Coming out al lavoro: cosa succede dopo?
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Giugno è il Pride Month, il mese in cui si celebrano la visibilità, i diritti e le conquiste della comunità Lgbtq+. Questo periodo offre un’ottima occasione per guardare a ciò che accade nella quotidianità in uno degli ambiti in cui la questione dell’inclusione è particolarmente rilevante: il lavoro. Il coming out nel contesto professionale continua infatti a rappresentare una scelta non sempre ovvia, anzi, spesso si rivela complessa, non solo per fattori personali ma anche perché i suoi esiti possono portare sia benefici che rischi. Le ricerche più recenti mostrano infatti un quadro meno lineare di quanto si possa immaginare: per molte persone Lgbtq+ essere visibili significa lavorare con maggiore serenità e autenticità, ma può anche aumentare l'esposizione a discriminazioni, esclusioni o svantaggi di carriera.
Più che un singolo momento, il coming out è spesso un processo che continua nel tempo e il cui esito dipende in larga misura da chi si ha di fronte e dal contesto in cui avviene. Non a caso, una delle conclusioni più ricorrenti nella letteratura scientifica è che il coming out negli ambienti professionali non produce automaticamente conseguenze positive o negative: molto dipende dalla cultura organizzativa, dal sostegno dei colleghi e delle colleghe, e dalla capacità delle aziende di creare ambienti realmente inclusivi.
Più visibili, ma non sempre per scelta
In Italia la visibilità delle persone Lgbtq+ sul lavoro è ormai una realtà piuttosto diffusa: secondo i dati Istat, circa il 78% delle persone appartenenti alla comunità dichiara che il proprio orientamento sessuale è noto ai colleghi. A prima vista potrebbe sembrare il segnale di una crescente (e auspicata) normalizzazione, ma i numeri raccontano una situazione più sfumata.
Circa una persona su tre riferisce infatti di aver subito un outing, cioè la rivelazione del proprio orientamento o della propria identità da parte di altri. Insomma, non si è trattato di una scelta completamente libera, ma è stata il risultato di dinamiche sfuggite al controllo della persona coinvolta. L’aumento della visibilità non coincide quindi automaticamente con una maggiore libertà, ma evidenzia quanto la questione dell'identità sia ancora presente nelle relazioni professionali, e quanto il controllo delle informazioni personali possa rappresentare un tema delicato.
È anche per questo motivo che molti studiosi preferiscono parlare di “gestione della visibilità” in contesti professionali, più che di un singolo momento di coming out. Essere apertamente Lgbtq+ sul lavoro non è una decisione che si prende una sola volta, ma una condizione che si rinnova continuamente nelle interazioni quotidiane con colleghi, clienti, manager e nuovi collaboratori.
Quando essere sé stessi migliora il lavoro
Una parte importante della ricerca evidenzia gli effetti positivi del coming out, ma solo nei contesti inclusivi. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista Equality, Diversity and Inclusion ha rilevato che le persone Lgbtq+ che fanno coming out sul lavoro riportano più frequentemente relazioni autentiche con colleghi e superiori, un maggiore senso di appartenenza all’organizzazione e una percezione più ottimista delle proprie opportunità professionali.
Uno dei benefici più citati riguarda la possibilità di vivere il lavoro in modo autentico e quindi più rilassato: non dover evitare riferimenti al proprio partner, modificare i racconti sulla propria vita privata o controllare costantemente ciò che si dice riduce il carico psicologico che molte persone Lgbtq+ che non sono out sperimentano quotidianamente. Diversi studi hanno associato questa maggiore autenticità a livelli più elevati di soddisfazione lavorativa.
Alcune ricerche mostrano che, al contrario, nascondere aspetti importanti della propria identità può aumentare stress e affaticamento emotivo. In questa direzione va ad esempio uno studio pubblicato sul Journal of Homosexuality, secondo cui l’occultamento del proprio orientamento sessuale sul lavoro è associato a esiti peggiori sia sul piano della salute mentale sia dell’esperienza professionale, mentre gli ambienti percepiti come inclusivi favoriscono una maggiore apertura e un miglior benessere complessivo.
In altre parole, poter essere sé stessi sul posto di lavoro non è soltanto una questione simbolica o identitaria: per molte persone può tradursi in una migliore qualità della vita professionale, in relazioni più trasparenti e in una minore pressione psicologica.
