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Perché (e come) ci hanno convinte che le donne sono le peggiori nemiche delle donne

Taylor Swift e Selena Gomez ai Golden Globes 2024
Taylor Swift e Selena Gomez ai Golden Globes 2024 
Le donne non sono le peggiori nemiche delle donne: è una favoletta costruita a uso e consumo del patriarcato che si basa sul motto "divide et impera" e che sfrutta la natura competitiva dell'essere umano
di Eugenia Nicolosi

Che le donne sono le peggiori nemiche delle donne è una frase che tutte hanno sentito almeno una volta nella vita. Ogni volta che - anche sui social - una donna muove una critica verso un'altra donna c'è qualcuno che la descrive così, ogni volta che una donna è diretta, schietta o severa nei confronti di un'altra donna le viene ricordato che no: non è giusto che voi donne siate le vostre peggiori nemiche. L'idea che una donna non possa e non debba essere critica verso un'altra donna nasce dalla prospettiva maschile (e la possono adottare le donne stesse) che pretende dalle donne, tutte, un approccio alla vita mansueto, collaborativo, votato al mantenimento dell'armonia dell'intero gregge. Ci si aspetta insomma che le donne siano esempi di virtù quando in realtà vengono nutrite dalle stesse dinamiche che nutrono gli uomini.

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E non solo: la storia che donne sono nemiche tra loro nasce dalla competizione innescata dal fatto che per decenni le risorse, ci hanno illuse, sono state limitate. In che senso: storicamente ruoli apicali sul lavoro, premi, posti nelle stanze dei bottoni sono stati realmente limitati per le donne, per questa ragione è nata la psicologia della competizione. "Se promuovono lei, non possono promuovere anche me". Ma non è vero.

Ci sono le "ancelle": donne che pensano che l'unica via per essere accettate sia quella dell'adesione cieca alle norme di genere. Si allineano alla visione e al giudizio maschili per cui per ottenere i favori e la benevolenza degli uomini (colleghi, partner, amici) sono mal disposte verso le altre, soprattutto verso quelle che in qualche modo sono disallineate. Infine: ovviamente esistono le antipatie, gli scontri e le differenze inconciliabili tra donne che coabitano uno spazio (social, sociale, a lavoro) ma se gli uomini possono spesso esprimersi liberamente su quanto quel collega sia inutile, raccomandato, scarso, le donne no. Altrimenti viene detto loro che sono "nemiche". Sì: è un caos.

le donne (non) sono le peggiori nemiche delle donne

La psicologia evoluzionista presuppone che l’aggressività tra le donne nasca da una spinta genetica a competere per le risorse, quelle che all'alba dell'umanità erano sì limitate, necessarie a nutrire i piccoli. La "gara" a essere "la migliore" delle donne nascerebbe quindi da un istinto alla sopravvivenza profondamente radicato e che si è sviluppato solo per proteggere sé stesse e la propria cucciolata. Sono passati millenni e tra le ragioni per cui alcune donne mantengono un approccio competitivo, ms solo verso le altre donne, sono legate all'idea che non si possa invertire una rotta che ci viene presentata quotidianamente da banali dati e statistiche. Prendiamo a esempio il mondo del lavoro: le informazioni sulle opportunità di crescita professionale spesso non sono condivise (e quindi non conosciute), le donne che vengono promosse hanno poco o nessun sostegno (né da uomini né da donne), ci sono meno donne ai livelli senior e quindi meno alleate. Ma ci sono anche prove che le donne si trattengono intenzionalmente a vicenda, il che non fa altro che aggravare il problema dell’uguaglianza di genere sul posto di lavoro. Visto che apparentemente è così difficile sfondare, chi ce l'ha fatta idealmente dovrebbe sostenere le altre a farcela. Ma visto che il racconto ufficiale è che i posti di potere sono per gli uomini e le donne di successo sono destinate a essere poche, le colleghe sono viste come una minaccia alla propria "sopravvivenza".  L’unico modo per fermare il circolo vizioso è sforzarsi di cambiare i comportamenti e la propria visione: una donna alla volta.

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la macchina del fango: se le altre donne perdono, io vinco

Uno studio pubblicato sulla rivista Social Psychology  spiega che sia gli uomini che le donne tendono a giudicare in modo negativo le donne sessualmente attive (ma non gli uomini sessualmente attivi). I ricercatori hanno chiesto a 4.455 partecipanti maschi e femmine di età compresa tra 18 e 35 anni di dire quali fossero le loro percezioni riguardo a una amica intima e un amico intimo di cui conoscono le avventure sessuali e valutarne i valori, la simpatia, il successo e l'intelligenza. Ebbene viene fuori che i maschi che avevano più partner erano considerati più positivamente rispetto alle femmine con un numero uguale di partner sessuali e, per le donne, più partner avevano, peggio venivano valutate anche dalle amiche.

