2 giugno: la storia che non conosci delle 21 donne che hanno lottato per una Costituzione inclusiva
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Il 2 giugno 1946 le donne entrano per la prima volta a gamba tesa nella storia politica italiana: non solo esercitano il diritto di voto — dopo aver infilato per la prima volta una scheda nell’urna alle amministrative del 10 marzo — ma siedono anche in Parlamento. Con la nascita della Repubblica, ventuno donne vengono elette all’Assemblea Costituente e prendono posto accanto agli uomini, partecipando alla scrittura della nuova Italia. Non senza attriti, non senza segnali evidenti di esclusione (pensare che nei moduli compariva ancora la dicitura “cognome e nome della moglie”, come se la loro presenza in Parlamento fosse un’eccezione non prevista). Eppure, è proprio da lì che si apre una crepa definitiva in un sistema che le aveva sempre tenute ai margini. È anche grazie a loro, alle loro battaglie e alla loro capacità di incidere nel testo costituzionale, se oggi possiamo parlare di diritti, uguaglianza e tutela. Eppure, di quelle donne si sa ancora troppo poco. A ottant’anni da quel momento, abbiamo scelto di guardarci indietro e partire proprio da lì, facendoci guidare da chi ha rimesso insieme i loro volti, le loro storie, le loro scelte: Caterina Caparello, autrice di Le 21 Madri Costituenti, edito da Edizioni Le Lucerne.
2 giugno 1946: quando le donne hanno scritto la Repubblica
A ottant’anni da quel 2 giugno 1946, quando per la prima volta ventuno donne entrarono nell’Assemblea Costituente per contribuire a scrivere la Costituzione, vale la pena fermarsi sui loro nomi, uno per uno: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
Ventuno donne, percorsi diversi, appartenenze lontane, ma un punto in comune: entrare in uno spazio che fino a quel momento non le aveva mai previste e contribuire a renderlo più giusto, più rappresentativo, più democratico. Nell’80° anniversario di quella elezione, la loro presenza rimane parte concreta dell’architettura dei diritti su cui si regge ancora oggi il Paese.
Caterina Caparello, portavoce di vite dimenticate
Caparello non arriva a queste storie per caso. Giornalista, calabrese, classe 1987, ha fatto della ricerca e del recupero delle voci dimenticate una cifra precisa del suo lavoro. Dalla cronaca alla cultura, fino alle collaborazioni con Domani e il Corriere della Sera, il suo percorso va a stanare ciò che spesso resta fuori campo. Lo aveva già fatto con Testarde, riportando alla luce le atlete italiane dimenticate; lo ha fatto con il podcast Rita, premiato con il Nilde Iotti; lo fa qui, ancora una volta, scegliendo di raccontare non solo cosa hanno fatto le Madri Costituenti, ma come lo hanno fatto. Tra mediazioni invisibili, scontri politici, e una determinazione che non aveva niente di scontato, il suo libro costruisce qualcosa di più di una ricostruzione storica: restituisce un’eredità che, a ben guardare, non è mai stata così attuale.
"Pur nelle differenze culturali, [le Donne Costituenti] avevano una visione all’avanguardia dell’emancipazione femminile. I valori che orientarono le nostre Costituenti furono il valore della persona, della dignità, della libertà, della giustizia sociale, dell’eguaglianza di fatto, per garantire a tutti un livello di benessere economico, sociale e culturale. Grazie a loro abbiamo la formulazione avanzata di articoli cruciali della nostra Costituzione: gli articoli 3, 29, 30, 31, 37, 48, 51.*
Le Costituenti lavorarono nelle Commissioni, intervennero nei dibattiti e in aula; contribuirono alla stesura degli articoli, tante volte attraverso un lavoro rimasto invisibile, fatto di mediazioni e strategie per convincere e orientare i colleghi uomini. [...]
Le Costituenti e i Costituenti ci hanno lasciato una delle Costituzioni più belle del mondo. Hanno saputo interpretare il diventare cittadine delle donne italiane e il loro progetto di una vita nuova.
Per questo, possono e debbono essere riconosciute come le Madri autorevoli della nostra Repubblica."
Dalla prefazione di Livia Turco.
Secondo te, la Costituzione italiana può essere considerata “femminista” o è il risultato di un compromesso?
Teresa Noce, Angelina Merlin, Nilde Iotti, Maria Federici e Angela Gotelli, le uniche cinque deputate presenti alla Commissione dei 75, dimostrano che la nostra Costituzione è stata uno strumento di lotta per le donne. Loro, insieme, e sempre supportate dalle altre Madri, si batterono per l’inserimento nell'articolo 3 della locuzione che, a mio avviso, ci ha e ci sta ancora letteralmente salvando: “senza distinzione di sesso”. È risaputo come abbiano dovuto lottare per il suo inserimento, perché era considerata irrilevante, scontata e non necessaria. Ma dalla loro esperienza, diretta e indiretta, hanno imparato quanto le parole fossero invece fondamentali, poiché ponevano le basi dell’azione. E quelle parole, loro, le hanno difese.