Discriminazioni e autocensura restano diffuse
Accanto agli effetti positivi, i dati mostrano che la visibilità continua a comportare anche rischi significativi per una parte della comunità. In Italia il 41,4% delle persone Lgbtq+ dichiara di aver sperimentato uno svantaggio lavorativo legato al proprio orientamento sessuale, sotto forma di minori opportunità di carriera, riconoscimento professionale, ambiente ostile o trattamento economico. Altre indagini Istat e Unar indicano che circa una persona Lgbtq+ su quattro ha vissuto forme di discriminazione diretta o indiretta nel corso della propria esperienza professionale.
Le forme più frequenti di discriminazione non sono necessariamente quelle più evidenti: la letteratura internazionale mostra che spesso il problema si manifesta attraverso esclusioni dai circuiti informali di networking, minore accesso alle opportunità, isolamento sociale all’interno dei team o microaggressioni difficili da individuare ma capaci di influenzare profondamente il benessere delle persone.
Non a caso, il tema del coming out viene spesso descritto dagli studiosi come un equilibrio delicato tra autenticità e rischio. Già nel 2002 una ricerca pubblicata sul Journal of Applied Psychology parlava di disclosure dilemma, il “dilemma della visibilità”, che vede da un lato il desiderio di vivere apertamente la propria identità, dall’altro il timore di possibili conseguenze professionali.
Non sorprende quindi che molte persone continuino a gestire con cautela la propria visibilità. Secondo Istat, circa il 61% delle persone Lgbtq+ evita di parlare della propria vita privata sul posto di lavoro per non esporsi a possibili giudizi o conseguenze negative: per molte persone la libertà di espressione non è sempre totale, e può richiedere una continua valutazione del contesto.
La vera differenza la fa l'ambiente
Le ricerche mostrano un dato evidente: il coming out è più frequente nei contesti percepiti come inclusivi e sicuri. Al contrario, negli ambienti ostili la visibilità può aumentare il rischio di discriminazione, marginalizzazione professionale o precarizzazione. Uno degli studi più citati sul tema, pubblicato sul già citato Journal of Applied Psychology, ha mostrato che la decisione di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale dipende in larga misura dal clima organizzativo. Le persone risultano infatti molto più propense a fare coming out quando percepiscono sostegno da parte di colleghi e manager, mentre la paura di discriminazioni rappresenta uno dei principali ostacoli alla visibilità.
Questo spiega perché il coming out sia spesso considerato anche un indicatore della qualità della cultura aziendale: più i dipendenti percepiscono l’ambiente come sicuro, maggiore è la probabilità che si sentano liberi di essere loro stessi.
Esistono inoltre differenze tra i vari settori. Tecnologia, media, comunicazione, grandi aziende strutturate e settore pubblico tendono a essere percepiti come ambienti più inclusivi. Mentre manifattura, edilizia, trasporti e agricoltura risultano spesso meno accoglienti. Tuttavia, gli studiosi concordano sul fatto che il settore, da solo, non sia il fattore decisivo; a fare realmente la differenza sono elementi come la cultura manageriale, la presenza di politiche di diversità, uguaglianza e inclusione, il sostegno della leadership e l’esistenza di strumenti efficaci per prevenire e contrastare le discriminazioni.
Naturalmente, anche all’interno della comunità Lgbtq+ le esperienze non sono uniformi. Le persone transgender e non binary per esempio riportano livelli di discriminazione e molestie significativamente più elevati rispetto alle persone lesbiche, gay o bisessuali cisgender, segno che la visibilità non comporta gli stessi rischi per tutti.
A oltre mezzo secolo dai moti di Stonewall, che hanno dato inizio ad una serie di eventi che culminano oggi nel mese del Pride, il coming out continua a essere un tema profondamente legato alle condizioni concrete in cui le persone vivono e lavorano. Essere visibili può migliorare il benessere, la qualità delle relazioni e il senso di appartenenza, ma non elimina automaticamente il rischio di discriminazione. Per questo è fondamentale che tutti i luoghi di lavoro possano garantire un ambiente in cui autenticità e sicurezza vadano finalmente di pari passo.
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