E lo studio dimostra solo quello che sappiamo già ovvero che esiste un doppio standard nel giudizio, soprattutto rispetto alla sessualità. Ed è tutto collegato. Le donne che giudicano severamente le altre donne per via della loro - libera e sacrosanta - vita sessuale ma non gli uomini con uguale vita sessuale, sono vittime di quella cultura binaria che ha insegnato loro a competere per ottenere i favori del maschio. Di quello dominante, preferibilmente: del Re (pensiamo a come ci è stato proposto anche il ruolo prestigiosissimo della "favorita"). E secondo questa cultura la modalità giusta per ottenere i favori del maschio è quella della mansuetudine, della modestia, della femminilità santa che si contrappone all'approccio aggressivo, sessualizzato e dominante delle donne sessualmente più libere che, secondo le discepole mansuete, "giocano sporco". Il non aver aderito alle norme di genere patriarcali per molte donne significa attirare a sé le critiche delle altre donne, invece che il plauso.

Uscendo dalla sfera sessuale, la storia della competizione tra donne viene alimentata continuamente da prodotti pop che per esaltare una e una sola figura femminile costruiscono dei personaggi fortemente stereotipizzati tra cui c'è "quella diversa dalle altre" e poi le altre. E dai media tradizionali. Un esempio su tutti? All'indomani dei Golden Globes 2024 una testata nazionale ha diffuso un articolo dal titolo "Emma Stone ruba il Golden Globe a Margot Robbie".

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Emma Stone non ha "rubato" il Golden Globe a Margot Robbie

Emma Stone ha vinto il Golden Globe 2024 per la sua interpretazione di Bella Baxter, protagonista di Poor things!, ma la storiella viene raccontata come l'acquisizione del ruolo di favorita, come la vittoria di una - inesistente - gara contro Margot Robbie che ha interpretato Barbie nell'omonimo film di Greta Gerwig.
Non me ne vogliano i colleghi e le colleghe della testatata ma il loro articolo è solo un esempio, e nemmeno dei più cattivi, di come persista la scorciatoia mentale secondo cui ci sarebbe in atto una costante guerra per essere "la prima", per essere la favorita. Ed è una scorciatoia mentale che appartiene a tutti e tutte, quindi anche a moltissime donne che non hanno (ancora) fatto della sorellanza un Credo. Spesso, perché "abbagliate dai meccanismi di quello stesso sistema che preferisce trovarci disallineate, distanti, in lotta (perché più lottiamo tra noi meno lottiamo contro un nemico comune), perché ciò gli consente di rafforzarsi", scrive su Instagram Alessia Dulbecco, a proposito del titolo su Emma Stone. E quindi non per nulla, la narrazione secondo cui le donne sono le peggiori nemiche delle donne è iniziata prioprio da una visione e una volontà degli uomini. Solo che sfortunatamente è stata interiorizzata e viene perpetuata dalle donne. 

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Divide et impera

Divide et impera  traducibile in italiano come dividi e comanda è una locuzione latina usata per indicare l'espediente di una tirannide o di qualsiasi altra autorità per controllare e governare un popolo che consiste nel dividerlo in più parti, soprattutto provocando rivalità e fomentando discordie tra di esse. Il motto è di origine incerta ma viene spesso attribuito a Luigi XI di Francia. C'è poi Deniz Kandiyoti (nata nel 1944), un'autrice e accademica nei campi delle relazioni di genere e delle politiche di sviluppo in Medio Oriente, in particolare in Turchia. È stata lei a teorizzare il concetto di “patto patriarcale” attraverso cui spiega le ragioni e il modo in cui le donne si trasformano negli oppressori verso altre donne, pur essendo allo stesso tempo oppresse all’interno del patriarcato. Lei definisce il patto patriarcale come “La tattica che le donne usano per ottenere un maggiore grado di sicurezza e rifugio insieme a un limitato senso di autonomia all’interno della struttura oppressiva del patriarcato basata sul sesso”. E dal momento che sono diverse le forme di oppressione patriarcale, va detto che ciascuna di queste forme necessita di accordi patriarcali su misura che, una volta visti e compresi, rivelano le dimensioni del patriarcato stesso nelle diverse società e culture. Se due più due fa ancora quattro, e lo fa, le donne non sono le peggiori nemiche delle donne in questa cultura e in questa società: le donne sono state indottrinate a pensarlo perché costruire un impero adottando la strategia del dividi et impera è più facile.