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Anteprima Aggiornato il: 4 minuti di lettura

"Barbie" e l'irriverente femminismo pop firmato Greta Gerwig: la recensione del film

Barbie e l'irriverente femminismo pop firmato Greta Gerwig: la recensione del film
Barbie scappa dalla sua vita perfetta in cerca di una soluzione, ma a cosa? La recensione del film di Greta Gerwig.
di Alice Michielon

Arriva il 20 luglio nelle sale cinematografiche italiane il film Barbie, prodotto da Warner Bros. Pictures (con la produzione di Heyday Films, LuckyChap Entertainment e NB/GG) e Mattel, in una congiunzione astrale di interessi che unisce una sceneggiatura scritta da Greta Gerwig e dal compagno Noah Baumbach (la cui penna è meno protagonista di quella di lei, in totale stile Barbie e Ken) agli interessi di marketing di un’azienda che da anni aspettava l’occasione giusta per il rebranding della propria iconica bambola. Trascorsi i decenni, infatti, la bionda e snella Barbie ha perso completamente il proprio fascino agli occhi delle nuove generazioni: ma questo lei, ancora, non lo sa.

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Come racconta il sito ufficiale del film, una delle tante piccole e deliziose (o ridondanti?) trovate commerciali che ci hanno agganciato alla pellicola ancora prima che il cast ufficiale venisse annunciato, si legge: “Vivere a Barbie Land significa essere perfetti in un luogo perfetto. A meno che tu non stia attraversando una crisi esistenziale. Oppure tu sia un Ken”. Questa è, infatti, la premessa della trama.

La trama del film Barbie

Barbie (Margot Robbie), non è solo un’invenzione: esiste e vive, appunto, a Barbie Land, una realtà rosa e pizzi dove il quotidiano idilliaco, caratterizzato da voli aggraziati dal tetto della propria Casa dei Sogni all’auto e da risvegli perfetti, si perpetua eternamente: sarà un giorno perfetto oggi, come lo è stato ieri e come lo sarà domani. Ad accompagnare Barbie Stereotipo, ossia LA Barbie, il modello base di partenza, ci sono le altre: Barbie Presidente (Issa Rae), Barbie Scrittrice (Alexandra Shipp) e Barbie Dottoressa (Hari Nef), per esempio. Donne potenti e consapevoli del proprio valore, che non hanno paura di essere celebrate e di autocelebrarsi, che si coccolano tra di loro e che festeggiano l’essere donna ogni sera, perché tutte le sere è serata tra Barbie. 
Accanto a loro, una schiera di Ken (il cui principale, il modello spiaggia, è interpretato da Ryan Gosling) che vivono solo in funzione dello sguardo della loro Barbie di riferimento; d’altronde, sono un accessorio acquistabile a parte, ma non indispensabile. La vita dei Ken è votata al farsi notare e, si spera un giorno, anche amare da Barbie, che tuttavia ha ben poche intenzioni romantiche nei confronti del bambolotto, diversamente da quanto i suoi produttori avrebbero sperato per lei.

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Tutto sembra svolgersi come si è sempre svolto, finché un “malfunzionamento” costringe Barbie Stereotipo a rivolgersi a Barbie Stramba, scarabocchiata e perennemente in spaccata come i più malridotti dei nostri giocattoli, che vive in cima a una collina in una casa sopra la terra promessa. A questo punto, si apre davanti a Barbie il Matrix, e può scegliere se conoscere il mondo reale e risolvere i propri problemi, partendo da quelli che stanno affliggendo la bambina che gioca con lei. Pillola rossa (la verità, un paio di Birkenstock) o pillola blu (la serena ignoranza, i tacchi alti e rosa).

Il mondo è cattivo e scoprirlo fa male

Inizia qui il viaggio dell’eroina, che viene seguita da Ken contro la sua volontà: i due intraprendono un percorso verso la scoperta di sé, ma seguendo strade diametralmente opposte. Barbie si accorge, infatti, che le donne non sono così potenti nel mondo reale e che la sua figura non ha dato loro la forza di emanciparsi ma, anzi, si è presto ridotta a esser vessillo di un canone di bellezza imposto non più coerente con la società di oggi. A monte di ciò, realizza dei sentimenti che non aveva mai provato, come la vergogna di sé; accade quando capitola sotto lo sguardo sessualizzante degli uomini. 
Ken, d’altra parte, si immerge nel più puro dei patriottismi americani: in quel mondo, lui esiste, e lo sguardo degli uomini su di lui trasforma in un senso di provata, e sconosciuta fino a quel momento, ammirazione. A Barbie Land tornerà come un messia, insegnando ai Ken il patriarcato.

