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ma dove scappi? Aggiornato alle 4 minuti di lettura

La dipendenza dallo smartphone nasce dalla voglia di fuga (anche da noi stesse)

La nostra dipendenza dallo smartphone non è legata alle funzioni (alcune preziose) che offre il dispositivo.
Noi letteralmente scappiamo da noi stesse e dagli altri. 
di Eugenia Nicolosi
La dipendenza dallo smartphone nasce dalla voglia di fuga (anche da noi stesse)

Alain De Botton dice che The challenge for a human now is to be more interesting to another than his or her smartphone, tradotto: La sfida per un essere umano oggi è essere più interessante di uno smartphone. Ma ha anche detto che "Il vero amore è la mancanza di desiderio di controllare il proprio smartphone in presenza dell'altra persona".

Ok ma chi è Alain de Botton? È uno scrittore e filosofo che ha scritto libri su vari argomenti e temi contemporanei, sempre sottolineando la rilevanza della filosofia calata nella vita quotidiana (che in Italia sono pubblicati da Guanda). Dal 2008 De Botton è impegnato in un'iniziativa culturale, con base a Londra, denominata School of life (Scuola di vita): attraverso questa piattaforma offre un'istruzione che ha come fine una vita che lui definisce completa. E sì, si occupa anche di tecnologie e soprattutto del nostro rapporto con le tecnologie.

Quante volte la paura di stare da soli ci spinge in relazioni sentimentali in cui non crediamo davvero?

dipendenza da smartphone: la verità

In un'intervista De Botton ha detto che riconoscere di essere dipendenti dal nostro telefono cellulare non serve se serve solo a dire che “lo usiamo troppo” (secondo un Digital 2023 Global Overview Report su 45 Paesi la media è di 6 ore e 37 minuti). Infatti il filosofo sottolinea che la nostra dipendenza dallo smartphone deriva dal fatto che lo usiamo per evitare noi stesse. Per allontanarci da noi. Infatti, grazie allo smartphone, possiamo restare da sole, in una stanza, per un tempo quasi illimitato, senza ascoltare i nostri stessi pensieri fluire liberamente. Anzi: senza telefono nemmeno ci staremmo da sole in una stanza, proprio per paura del fluire dei nostri pensieri.

Perché significa provare dei sentimenti che possono essere positivi o negativi, significa interrogarsi sul proprio passato o, peggio, sul proprio futuro. Il che significa sperimentare le gioie ma anche i dolori della conoscenza di sé. Siamo dipendenti dagli smartphone allora perché ci sollevano dall'incarico di occuparci di noi, non perché ci affidiamo alle loro funzioni. Sempre De Botton ha creato Phone detox, un manualetto che propone idee e riflessioni sul rapporto che abbiamo con i nostri telefoni.

La constatazione iniziale, ovvero che l’oscura verità è che è difficile trovare qualcuno (e certamente qualcosa) più interessante del proprio smartphone, è sconcertante e preoccupante. Soprattutto se pensiamo che per la maggior parte di noi sono state enormi le conseguenze dell'uso – anzi della dipendenza – dello smartphone sulle nostre storie d’amore, sulla vita familiare, sul lavoro, sul tempo libero e anche sulla salute.

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snobbare gli altri (e noi stesse) privilegiando lo smartphone

Questa pratica peraltro ha un nome (che è phubbing). La pratica di snobbare gli altri e sé stesse a favore degli smartphone è diventata una consuetudine nella vita di tutte e tutti. Lo subiamo ma lo facciamo anche, il phubbing. C'è dell'ironia infatti nel phubbing. Quando guardiamo i nostri telefoni ci connettiamo con qualcuno sui social media o nelle chat (anche di gruppo), a volte sfogliamo le nostre stesse pagine social (assurdo, lo so) o i giornali o spazi di informazione compromettendo gravemente le relazioni reali che stiamo vivendo dal vivo in quel momento. La pratica allora non è innocua tanto che uno studio è stato diffuso con il titolo La mia vita è diventata una grande distrazione dal mio cellulare. L'autrice Meredith David e l'autore James Roberts suggeriscono che la prospettiva verso cui tutte stiamo guardando - senza accorgercene perché guardiamo gli smartphone - è il declino delle relazioni. 

Una serie di studi ha effettivamente dimostrato che il semplice fatto di avere un telefono acceso e presente durante una conversazione (ad esempio, sul tavolo mentre ceniamo) interferisce con il senso di connessione con l'altra persona, con i sentimenti di vicinanza e con la qualità della conversazione. Ovviamente. Secondo questi studi, le conversazioni senza smartphone sono valutate di qualità significativamente superiore rispetto a quelle con lo smartphone in giro, indipendentemente dall’età, dall’etnia, dal sesso o dall’umore delle persone. Proviamo più empatia quando gli smartphone vengono messi da parte. Ed è ironico che i telefoni cellulari, originariamente concepiti come strumento di comunicazione, possano in realtà ostacolare anziché favorire la connessione interpersonale.

alone together, da sole insieme

Cosa succede quando diventiamo dipendenti dai nostri telefoni cellulari? Secondo la sociologa del MIT Sherry Turkle, autrice del libro Reclaiming Conversation, perdiamo la capacità di avere conversazioni più profonde e spontanee con gli altri, modificando la natura delle nostre interazioni sociali in modi allarmanti.Turkle ha trascorso gli ultimi 20 anni a studiare l’impatto della tecnologia sul modo in cui ci comportiamo da soli e in gruppo. Inizialmente entusiasta del potenziale della tecnologia di trasformare la società in meglio, oggi è preoccupata per come le nuove tecnologie, gli smartphone in particolare, stiano erodendo il tessuto sociale.

Nel libro precedente, il bestseller Alone Together, ha espresso i suoi timori che la tecnologia ci stia facendo sentire sempre più isolati, anche se prometteva di renderci più connessi. Infatti a distanza di dieci anni circa Reclaiming Conversation è un appello a dare uno sguardo più attento agli effetti sociali degli smartphone e a santificare il ruolo della conversazione nella nostra vita. Sostanzialmente per preservare la nostra capacità di empatia, introspezione, creatività e intimità.

La conversazione è la cosa più umana e umanizzante che facciamo. È dove nasce l'empatia, dove nasce l'intimità, grazie al contatto visivo, perché possiamo sentire i toni della voce di un'altra persona, percepire i movimenti del suo corpo, percepire la sua presenza. È dove impariamo a conoscere le altre persone. Ma, senza volerlo, senza aver fatto un piano, ci siamo effettivamente allontanati dalla conversazione in un modo che ci sta danneggiando.

Gli smartphone hanno fatto promesse che non sono state mantenute: che non saremo mai più state sole, che non ci sarenno mai annoiate o che avremmo tutte potuto essere ovunque, a fare più cose contemporaneamente. Ma fino a ora, se sul piano pratico risolvono problemi (dalla sveglia all'enciclopedia a portata di mano), sul piano sociale ci hanno insegnato a non concentrarci più al 100 per cento su qualcuno o qualcosa. Ci hanno insegnato a evitare la noia ma anche l'ansia e la preoccupazione.

In realtà concedersi un momento di noia è fondamentale per l'interazione umana ed è fondamentale anche per il nostro cervello: anche se pensiamo di annoiarci in realtà il nostro cervello si sta rigenerando - lui ha bisogno di non osservare né ascoltare niente. Altro che la stimolazione costante che ci danno gli smartphone.