Nel riconoscimento dei diritti, il linguaggio conta. Il testo costituzionale è ancora inclusivo per i tempi che corrono?
Adele Bei è stata la prima donna a declinare davvero al femminile i termini nel suo uso quotidiano: avvocata, presidentessa. Immaginate gli occhi sgranati, le bocche storte, le reazioni. Un po’ come oggi. Personalmente penso che il linguaggio incida moltissimo sul riconoscimento dei diritti, perché le parole non possono e non devono più essere date per scontate. La società subisce ogni giorno un’evoluzione, e così anche la lingua. Il linguaggio della Costituzione è stato inclusivo nel 1948, perché parliamo di quel tipo di società. Nel già citato articolo 3 si legge anche “senza distinzione di razza”. Eppure sappiamo benissimo quanto questo termine oggi andrebbe sostituito con “etnia”, visto che l’unica razza è quella umana.
Le donne hanno sempre lavorato: in casa, nelle fabbriche, durante la guerra, ma spesso senza tutele e senza un’adeguata retribuzione. Che cosa ha cambiato la Costituzione nella condizione delle donne lavoratrici?
Le tutele e l’adeguata retribuzione erano inesistenti. Le Madri Costituenti hanno vissuto sulla propria pelle, in modo diretto e indiretto, anche le violenze e gli abusi all’interno di case e fabbriche. Grazie alla presenza di queste ventuno deputate, e poi delle cinque nella Commissione dei 75, la Costituzione tutela lavoratori e soprattutto lavoratrici. Ha posto le basi imprescindibili dei diritti delle donne. Partendo dalla Costituzione, da quel linguaggio semplice e incisivo, si sono andate a creare le leggi che garantiscono, ad esempio, la parità retributiva, come la legge Anselmi del 1977. Senza la base della Costituzione, senza la locuzione voluta fortemente dalle deputate, Tina Anselmi avrebbe potuto far approvare la legge che porta il suo nome?
Quasi tutte le Madri Costituenti si sono formate nella Resistenza. La partecipazione delle donne alla lotta antifascista può essere considerata un primo momento di autodeterminazione politica ed emancipazione?
Finalmente, seppur da non tanti anni, si parla anche di Resistenza femminile. Le donne erano presenti, erano molte e imbracciavano anche il fucile. Non erano solo staffette. Nonostante tutto però, storicamente, la Resistenza non è stato il primo momento di autodeterminazione politica. Bisogna analizzare il primo dopoguerra: i primi scioperi delle donne scacciate via dalle fabbriche, abusate, sottopagate e trattate come braccia da buttare via all’occorrenza. Basta pensare allo sciopero delle sarte, delle operaie, delle tabacchine e di tante altre donne durante il cosiddetto “Biennio rosso” (1919-20), cui parteciparono molte delle Madri Costituenti e che rivendicavano, insieme, diritti.
L’antifascismo è stato un altro mezzo per le donne e delle donne. La Resistenza è stata “doppia”: per la libertà dell’Italia e per la libertà delle donne da una condizione di indifferenza e invisibilità. Prima della formazione dei GDD (Gruppi di difesa delle donne, nati nel 1943), le donne si riunivano sì nei GAP e SAP (Gruppi e squadre di azione e di difesa patriottica) con gli uomini ma, insieme, guardavano e progettavano il loro futuro: un futuro che, dopo la Seconda guerra, le avrebbe portate a non fermarsi e a continuare a lottare per il diritto di voto e per la tutela delle donne in ogni ambito. Da sole. L’esperienza le ha portate a non fermarsi, nemmeno davanti alla guerra.
L'alleanza trasversale tra donne di partiti diversi sui diritti di genere riflette lo spirito della Costituzione?
Certo. E le cinque deputate della Commissione dei 75 lo dimostrano ancora una volta. Sono sempre state supportate dalle altre, come nella lotta per la locuzione “senza distinzione di sesso”. Tutte e ventuno hanno fatto fronte comune sui diritti delle donne. Ognuna seguiva e sosteneva il pensiero delle altre, andando anche contro le linee dei propri partiti. Lavorare insieme per i diritti delle donne era questo. Quando Maria Maddalena Rossi denunciò in Parlamento, nel 1947, il mancato indennizzo per i crimini di guerra avvenuti nel Lazio ad opera dei goumier francesi, a discapito delle donne — parliamo di violenze, stupri e assassinii — tutte le Madri erano dalla sua parte. Ancora una volta erano le vittime a doversi nascondere: le 21 Madri Costituenti hanno cercato di abbattere anche questo, per cui lottiamo ancora oggi.
Che idea di scuola avevano le Madri Costituenti?
Tutte le Madri Costituenti, soprattutto per la loro esperienza personale, consideravano la scuola non un trampolino ma un diritto che tutte le donne dovevano avere. Il sistema educativo era già profondamente segnato da uno o più modelli elitari, e ben prima del fascismo. Il fascismo ha utilizzato la scuola per i suoi scopi propagandistici e di indottrinamento sia sui bambini che sulle bambine. Le deputate hanno sempre ritenuto l’istruzione fondamentale nella vita delle donne e di tutti. Alcune, da ragazzine, non avevano possibilità economiche ma cercavano comunque, con mezzi di fortuna, di imparare. Altre, durante la guerra e sotto i bombardamenti, organizzavano clandestinamente doposcuola per giovani e giovanissimi. La loro idea di scuola non si basava su una singola legge, ma sul diritto all’istruzione. L’articolo 34 è la base di tutto.
