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Equilibriste, ma solo perché costrette: il report 2025 di Save the Children sulle madri è brutale

Equilibriste, ma solo perché costrette: il report 2025 di Save the Children sulle madri è brutale
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Save The Children ha diffuso il report annuale con cui dipinge il quadro delle madri italiane: "Equilibriste" è ogni anno più brutale, ma sembra importare a chiunque, tranne che alla Politica.
di Eugenia Nicolosi

Come una cartolina logora, la "Festa della Mamma" arriva ogni anno assieme agli affannosi omaggi istituzionali, tra parole gonfie di celebrazione ma vuote di sostanza. Dall'altra parte c'è chi celebra la maternità fotografando la realtà per denunciarla. Save The Children ha diffuso anche quest'anno il report Le Equilibriste: una serie di numeri e informazioni incolonnate che restituiscono la verità, per quanto dolorosa sia. Le madri italiane non hanno bisogno di fiori e comunicati stampa: hanno bisogno di diritti e tutele.

"Cose che non voglio più sentirmi dire" in quanto mamma lesbica

In Italia, diventare madre è ancora un atto di resistenza. In un Paese dove la natalità è crollata c’è chi si ostina a chiedersi perché le donne non facciano figli. Come se non bastasse aprire gli occhi sulla realtà: una su cinque smette di lavorare dopo aver partorito. E non per scelta.

il report spiega perché le donne rifuggono la maternità

Nel 2024 le nascite sono crollate a un nuovo, impensabile, minimo storico: solo 370mila bambini, -2,6 per cento rispetto all’anno precedente. L’età media delle madri è salita a 32,6 anni. È un segnale di libertà di scelta, ma più spesso di quanto non vorremmo è un segnale di rinuncia: l’Italia è un Paese in cui fare figli è un lusso che si paga con la propria indipendenza. La maternità, in Italia, è una sentenza di retrocessione sociale. Il 20 per cento delle donne smette di lavorare dopo aver partorito. Lo fa non per “stare più vicina ai figli”, ma perché non ha alternative. Manca, letteralmente, ogni tipo di servizio utile a sostenere la maternità: asili nido, flessibilità lavorativa, supporto pubblico, accessibilità di spazi pubblici. E intanto, le madri che restano al lavoro, lo fanno part-time, in condizioni peggiori e frustrazione maggiore.

Tra le donne 25-54enni occupate, il part-time cresce dal 22,2 per cento (donne senza figli) al 35,6 per cento (madri con almeno un figlio minore). È la “child penalty”, la tassa occulta che colpisce le donne quando diventano madri: mentre gli uomini con figli vengono premiati, le donne vengono penalizzate. È la cultura dominante, bellezza. Il 91,5 per cento dei padri lavora. Le madri? Solo il 62,3 per cento.

Il divario cresce con il numero di figli: solo il 60,1 per cento delle (poche) madri con due o più figli ha un lavoro. Una condanna silenziosa e sistemica. Le dimissioni volontarie raccontano lo stesso orrore: nel 2024, il 72,8 per cento delle oltre 61mila dimissioni di neogenitori riguarda donne. E nel 96,8 pe cento dei casi - cioè la quasi totalità - le motivazioni sono mancanza di servizi, incompatibilità tra lavoro e cura, pressioni aziendali più o meno esplicite.

essere madre e lavorare senza un welfare è impossibile

Ma se tutte le madri sono in bilico, le madri single camminano sull’orlo del precipizio. Oltre 1 su 2 tra i 25 e i 34 anni non lavora. Il 77,6 per cento delle famiglie monogenitoriali è composto da madri sole con figli a carico. E queste madri, insieme a quelle lontane dalla famiglia di origine e dal welfare familiare costituito da parenti e amici, sono le più esposte alla povertà: il 32,1 per cento dei nuclei monogenitoriali è a rischio povertà o esclusione sociale, contro una media nazionale già drammatica del 23,1 per cento. E dal momento che la Questione Meridionale non si è esaurita negli anni Novanta e si lega a quella di genere, il report evidenzia come oltre allo squilibrio di genere resistano fortissime disparità territoriali e sociali. Nel Mezzogiorno la situazione è tragica: solo il 45,2 per cento delle madri single tra i 25 e i 54 anni lavora, contro l’83 per cento del Nord. 

Il report "Le Equilibriste" contiene una stima a cura del Think-Tank Tortuga su quanto una riduzione dei costi dell’assistenza a carico delle famiglie, attraverso investimenti in asili nido, potrebbe ridurre in modo sostanziale la child penalty e promuovere una maggiore equità di genere nel mercato del lavoro. 

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In Italia, dopo la nascita di un figlio, la child penalty iniziale è pari al 33 per cento. Ma con una riduzione dei costi a carico delle famiglie per i servizi per l’infanzia del 30 per cento si registra una child penalty tra il 28,5 per cento (stima conservativa) e il 27,6 per cento (stima ottimista). Nello scenario più ambizioso (-90 per cento dal costo attuale in carico alle famiglie), la penalizzazione delle madri si ridurrebbe fino al 16,8 per cento.

