Addio gavetta: come l’AI sta cambiando l’inizio delle carriere
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È bastato un attimo: l’AI è entrata nel mondo del lavoro e in pochissimo tempo ne ha riscritto le regole. Oggi l’intelligenza artificiale redige e invia email, analizza montagne di dati, risponde ai clienti, fa ricerche, controlla numeri, organizza informazioni, anticipa problemi, rimodellando competenze e gerarchie che fino a ieri sembravano scolpite nella pietra. Tra le prime, più evidenti conseguenze di questa rivoluzione c’è la graduale scomparsa delle posizioni entry-level nei settori legati al digitale: diverse ricerche riscontrano che i ruoli di ingresso si stanno progressivamente riducendo, perché i compiti 'facili', che servono a imparare sul campo, a testare le proprie capacità, a costruire le prime competenze concrete, oggi possono essere svolti da macchine. Una prospettiva poco allettante per chi si affaccia in questi anni su un mondo del lavoro già complicato. Eppure nel contempo diversi analisti offrono un’altra lettura del fenomeno, affermando che il percorso per entrare nel mondo del lavoro non è sparito nel nulla, si è semplicemente trasformato.
L’intelligenza artificiale ha riscritto le regole del primo impiego
Secondo statistiche riportate da MyPerfectResume tra il 2018 e il 2024 la quota di lavori che richiedono tre anni di esperienza o meno è calata drasticamente in molti settori chiave: per fare qualche esempio, nello sviluppo software dal 43% al 28%, nell’analisi dei dati dal 35% al 22% e nel consulting dal 41% al 26%. In pratica, le aziende saltano l’assunzione di neolaureati e puntano su persone con più esperienza, candidati già pronti a prendere decisioni autonome e a orientarsi in contesti complessi.
Il paradosso è evidente: le aziende vogliono giovani pronti, ma la preparazione tradizionale non passa più attraverso l’esperienza graduale. McKinsey stima che circa il 45% delle attività associate a ruoli entry-level potrebbe essere automatizzata entro pochi anni, mentre studi dell’OECD e del Brookings Institute mettono in guardia sui rischi: senza possibilità di imparare ‘dal basso’, i giovani sviluppano competenze cognitive e digitali elevate, ma fanno limitata esperienza pratica, che è indispensabile per affrontare imprevisti e problemi complessi. Fra l’altro, alcune delle posizioni più a rischio, che prevedono compiti standardizzati e quindi sono particolarmente esposte all’automazione, sono tradizionalmente coperte da donne, come amministrazione e customer service. Questo potrebbe aggravare lo squilibrio di genere già ben presente nel mercato del lavoro.
Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, vale la pena assumere un altro punto di vista: questi ruoli a rischio non stanno del tutto scomparendo, ma si stanno trasformando in posizioni ibride, che richiedono coordinamento, supervisione di sistemi e gestione dei rapporti tra persone e AI. Secondo alcuni analisti queste funzioni starebbero diventando più strategiche e complesse, aprendo a percorsi di carriera che fino a pochi anni fa erano impensabili. In pratica, se l’AI sta chiudendo delle strade, ne sta anche aprendo delle altre.
Al momento però, questa evoluzione resta ipotetica, o perlomeno applicabile solo a pochi contesti: non tutti i settori e tutte le professioni si adatteranno alla stessa velocità, e il rischio concreto è che alcuni giovani si trovino senza punti di riferimento e senza strumenti per muoversi efficacemente nel mercato. L’ottimismo è plausibile, ma non garantito: un mondo del lavoro più flessibile, creativo e umano potrebbe nascere, ma a condizione che istruzione, formazione e politiche occupazionali evolvano di pari passo con la tecnologia.
Le competenze che l’AI non può sostituire
La vera prospettiva rosea è che in mezzo a questa trasformazione alcune competenze restano difficili da replicare: pensiero critico, capacità di giudizio, negoziazione, empatia, intuizione, comprensione del contesto sono skills che l’Intelligenza Artificiale ancora non riesce a imitare. E dunque è su queste che occorrerà puntare, integrandole alle competenze digitali ormai necessarie in quasi tutti i settori. Uno studio del 2024 pubblicato su ArXiv rileva che chi integra strumenti di intelligenza artificiale nel proprio mestiere ottiene risultati migliori, non perché la tecnologia faccia il lavoro al posto suo, ma perché amplifica le capacità strategiche e analitiche. L’AI può diventare un'alleata e non una sostituta, e chi la sa usare con intelligenza può costruirsi un ruolo nuovo e unico; non a caso, diversi sondaggi mostrano come molti giovani, soprattutto della Generazione Z, la percepiscono come uno strumento per distinguersi e costruire carriere più stimolanti.
Anche i percorsi formativi (o perlomeno quelli davvero al passo coi tempi) stanno cambiando obiettivi e modalità, e sempre più spesso all’apprendimento dei compiti 'classici' affiancano lo sviluppo di competenze 'nuove', che integrano e fondono abilità umane e digitali. Inoltre, per chi cerca lavoro senza posizioni entry-level disponibili, d’ora in avanti è fondamentale costruire esperienze pratiche in autonomia: partecipare a progetti personali o freelance, fare stage non convenzionali, contribuire a community o iniziative open-source, usare strumenti digitali per dimostrare capacità e autonomia. Fare la ‘gavetta’ da soli, praticamente: la sfida di domani è trovare nuovi modi per imparare, sperimentare e inserirsi nel mercato. Il problema è che non tutti avranno le stesse opportunità.
Le nuove regole del gioco richiedono autonomia, iniziativa e capacità di adattamento. È vero che alcuni lavori rischiano davvero di scomparire, ma altre professioni potrebbero trasformarsi, aprendo forse nuove porte d’ingresso che potrebbero portare a percorsi più complessi o gratificanti. Ciò che ieri era routine oggi può diventare esperienza strategica, e chi lo capisce in anticipo si posiziona già un passo avanti.
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