Le lesbiche tra moda, serie tv e red carpet: il punto di Sfregola e Maesi
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Ultimamente si parla di una tendenza: essere lesbiche per finta (o almeno bisessuali, o almeno queer). Dalle celebrità che affermano di essere gender fluid alle serie tv che raccontano relazioni lesbiche (ai video porno che raccontano una loro versione fantascientifica dell'essere lesbiche), sembra che essere nello spettro della queerness sia ritenuto, da alcune persone, come “una moda”. Ne parliamo con la presidente di Arcigay nazionale, Natascia Maesi, e la produttrice e autrice Chiara Sfregola.
Leggiamo alcuni report che dimostrano come a identificarsi come persone lgbt+ sono sempre più giovani: tra il 2008 e il 2021 la percentuale è triplicata del 21 per cento. E le persone che si identificano come non binarie è aumentata fino al 1.000 per cento. Merito senza dubbio dei processi di liberazione e di destigmatizzazione. Ma con un numero crescente di persone che fanno coming out (finalmente) e una società che si sforza per non perdere i diritti guadagnati anzi, che lotta per ottenerne di altri, alcune persone soprattutto giovani si dichiarano lesbiche, queer, fluide, bisessuali senza esserlo? Nel senso: la queerness è una moda? Ma d'altro canto, esiste un “patentino da vera lesbica” che si conferisce a quelle ragazze e donne che seguono alla lettera il diktat estetico, linguistico e comportamentale dettato dalle frange più politiche del movimento? È una domanda che si pongono alcune, altre, persone su una serie di forum e blog di settore che affrontano la questione politicamente.
ESSERE LESBICHE TRA RED CARPET E RIVISTE DI MODA
Naturalmente dichiararsi lesbica (o gay, o trans, o queer) significa andare incontro a discriminazioni più o meno violente: un conto è raccontarsi sui social, dal piedistallo della propria fama – se si è donne famose - o dai carri del pride, un conto è la vita vera che è fatta di omofobia, lesbofobia, transfobia. Quindi non mancano di certo, purtroppo, battute che non sono battute, allontanamenti da casa, bullismo a scuola e sul lavoro e la paura di esprimersi in quanto lesbica o gay nello spazio pubblico.
Il lesbismo è ancora visto come una pratica più che come un orientamento e succede perché lo sguardo “maschile” che tutto permea, declina le fantasie erotiche dei maschi etero su tutto. E quando parliamo di sguardo maschile parliamo di una prospettiva, di un filtro, attraverso cui si guarda al mondo: anche le donne hanno interiorizzato lo sguardo maschile sulle cose (il che spiega per esempio le reprimende sulle altre donne che si vestono “troppo sexy” o per giudicarsi e limitarsi quando si guardano allo specchio). Lo sguardo maschile ha determinato il modo in cui tutti e tutte osservano le cose, le giudicano, le apprezzano o le criticano. Lesbiche comprese. Per uscire dallo sguardo maschile occorre lavorare su sé stesse e sé stessi, iniziando dal realizzare che esiste uno sguardo maschile da cui sottrarsi e da non applicare. Lo sguardo maschile ha creato anche una falsa immagine della comunità lgbt+ fatta di stereotipi e false credenze e, in particolare riguardo alle lesbiche, la prospettiva maschile etero ha creato un intero immaginario erotico nel quale le lesbiche sono solo di due tipi: le sensualissime ragazze che sperimentano nell'attesa che arrivi il maschio etero o i “maschi mancati”, le cosiddette "Butch", che con una estetica precisa escono dal perimetro prestabilito della femminilità.
Natascia Maesi, "non c'è un solo modo di essere lesbiche"
D'altro canto serie tv, festival di musica e altri prodotti mainstream, hanno sovvertito alcuni stereotipi, ma forse creandone di altri? Natascia Maesi, la presidente di Arcigay Nazionale commenta così: "La femminilizzazione dell’identità lesbica nella rappresentazione mediatica è un processo che rivela il pregiudizio che la società ha sempre avuto nei confronti dell’identità “butch”. L’identità “butch” è scomoda perché si fonda sulla riappropriazione di codici identificabili come maschili da parte di quei soggetti – le donne – dai quali la cultura patriarcale non si aspetta una performance di maschilità. La cultura patriarcale arruola le donne come soggetti docili ed addomesticabili. Alla femminilità vengono associate caratteristiche precise che rendono le donne subalterne. Quello che non viene perdonato alle lesbiche mascoline a cui è stato socialmente associato lo stereotipo negativo della bruttezza e della solitudine come punizione, è proprio il loro sottrarsi allo sguardo maschile che oggettifica anche le lesbiche femme trasformate nell’immaginario erotico-sessuale maschile in un vero e proprio feticcio. Le lesbiche che con la loro espressione di genere performano il maschile sfidano la mascolinità e i suoi derivati tossici, riproducendola su un piano simbolico in modo estremamente disturbante, minacciando la proprietà di quello spazio pubblico e politico che è sempre appartenuto soltanto agli uomini".