Perché molte Madri Costituenti non furono rielette dopo la Costituente?
La mancata rielezione di alcune Madri non indica un limite strutturale della democrazia, ma un limite partitico, di potere e di interessi. Madri come Teresa Noce e Teresa Mattei vivono l’espulsione dal PCI per le loro idee e perché considerate spesso scomode; Rita Montagnana non viene rieletta anche in seguito alla separazione da Togliatti, rimanendo delusa da una legislatura successiva con poche donne elette al Senato. Bianca Bianchi del PSI non viene rieletta perché considerata troppo “liberale”. E non sono le sole. Le Madri Costituenti avevano aperto la strada ai diritti delle donne, ma i leader partitici non consideravano comunque fondamentali e urgenti quei diritti. La delusione di alcune Madri è stata tanta e profonda, e ne abbiamo testimonianza. Sono i partiti e i loro leader ad aver veicolato tutto questo, a discapito di tante donne. Come accade anche oggi.
Che cosa manca ancora alla Costituzione relativamente ai diritti delle donne?
Sicuramente l’inserimento del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Per non parlare del fatto che a marzo sono usciti — con un ritardo enorme — i dati sull’applicazione della legge 194 relativi al 2023, quando dovrebbero uscire ogni anno. Sono quindi dati inadeguati, inutili e assolutamente inattuali per capire la situazione del Paese.
Poi c’è la necessità di ridefinire una legge importante attraverso l’articolo 33 della Costituzione in merito allo sport: la legge 91 del 1981 sul professionismo sportivo regola solo gli uomini in quattro discipline (calcio, basket, golf e ciclismo su strada). Le donne sono considerate dilettanti. Donne, atlete, che applaudiamo e per cui tifiamo alle manifestazioni nazionali e internazionali, non sono riconosciute come lavoratrici e quindi non hanno tutele.
E ancora: la reale e piena attuazione della parità sostanziale nella retribuzione, nella gestione della famiglia — penso all’occasione persa sul congedo paritario — e la massima tutela del lavoro. Infine, più incisività sul diritto al matrimonio egualitario, sulla tutela contro l’odio e nel contrasto all’omolesbobitransfobia. E la violenza: la violenza contro le donne, come dichiara la Convenzione di Istanbul. Assieme all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Spero che tutto questo, e anche di più, possa rientrare nella nostra Costituzione. Nel frattempo, si lotta.
Oggi le donne sono consapevoli dei diritti conquistati grazie alle Madri Costituenti?
Purtroppo molto poco. Però finalmente qualcosa inizia a muoversi: la comunicazione e la divulgazione storica sana e corretta stanno iniziando a diffondersi. Ritengo sempre che il primo luogo di informazione — oltre che da giornalista, lo dico anche da insegnante — sia la scuola. E anche le Madri Costituenti ce lo hanno insegnato. Dobbiamo conoscere da dove arrivano i nostri diritti, dobbiamo sapere quanto ci fosse stato negato per il solo fatto di essere donne, dobbiamo continuare a preservare e custodire i diritti e la memoria di chi ieri si è battuta partendo dall’invisibilità. Oggi non siamo più invisibili, ma la conoscenza è fondamentale. E la conoscenza porta a considerare e a intraprendere altre battaglie.
Perché è importante raccontare oggi le loro storie?
Personalmente, ho scelto di raccontare non la storia ma ventuno storie: ventuno racconti che partono dal loro quotidiano, dai loro probabili pensieri, emozioni, vicende umane che le hanno portate, singolarmente e attraverso strade piene di ostacoli, a incontrarsi in Parlamento. Non erano mostri sacri, erano donne comuni. Ognuna con la propria vita, la propria storia, le proprie esperienze. Sono state attraversate dalla sofferenza, dalla rabbia, dal lutto, ma anche dalla gioia e dalla speranza. Erano donne e vivevano la loro condizione. Hanno lottato per se stesse, con se stesse e per le altre. Ho voluto raccontare ventuno percorsi diversi che poi si sono uniti in un’unica strada. Insieme, per le donne.
* Si tratta degli articoli relativi al superamento delle discriminazioni di fatto e delle discriminazioni di sesso (art. 3); alla configurazione di una famiglia basata sulla pari dignità di donne e uomini e sulla pari responsabilità nei confronti dei figli, il pieno riconoscimento della personalità del minore, le politiche di sostegno alle famiglie, a partire da quelle numerose (29, 30, 31); a quello relativo all’accesso delle donne al lavoro in modo paritario, alla parità salariale, al superamento delle discriminazioni, al riconoscimento della essenziale funzione familiare (37); alla uguale partecipazione alla vita politica (48) e all’eguale accesso alle cariche pubbliche (51).
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