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Iran, da “Donna, Vita, Libertà” alle proteste del 2026: l'importanza di capire cosa succede

Iran, da “Donna, Vita, Libertà” alle proteste del 2026: l'importanza di capire cosa succede
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Proteste in Iran del 2026: repressione, donne e giovani in piazza, richieste di libertà, laicità e fine della Repubblica islamica.
di Eugenia Nicolosi

Dal 28 dicembre 2025 l’Iran è attraversato da una delle repressioni più violente degli ultimi anni. Le proteste, iniziate dopo il crollo della moneta, l’aumento vertiginoso dell’inflazione e il peggioramento delle condizioni di vita, si sono rapidamente trasformate in manifestazioni di piazza che chiedono la fine della Repubblica islamica e reclamano diritti, dignità e libertà.

Le prime proteste sono partite dai banchi del grande mercato, colpiti dal crollo verticale della moneta locale, per estendersi a studenti e studentesse prima, al resto della popolazione poi. 

Proteste da parte delle femministe all'arrivo di Gérard Depardieu in tribunale, per il processo sulle accuse di violenza sessuale: "Ne toccate una, reagiamo tutte!"

le proteste anti regime: giovani, donne, anziani, precari, famiglie 

La risposta delle autorità è stata immediata e, grazie alle leggi morali, anche mortale. La situazione sembra essere "tornata sotto il controllo totale", almeno stando a quanto dichiara il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai diplomatici stranieri a Teheran. E mentre il Paese è tenuto in isolamento grazie a un blackout strategico quasi totale di Internet, pochi contenuti che riescono a bucare la rete restituiscono un clima in cui le manifestazioni non si sono fermate. Anzi.

Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone sono state uccise in 13 città di otto province iraniane. Tra le vittime ci sono manifestanti pacifici, passanti e minorenni. Le forze di sicurezza, tra cui i Guardiani della Rivoluzione e le unità speciali di polizia, hanno utilizzato armi da fuoco, pallini di metallo, gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e pestaggi per disperdere e punire la popolazione.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato arresti di massa, torture e minacce ai familiari delle vittime. Questa modalità di repressione si inserisce in una continuità precisa che riguarda, prima di tutto, il controllo sui corpi e in particolare sui corpi femminili. La Repubblica islamica ha costruito il proprio potere anche attraverso la regolamentazione dell’abbigliamento, della mobilità e dell’autonomia delle donne.

Il velo obbligatorio, le leggi di famiglia, il sistema giudiziario e la polizia morale sono strumenti che rendono la disobbedienza femminile una questione politica. Non è un caso che Amnesty International richiami esplicitamente la rivolta Donna, Vita, Libertà del 2022.

La morte di Mahsa Amini, arrestata per il velo e deceduta in custodia, aveva reso evidente a livello globale ciò che in Iran è strutturale: la violenza di Stato colpisce le donne in modo sistematico, perché su di loro si esercita il controllo simbolico dell’ordine sociale. Le proteste del 2026 allora nascono da cause economiche immediate ma soprattutto si innestano su questo stesso terreno.

Le donne non sono solo vittime collaterali ma soggetti centrali di queste mobilitazioni

Il 3 gennaio 2026, giorno in cui almeno 11 persone sono state uccise, Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica, ha affermato che i «rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto». Nello stesso giorno, i Guardiani della Rivoluzione del Lorestan hanno annunciato la fine della tolleranza e promesso di colpire senza pietà.

Ragazze in Iran negli anni Sessanta, prima della rivoluzione islamica
Ragazze in Iran negli anni Sessanta, prima della "rivoluzione islamica"  (getty)

Pochi giorni dopo, il capo del potere giudiziario ha ordinato processi rapidi e repressione dura. Dal punto di vista femminista, queste settimane mostrano che la violenza di Stato in Iran non è neutra: colpisce una società che chiede diritti, ma colpisce in modo specifico chi mette in discussione l’ordine patriarcale su cui il sistema si regge. Capire cosa succede oggi in Iran significa riconoscere che la questione di genere non è un tema laterale, ma uno degli assi centrali del conflitto

Al centro delle proteste di queste settimane ci sono soprattutto i giovani, molti dei quali nati dopo il 2000. È una generazione che non ha memoria diretta né della monarchia né della Rivoluzione del 1979, ma è cresciuta interamente dentro la Repubblica islamica. Le richieste che emergono dalle piazze non ruotano attorno a riforme parziali ma mirano a un cambiamento radicale del rapporto tra Stato e individuo.

I giovani iraniani, le giovani iraniane, chiedono libertà personali concrete e contestano un sistema che interviene in modo pervasivo nella sfera privata, dall’abbigliamento alla sessualità, dalla musica alle relazioni sociali. In questo senso, la questione del velo è centrale non come simbolo religioso, ma come emblema di un potere che regola i corpi e punisce la non conformità.

il desiderio di uno stato laico

Alla libertà individuale naturalmente si aggancia la richiesta di laicità dello Stato. Molti giovani rifiutano l’idea che norme religiose imposte dall’alto definiscano diritti e doveri di una società plurale. La critica non è rivolta alla fede in sé (la maggioranza delle persone che protestano è di fede islamica) ma all’uso della religione come strumento di governo, come base del diritto penale e civile, come giustificazione della repressione.

Questa generazione - peraltro accompagnata da manifestanti di ogni età - chiede anche dignità e futuro. La crisi economica, la disoccupazione, la svalutazione della moneta e l’isolamento internazionale hanno reso sempre più fragile la prospettiva di una vita stabile. Per pagare un televisore occorrono quattro anni di stipendio medio. Per molti giovani, restare in Iran significa accettare precarietà e controllo, partire significa abbandonare affetti e identità.

Infine emerge una richiesta di normalità: vivere senza paura di essere arrestati per un post, una canzone, una manifestazione, studiare senza università militarizzate, partecipare alla vita pubblica senza filtri ideologici. Il problema - come molti attivisti e molte attiviste spiegano - è che l'Iran è un Paese ricco in termini di risorse. Il rischio è che venga trasformato, come accaduto con Iraq e Afghanistan, in un Paese colonizzato e sfruttato: con la scusa di voler "sedare le proteste", gli eserciti stranieri potrebbero intervenire e stabilire una nuova forma di controllo.