Il Giappone paga ai single l'iscrizione alle app di incontri per combattere il calo demografico (spoiler: non funzionerà)
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Nella prefettura di Kochi, nel sud-ovest del Giappone, la lotta al calo delle nascite passa dalla lotta ai single, che passa dai bonus, che a loro volta passano dalle app di incontri.
Perché il Giappone paga i single per usare le app di incontri
Il governo locale ha infatti deciso di offrire un contributo fino a 20 mila yen, circa 125 dollari, ai residenti single tra i 20 e i 39 anni che scelgono di abbonarsi a piattaforme di incontri come Tapple, una delle app più diffuse nel Paese.
L’idea è di una superficialità incredibile, ed è ferma alle modalità con cui le persone si incontrano. Il punto di partenza è che se una parte dei giovani non incontra nuovi potenziali partner nei luoghi tradizionali, allora la politica pubblica prova a entrare dove oggi si formano molte relazioni, cioè nelle app. Ma siccome il senso del bonus è contrastare la denatalità, è incredibile che si pensi davvero che il problema sia la difficoltà a innamorarsi.
La crisi demografica del Giappone non dipende dai single
È vero che Kochi non è Tokyo, né Osaka, né Kyoto. È una prefettura affacciata sull’oceano Pacifico, nella parte meridionale dell’isola di Shikoku, una delle quattro grandi isole dell’arcipelago giapponese. È un territorio bellissimo ma periferico: montagne, coste, piccoli centri, una capitale prefettizia - appunto Kochi City - che concentra servizi, università e lavoro più qualificato.
Proprio questa geografia racconta una parte del problema. Come molte aree rurali e semi-rurali del Giappone, anche Kochi perde popolazione, invecchia rapidamente e fatica a trattenere giovani adulti, soprattutto donne, che fuggono in cerca di opportunità educative e professionali nelle grandi città.
Il Giappone è da anni uno dei laboratori più estremi della crisi demografica mondiale. Nel 2024 le nascite sono scese sotto quota 700 mila, con circa 686 mila nuovi nati, ed è il minimo storico nelle statistiche moderne del Paese. Il tasso di fecondità totale nazionale è arrivato attorno a 1,15 figli per donna, molto lontano dalla soglia di sostituzione generazionale, che si colloca intorno a 2,1. Il saldo naturale è profondamente negativo: muoiono molte più persone di quante ne nascano, come del resto accade un po' ovunque tra i Paesi occidentalizzati.
Il vero problema della denatalità in Giappone
Da qui l’esperimento: il bonus non è pensato come un assegno alla natalità in senso classico, ma come un incentivo alla formazione di coppie, nella speranza che rimangano sull'isola e che decidano di formare famiglie. Ecco perché residenti single nella fascia 20-39 anni possono ottenere un sostegno economico per coprire, fino al tetto indicato, il costo dell’abbonamento a servizi di dating online. Poi alla fine dell’anno, gli utenti coinvolti saranno intervistati per capire se l’uso dell’app abbia prodotto incontri e relazioni stabili.
In un Paese in cui il matrimonio resta ancora strettamente collegato alla nascita dei figli - molto più che in Europa, dove le nascite fuori dal matrimonio sono socialmente più diffuse - aumentare le occasioni di coppia può sembrare logico.
Ma il punto è che la logica non fa i conti, forse per convenienza, con i veri motivi della denatalità giapponese che non origina principalmente dal fatto che i giovani non sappiano dove incontrarsi: precarietà lavorativa, salari stagnanti, costo dell’abitazione, lunghi orari di lavoro, carenza di servizi di cura, aspettative sociali molto rigide sul ruolo delle donne e delle madri e una persistente penalizzazione professionale delle donne che hanno figli.
modelli antiquati di genitorialità e famiglia in giappone come altrove
In Giappone, infatti, la genitorialità continua a essere organizzata attorno a un modello familiare che scarica una quota enorme di lavoro domestico e di cura sulle madri. Formalmente il Paese dispone di congedi parentali anche generosi (un anno a entrambi i genitori) ma vista la mentalità iper aziendalista, il governo centrale cerca ancora di incoraggiare l’utilizzo del congedo da parte dei padri.
Infatti il divario tra norma e realtà resta ampio: nelle aziende, soprattutto quelle più tradizionali, pesa ancora la cultura del presenzialismo, quella in cui restare a lungo in ufficio, mostrarsi disponibili, non interrompere la traiettoria professionale è considerato premiante. Per molte donne, avere un figlio significa rallentare la carriera, uscire temporaneamente dal mercato del lavoro o rientrare in posizioni meno qualificate e meno stabili.
È qui che il bonus di Kochi mostra il suo limite: può aiutare qualcuno a iscriversi a un’app riducendo un piccolo costo individuale ma non risponde alla domanda decisiva: una coppia che si forma oggi, in Giappone, trova condizioni materiali e sociali per desiderare un figlio? No.
L’impatto della maternità sul lavoro femminile
Se due persone lavorano con contratti instabili, se gli stipendi non crescono, se gli asili sono insufficienti o lontani, se la madre sa che pagherà un prezzo professionale e sociale molto più alto del padre, se avere un secondo figlio appare economicamente rischioso, allora il problema non è dove incontrarsi.
L’iniziativa allora funziona soprattutto come marketing politico. Dice che le amministrazioni locali sono disposte a sperimentare nuove idee ma anche che il matrimonio, in Giappone, resta una soglia cruciale della politica demografica: prima si prova a far incontrare le persone, poi si spera che nascano coppie, poi famiglie, poi figli. Ma proprio questa sequenza rivela il rischio dell’approccio: se lo Stato interviene solo all’inizio della catena - l’incontro - e non abbastanza sul dopo, cioè casa, lavoro, cura, parità di genere e sicurezza economica, il risultato non pensiamo cambierà.
La crisi demografica, in Giappone come ovunque si stia manifestando, non è una crisi di romanticismo né di desiderio semmai è il sintomo di una frustrazione verso la precarietà e di una sfiducia verso il futuro che forse sono necessarie affinché le circostanze cambino sul serio.
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