Una maggiore estensione dei servizi di cura favorirebbe anche una partecipazione al mercato del lavoro delle mamme: nel 2024 la quota di donne 25-54enni occupate a tempo pieno scende drasticamente dal 77,8 per cento tra le donne senza figli al 64,4 per cento tra le madri con almeno un figlio minore. Il part-time aumenta in modo marcato, passando dal 22,2% tra le donne senza figli al 35,6 % tra le madri con almeno un figlio minore. Intanto i congedi di paternità restano ridicoli, i nidi insufficienti e il lavoro delle donnne è ancora visto come un passatempo, nell'attesa della maternità alienante. Non è un caso se l’Italia è al 96esimo posto su 146 Paesi per partecipazione femminile al lavoro e al 95esimo per parità retributiva di genere.

il governo cosa fa per sostenere le madri?

Tra le principali novità introdotte dalla Legge di Bilancio per il 2025 in materia di sostegno alla genitorialità, spicca il nuovo Bonus per le nascite. Si tratta di un contributo una tantum di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato a partire dal primo gennaio 2025, destinato alle famiglie con un ISEE non superiore a 40mila euro. L’intento dichiarato è quello di incentivare la natalità e contribuire alle spese legate alla cura dei figli, con uno stanziamento previsto di 330 milioni di euro per il 2025 e di 360 milioni annui a partire dal 2026. Ma questa misura – già adottata da precedenti governi senza risultati concreti – viene criticata per la sua efficacia limitata e per il fatto che complica ulteriormente il quadro dei sostegni economici esistenti. Infatti, le famiglie che accolgono un neonato si trovano a dover gestire due procedure distinte: una per accedere all’Assegno Unico e Universale (AUU), che garantisce un sostegno mensile almeno fino ai 18 anni del figlio (con una maggiorazione del 50 per cento nel primo anno), e un’altra per ottenere il bonus da 1.000 euro. Questo duplice iter burocratico può risultare oneroso e disorientante, specialmente per nuclei familiari già sotto pressione economica e organizzativa.

Un’altra misura contenuta nella Legge di Bilancio riguarda l’estensione della decontribuzione per le madri lavoratrici. Introdotta nel 2024 per le lavoratrici dipendenti con tre o più figli, questa agevolazione viene estesa, dal 2025, anche alle madri con almeno due figli (dipendenti o autonome, escluse le forfettarie), fino al decimo anno di età del figlio più piccolo e con reddito annuo non superiore a 40mila euro. Ma emergono disuguaglianze paradossali: le madri con redditi più alti ricevono vantaggi maggiori, mentre quelle con redditi più bassi ottengono benefici più modesti.

Sul fronte del congedo parentale, la Legge di Bilancio prevede l’aumento dell’indennità all’80 per cento della retribuzione per tre mesi (entro i primi sei anni di vita del bambino), per i genitori che terminano il congedo di maternità o paternità a partire dal primo gennaio 2024. Questa misura amplia quanto già introdotto nel 2023 e 2024 ed è considerata un passo avanti verso una maggiore equità nella condivisione dei carichi familiari. Ma resta invariata la disciplina del congedo di paternità obbligatorio, che continua a prevedere solo 10 giorni retribuiti al 100 per cento, non accessibili ai padri autonomi o iscritti alla Gestione separata. 

basta favole: se sono "equilibriste" è perché devono

Un Paese che si permette di perdere donne e madri per strada non può stupirsi se le culle restano vuote.  Dove nasci determina la tua possibilità di essere madre o di sopravvivere nel tentativo. Il report è accompagnato da una nota di Giorgia D’Errico, la Direttrice di Affari pubblici e Relazioni istituzionali di Save the Children. "Servono politiche strutturali, integrate e durature che garantiscano risorse e strumenti per sostenere le famiglie nella cura dei figli e nella conciliazione tra vita privata e professionale. È fondamentale, ad esempio, garantire a tutti i bambini e le bambine l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia, ampliando l’offerta in tutti i territori e assicurandone la sostenibilità nel lungo periodo, ed estendere la durata dei congedi di paternità, incentivandone l’utilizzo e riconoscendo il valore sociale della cura anche per i padri, in una logica di corresponsabilità. Solo così potremo costruire un futuro in cui la genitorialità, il lavoro e la vita privata non siano in conflitto, ma possano coesistere come parte di un progetto di benessere individuale e collettivo". 

Se sembra logico è perché lo è. Ma ai piani alti pare che nessuno abbia il coraggio di guardare in faccia le vere famiglie italiane: quelle dove una madre su tre è a rischio povertà, dove il part-time è una trappola di genere e dove la maternità non è mai riconosciuta come lavoro, ma sempre come missione, vocazione, sacrificio. Non è questione di destra o sinistra. È una questione di civiltà. Le donne italiane sono equilibriste perché diversamente cadrebbero nel vuoto. Il problema è proprio questo: le madri italiane sotto la sottile fune che le tiene a galla, hanno il vuoto della romanticizzazione della maternità