Quindi "Restituire la “femminilità perduta o negata” alle lesbiche nella rappresentazione mediatica, se da un lato ha rappresentato un avanzamento mostrando che non c’è un solo modo di essere lesbiche e che si può essere lesbiche queer e non binarie ben oltre la stereotipizzazione e il binarismo di genere, dall’altro ha significato depotenziare la carica erotica ed eversiva del corpo lesbico come lo intendeva Monique Wittig, un corpo non definibile in termini di ruoli di genere, uno spazio fisico/politico in cui si compie il più potente atto di ribellione al regime eterosessuale. Una ribellione che può passare anche dalla negazione del femminile e della femminilità, per come ci vengono rappresentati e narrati!".
CHIARA SFREGOLA, "i codici di abbigliamento che cambiano"
Più di recente le lotte dei movimenti e la destigmatizzazione hanno contribuito alla ribalta di alcune lesbiche celebri che solcano i red carpet e occupano le pagine centrali delle riviste patinate: le lesbiche chic, che vestono Chanel e vengono fotografate in posa dai migliori fotografi del mondo (pensiamo all'attrice e produttrice Kristen Stewart o a Victoria De Angelis, chitarrista della band Maneskin).
Ne parliamo con Chiara Sfregola, scrittrice, sceneggiatrice e produttrice, che parte sottolineando che essere lesbiche va ben oltre una questione di mode e red carpet. "Parliamo ancora di una condizione di marginalizzazione: leggiamo dai report che una su tre ha difficoltà a mostrarsi in pubblico in atteggiamenti romantici con la propria partner, di terapie riparative, violenze in casa e tanto altro". Però è anche vero che "La moda si appropria di alcuni concetti e li trasforma: con le dovute necessarie differenze, la moda ha reso chic anche il look da eroinomani. E chiaramente non è un paragone ma di dimostrare che esiste un processo di glamourizzazione che può rendere tutto estetico, cancellando o tacendo sulle condizioni di marginalizzazione o di disagio attraversate dalle persone che ci si trovano".
Il che si somma a una benevolenza, frutto dello sguardo maschile, che accetta le lesbiche più dei gay: “essere lesbiche viene visto come un momento di sperimentazione che viene accettato finché rimane tale – aggiunge Sfregola – addirittura in America si dice lesbian until gratuation, un detto che racconta quanto sia sdoganata la fase di sperimentazione del College. È evidente che per si pensa che fintanto che, dopo la Laurea, si rientra nel perimetro della famiglia eteronormativa va bene tutto. In fondo si può dire che il lesbismo viene accettato quando compiace lo sguardo maschile in termini estetici e non mette in discussione scelte di vita eteronormaltive né è politicizzato". "Essere la lesbica chic che non parla di politica e indugia nell'estetica femminile va bene, essere parte di una comunità e mettere in discussione la etero cis normatività, l''ordine sociale e il ruolo di donna e uomo non va bene: quando lo fa diventi la lesbica stereotipata, il “maschio mancato”. Ha a che fare con l'addomesticamento: la lesbica che piace è quella ammaestrata".
"SI RISCHIA ANCORA, QUANDO SI ESCE DAL PERIMETRO PRESTABILITO"
La questione della performatività si snoda nel fatto che "le lesbiche possono adottare un certo tipo di estetica per essere riconoscibili dentro una comunità che come tutte le comunità ha i suoi codici di appartenenza, codici che permettono di risultare più o meno inserite in un ambiente preciso. Per alcune persone l'insieme di codici si allinea con la propria estetica e per altre no, per esempio le lesbiche di Roma sud non si vestono come le lesbiche politicizzate del Pigneto.
E a loro volta i codici di abbigliamento hanno a che fare anche con altre variabili, come l'età o la classe sociale: un tempo ci si riconosceva dalle unghie molto corte ma vediamo oggi la cantante Bigmama con delle unghie lunghissime. I canoni estetici sono di certo cambiati, il che suggerisce che essere lesbiche è uno spettro: c'è la più girly, la butch, la tom boy. E la risposta è no: non è esiste un patentino da vera lesbica, è lo sguardo maschile a esistere come esiste il sole, come esiste l'aria. E purtroppo determina ancora la soglia di tolleranza oltre la quale inizia la discriminazione per tutte le soggettività che non sono lui: dalle donne di potere, alle lesbiche e alle persone queer. Quando una persona oltrepassa il limite, anche da un punto di vista estetico o di espressione, sa che si espone a una zona rischiosa in cui violenze e discriminazioni non tardano a farsi sentire. L'ideale dello sguardo maschile? Le lesbiche dei porno: quelle che non aspettano altro che l'arrivo di un uomo. Ma è una cosa che nella realtà è assolutamente inverosimile".
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