Ma non sono solo due i percorsi che si intrecciano; a Barbie e Ken si aggiunge quello di un’impiegata della Mattel (America Ferrara), che ha qualcosa da dire sulla rappresentazione delle donne, che è madre di una figlia adolescente e che celebrerà, a modo suo, un altro modo di essere, che non giudica i role model Barbie e le loro capacità, ma che vuole allontanarsi dall’idea che il riconoscimento del valore di una bambola, di una donna, debba obbligatoriamente passare per una sua condizione di straordinarietà

Stili e commistioni al limite della confusione

Il film di Greta Gerwig si prende raramente sul serio: si passa dal musical alla comicità al limite dello slapstick, dall’azione (seppur stravagante) ai dialoghi più teneramente infantili tra le Barbie e i Ken, che non sono altro che ciò che direbbe un bambino o una bambina qualsiasi giocando con loro. Tuttavia, quando si prende davvero sul serio, ecco che Barbie esplode e implode contemporaneamente: la profondità delle crisi esistenziali più radicali c’è tutta, il desiderio di scoprire il proprio posto nel mondo e “diventare un bambino vero” pure.  Allo stesso tempo, però, si accavallano tante idee, inevitabili generalizzazioni e buoni propositi femministi che possono far perdere la bussola, tanti se ne mischiano. 

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Il rischio “accozzaglia di stereotipi” era dietro l’angolo, ma è stato evitato grazie alla spinta irriverente della regista che non ha mai voluto aprire tavoli di discussione ideologica, ma semplicemente sottolineare e testimoniare, con l’occhio di un documentarista esperto, alcune piccole e sintomatiche crepe della nostra società.
A riportarci sulla retta via, il gusto deliziosamente pop e irriverente che permea ogni cosa: dalle grafiche cartoonesche di Barbie Land ai rapidi, ma memorabili, riferimenti alla nostra contemporaneità, che vanno dal sociale al politico, fino alle citazioni cinematografiche che dalla prima scena ci riportano a Kubrick. Perdoniamo quindi qualche attimo di défaillance a Greta Gerwig, che si (ri)conferma la voce femminista della nuova generazione di registi di cui avevamo bisogno, e che ancora prima dell’uscita di Barbie è già sulla bocca di tutti per il live action di Biancaneve, la cui trama è stata fortemente modificata (e criticata).

Essere umani non è così male

Anche il compito di Mattel era tutt’altro che semplice: come celebrare la propria Barbie senza "imbrodolarsi" e, soprattutto, con la coscienza storica del periodo in cui viviamo? Con l’autoironia. Nel film, infatti, i dipendenti di Mattel (a cui fa capo Will Ferrell) camminano in bilico sulla pericolosa linea che divide la malignità dall’idiozia, e rappresentano (forse) il motivo per cui il successo degli uomini spesso non rappresenta di diretta conseguenza il successo della società.
Bonus e malus per la voce narrante di Helen Mirren, che avremmo voluto più presente nella sua pacata ironia, e per Allan (l’amico di Ken) e Midge (Barbie incinta) i veri diversi del Barbie-arcato il cui spazio sullo schermo è stato sufficiente, ma non abbastanza sfruttato. Robbie e Gosling, invece, sono i due fuoriclasse che ci meritavamo per questo film: oltreoceano, si parla già di una candidatura agli Oscar per Ken.
Alla fine del film, come ogni storia per bambini che si rispetti, tutti raggiungono il proprio lieto fine, da Barbie a Ken agli umani, e trovano il proprio scopo nella vita che, per alcuni, è solo uno: vivere essendo sé stessi (Barbie, d’altronde, lo ha sempre fatto), per quanto uscire dal Truman Show possa fare male. Così è la vita.