Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
divertiti! Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Abbiamo perso il divertimento (e la gioia)?

Abbiamo perso il divertimento (e la gioia)?
Da qualche parte tra i social e la performatività abbiamo dimenticato il divertimento.
E quello che vediamo sui social? È un divertirsi fasullo, costruito a tavolino per essere postato e prendere "like". 
di Eugenia Nicolosi

La società ha dimenticato come divertirsi o soltanto non ha il tempo di farlo? Secondo un editoriale del Washington Post dal titolo per nulla incoraggiante Fun is dead, il divertimento è morto, abbiamo "perso il divertimento". Perché il divertimento si è evoluto fino a diventare un lavoro, a volte più di quanto non sia un lavoro il vero lavoro. Scrive il collega: "Il divertimento è diventato enfatico, estenuante, programmato, incasellato, pubblicizzato, forzato e performativo. Gli adulti si registrano assiduamente mentre sembrano avere qualcosa mascherato da divertimento, una raffica di micro aggressioni sociali coachelliche (da "Coachella" un celebre festival musicale, ndr) scatenate su più piattaforme di social media. Guardatemi mentre mi diverto! Il che significa che non è niente del genere". Il divertimento quindi è fantoccio. Un fake. E in tutta onestà, sappiamo bene che quando ci si diverte realmente non si pensa a prendere il telefono per fare video o foto. Di solito, dei momenti veramente divertenti, sui social non c'è traccia. 

Accettare sé stessi e i propri demoni interiori: la lezione di Naruto secondo Alberto Malanchino

fun is dead: il divertimento è morto (davvero?)

In una società che sperimenta la paura di perdersi le cose che succedono, che ha l'ecoansia, che se non si impegna politicamente, trovando sfogo nelle lotte sociali, si lamenta che non c'è niente da fare, è facile chiedersi che fine abbia fatto - e quando - il divertimento allo stato puro. Quella cosa che Treccani definisce come "passare il tempo piacevolmente, provare piacere in qualche cosa". Non soddisfazione, riconoscimento e orgoglio: piacere. Nella pressa psicologica del vedere come si diverte l'influencer che abita nella capitale europea abbiamo dimenticato come divertirci noi. Nell'ansia di raggiungere lo stile di vita - divertentissimo, apparentemente - di chi seguiamo sui social, e il suo successo, ci dimentichiamo il nostro divertimento. Forse sì: è un po' colpa degli smartphone se non facciamo altro che paragonare le nostre vite a quelle non degli altri, ma che gli altri raccontano.

media_alt

Perché mentre ci siamo assuefatti alla tecnologia e alla costante condivisione (ma solo di cose invidiabili), abbiamo smesso di apprezzare le cose che facciamo. Abbiamo smesso di vivere il presente e il divertimento è per definizione qualcosa che si sperimenta nel tempo presente. Quindi, dicevamo, il divertimento è diventato un lavoro. O almeno mostrare di divertirsi lo è diventato. Il che ci porta direttamente al secondo motivo per cui abbiamo difficoltà a "provare piacere in qualche cosa" (e grazie Treccani per la semplificazione).

Produttività ed esibizione (altro che divertirsi)

La maggior parte delle persone non ha soltanto perso la capacità di divertirsi, non sa proprio cosa sia il divertimento: il divertimento non è ubriacarsi la sera, non è guardare una serie che fa ridere o una vagonata di reel su Instagram o TikTok, il divertimento non è andare in giro a fare shopping e non è nemmeno viaggiare. O forse è tutte queste cose, però divertendosi.  Ma siamo così radicate nella “cultura della produttività” che siamo arrivate a pensare che divertirsi sia semplicemente fare qualcosa di non produttivo ma nel frattempo e nel burnout generale, abbiamo perso la capacità di essere persone divertenti e interessanti. Né lo pretendiamo dagli altri, giustamente. Però lo cerchiamo, il divertimento. Senza trovarlo mai. E l'atmosfera che si crea è quella di sentirsi esauste senza aver fatto nulla. La cultura della produttività, che per inciso non si applica solo al lavoro, è un modo di occupare il mondo che affronta ogni aspetto della vita come una via per l'attività, per l’auto-miglioramento, per il completamento di una corsa (che è solo nella nostra testa). Questo quadro non vede la lettura di un libro come un modo per soddisfare i propri interessi o evadere dalla monotonia della vita ma come una sfida a leggere, velocemente, il libro di cui parlano tutti per commentarlo e dimenticarsene dopo trenta secondi. Lo stesso vale per un film o una serie. Non apprezziamo niente perché temiamo di restare indietro, temiamo di non essere viste, temiamo di perdere qualcosa. E in effetti stiamo perdendo la parte bella della vita. Che poi è il divertimento. Dovremmo fare cose che ci ricordano che siamo vive, non quelle che ci fanno sentire produttive o invidiabili perché le postiamo sui social.

è tempo di ricreazione (non performativa)

Una scena del film La pazza gioia
Una scena del film "La pazza gioia"  (youtube)

Le ore libere dal lavoro sono quelle in cui ci sentiamo in colpa perché non stiamo "facendo" qualcosa che andrebbe fatto. E se non è il lavoro è la cena. Se non è la cena è la telefonata alla zia. Se non è la telefonata alla zia è lo shampoo. Ma le ore libere non sono improduttive perché “incidono” sulle ore produttive, sebbene esistano su piani completamente diversi e sebbene il concetto di produttività dovrebbe essere limitato alla sfera del lavoro. Dovremmo invece permetterci di goderci la nostra ricreazione senza pensare a quale scopo serva ed essere partecipi di quei momenti in cui non stiamo performando. Soprattutto smettendo di performare, perché a prendersi sempre sul serio un tempo erano i cattivi dei cartoni animati, oggi lo facciamo tutte e tutti. Ed ecco perché abbiamo perso la gioia.