra Rinaldi, docente e autrice di Le signore non parlano di soldi e Come chiedere un aumento. "Ci sono bias culturali che si trasmettono anche attraverso l’educazione: le valutazioni scolastiche delle bambine nelle materie economiche sono in media migliori eppure per qualche ragione – culturale, non naturale – si continua a credere che con i numeri siano più bravi i maschi. Lo credono ancora i docenti e lo credono perfino le bambine stesse. In generale il percorso scolastico, salvo rare eccezioni, rinforza questo stereotipo. Poi c’è un elemento specifico dell’Italia: non esiste un’educazione finanziaria strutturata per nessuno".
Ma il sistema turbocapitalista "incoraggia i maschi a misurare la propria virilità sul denaro che portano a casa, sul successo economico: quindi loro provvedono perché la società li spinge verso il denaro, il guadagno, la conquista. Alle donne, invece, insegna a farsi mantenere". Come uscire dal loop? Con la consapevolezza.
"Serve un modello culturale diverso. Occorre che gli uomini si depurino da questo schema di virilità tossica e che le donne imparino a ignorare il canone di femminilità che toglie spazio, che le vuole docili, mansuete, dipendenti". Diverso è per le donne già adulte, cresciute a pane e obbedienza: "il cambiamento passa anche attraverso le relazioni tra donne. Costruire reti, confrontarsi. Parliamo di soldi, di quanto guadagniamo, mettiamo il tema del denaro sul tavolo ignorando la vocina che ci suggerisce di non farlo: sappiamo che parlare di soldi è ancora un atto rivoluzionario perché significa prendersi uno spazio che fin da piccole ci hanno detto di non prenderci, che non era nostro. Parlando di finanze personali, guadagni e stipendi ci renderemmo conto che il rapporto problematico delle donne con il denaro non è personale, intimo e individuale: ma collettivo".
Non è pigrizia: è aver ceduto alla lusinga sociale
Dietro alla diffusa assenza di un conto personale non c'è pigrizia né una reale volontà di dipendere in tutto e per tutto da qualcuno anche da adulte. Alle spalle di quelle tre donne su dieci che in Italia non sono economicamente indipendenti, c''è una cultura che scoraggia le donne dall’avere una propria identità economica. E come lo fa? Con le solite, vecchie lusinghe: la stessa cultura che educa le ragazze a desiderare un uomo che le mantenga che le illude che la realizzazione completa si raggiunga quando vengono "scelte" e "trattate da principesse" dal partner che invece guadagna, così possono - volendo - mollare il lavoro.
La stessa cultura che continua a infantilizzare le donne ignorando i loro "no", non credendo alle loro idee, versioni della storia, opinioni. E contemporaneamente chiede loro di essere abbastanza adulte da crescere bambini e bambine con vocazione e maestria, di comprendere il partner come fosse un altro figlio perché "loro sono più mature", di dedicarsi alla cura del prossimo e della casa perché è "nella loro natura". Eccola, la lusinga sociale che persuade le donne a sacrificare il proprio lavoro, la propria indipendenza, sull'altare del mito della donna perfetta, anche perché nel frattempo, il mondo del lavoro le discrimina, le sottopaga, le blocca sotto al soffitto di cristallo. E fuori, il mondo istituzionale nega loro sostegni di alcun tipo per aiutarle a conciliare empowerment e doveri familiari che spaccia come naturali.
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