Il privilegio di disinteressarsi (e non parlare) di politica: facile quando il sistema ti somiglia
In entrambi i casi è una fuga dalla responsabilità del proprio ruolo.
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Non parlare di politica è facile quando il sistema ti somiglia. Diversamente la politica entra con la forza nelle case e nelle vite delle persone. In brevissimo, ecco perché potersi disinteressare alle cose che succedono è la prova di avere un immenso privilegio.
Non parlare di politica: un privilegio invisibile
La definizione tecnica di privilegio è chiara: "un diritto, un vantaggio o un’immunità speciale garantiti o disponibili solo a una determinata persona o gruppo". Applicata al sistema che certamente non può codificare il privilegio altrimenti l'illusione di democrazia cadrebbe, non parlare di politica è il vantaggio di poter considerare la politica un’opzione, un argomento fra gli altri, e non una necessità per sé stessi e sè stesse.
È il lusso di chi non vede la propria esperienza quotidiana messa in discussione da una legge o dalla posizione della maggioranza di governo su un tema specifico. Quando una decisione politica determina se puoi restare in un Paese con un visto, se puoi sposarti, se hai accesso a cure mediche essenziali, la politica smette di essere un dibattito televisivo e diventa una questione di sopravvivenza.
La politica, per chi non ha il privilegio di disinteressarsene, diventa il confine sottile tra sicurezza e precarietà, tra dignità e cancellazione. Chi dice di non interessarsi di politica dovrebbe porsi una domanda semplice: conosce una donna? Una persona razzializzata? Qualcuno della comunità LGBTQ+? Una persona migrante? Una persona con disabilità? Una persona precaria? Se la risposta è sì - e quasi sempre lo è - allora la politica lo riguarda, la riguarda perché riguarda chiunque appartenga a una (o più) di queste categorie.
Anche ciò che sembra lontano, in realtà, ci riguarda. Se non abbiamo figli o figlie, dovremmo comunque desiderare scuole pubbliche di qualità perché la società è fatta soprattutto di persone che sono andate nelle scuole pubbliche. E certamente non vorremmo città traboccanti di adulti, adulte, le cui vite sono state impoverite da tagli, abbandono scolastico, differenze di servizi e discriminazione.
Non preoccuparsi di politica è un privilegio pericoloso perché è credere che ci riguardino soltanto le cose che succedono nella nostra cerchia. E che le altre si sistemeranno da sole, come se la giustizia sociale fosse un processo automatico.
Per milioni di cittadini e cittadine invece la politica non è una conversazione facoltativa: è un intreccio di idee e interventi che determinano quanto costerà un buco in affitto, se ci sarà posto all'asilo nido, se le città saranno sicure (davvero sicure, non solo militarizzate).
L’indifferenza come alleato di chi ignora le persone
Dalle trappole legali alla disinformazione di massa, dalla corruzione alla costruzione di un tecnofeudalesimo che lascia gli individui soli e indifesi, all’erosione della capacità di pensare e agire politicamente: ogni bolletta che non riusciamo a pagare è il risultato di una macchina che si sta già muovendo verso una direzione precisa. Non parlarne non la rende meno reale.
E il fatto che ci siano persone che non si sentano personalmente (ancora) toccate non significa che non succederà domani o l'anno prossimo. Arrabbiarsi quando una legge opprime una minoranza (a cominciare dalle "minoranze" economiche che poi sono maggioranze numeriche) o quando la forza pubblica eccede nei suoi poteri, quando un discorso pubblico legittima stereotipi razzisti o sessisti è responsabilità civica. La politica è lo strumento attraverso cui una ferita privata diventa questione pubblica, infatti serve una risposta pubblica per rimarginare le ferite private.
Non parlare di politica insomma è facile, facilissimo, quando il sistema non ci ferisce perché ci somiglia: quando le regole sono scritte in una lingua che ci favorisce, quando le gerarchie non ci schiacciano, quando non abbiamo nessuna difficoltà perché il nostro corpo e il nostro portafogli ci garantiscono diritti.
la responsabilità di chi fa politica dal basso
La responsabilità dei e delle portavoce di movimenti e partiti è quella di avvicinare le persone alla politica, invece da qualche anno a questa parte la conversazione si è fatta talmente complessa che la gente ha rinunciato a capire. Non si può escludere che il dilagante disinteresse - con relative urne deserte - sia una reazione difensiva alla saturazione permanente di contenuti politici e per di più difficilissimi da afferrare.
Nei feed di Instagram, nei video brevi di TikTok, nei thread infiniti su X, la politica è diventata contenuto ma sempre meno targhettizzato sulle persone e sempre più rivolto ad addetti e adette ai lavori. La maggior parte di chi fa (o farebbe) politica si sbilancia in ragionamenti contorti e argomentazioni estremamente polarizzate perché si rivolge al proprio circoletto, non a chi invece avrebbe bisogno di capire.
Vince chi urla più forte, chi costruisce argomentazioni talmente sofisticate da risultare inaccessibili, solo per assumere una postura "con i suoi". È una guerra tra "influencer" a chi lancia la palla più in alto come se la conversazione politica si fosse settata sullo stile del trattato teorico, dimenticando che nelle città ci sono persone a cui frega molto poco dell'approfondimento e moltissimo di una soluzione ai loro concretissimi problemi.
Chi lavora nove o dieci ore al giorno e chi fatica a pagare le bollette, difficilmente ha il tempo e l’energia per decifrare le liti tra capetti - e capette - di circolini e orientarsi tra concetti tecnici e slogan incendiari. La cittadinanza attiva non è una gara di erudizione ma sostegno reciproco, e dire che dovrebbe essere più chiaro che mai proprio a chi invece ogni giorno si sveglia e stabilisce nuovi livelli di complessità. E loro non sono meglio di chi ha il privilegio di "non occuparsi di politica": in entrambi i casi possiamo parlare di fuga dalla responsabilità civile e disinteresse.
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