Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
empowerment Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Non solo "staffette": le donne della Resistenza, nel nome del 25 aprile

Un gruppo di partigiane
Un gruppo di partigiane  (getty)
Si avvicina il 25 aprile.
Val la pena di raccontare che le donne dei gruppi della Resistenza, spesso ricordate da una prospettiva di genere, non sono state solo "staffette": le partigiane hanno combattuto
di Eugenia Nicolosi

Le “staffette partigiane” sono state una parte fondamentale della resistenza al nazifascismo che ha lottato per la Liberazione dell'Italia, avvenuta poi il 25 aprile 1945 : durante l'occupazione le donne hanno contribuito alla lotta per la liberazione in molti modi. Ma non solo: l'abbandono dell'ambiente domestico e la presa di posizione individuale e collettiva, per esempio attraverso gli scioperi delle lavoratrici o l'adesione di moltissime donne alle brigate partigiane, hanno determinato una rottura nella radicatissima visione di genere che le confinava fuori dalle questioni politiche e perché no, dalla gestione della guerra. Molte di loro sono morte durante i mesi di prigionia, di fame e di stanchezza.

Donatella Rettore: "Basta conflitti , è tempo di trovare un accordo di pace"

staffette ma anche combattenti: fino al 25 aprile

E infatti non tutti i “modi” in cui le oltre 35mila donne hanno fatto la resistenza rientrano nella definizione di “staffetta”. Viaggiare con i messaggi segreti, o armi, dai comandi alle sedi del Comitato di Liberazione Nazionale, curare i feriti, accumulare cibo e sistemare i rifugi non è il solo lavoro che le donne hanno svolto nei due anni di occupazione. Dall'armistizio di Cassibile fino al 25 aprile 1945 le partigiane italiane hanno combattuto. Secondo l’Anpi, associazione nazionale partigiani d’Italia, 4.653 donne sono state arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti. Altre 2.756 sono state deportate nei lager, altre 2.900 giustiziate o rimaste uccise durante i combattimenti e oltre 1.700 sono state ferite e sono rimaste mutilate. Ma sono numeri che vengono contati di certo per difetto. Non si parla, per esempio, mai o quasi mai degli abusi sessuali che le donne, a volte giovani di appena 18 o vent'anni, hanno subito o rischiato di subire ogni volta che viaggiavano a piedi o sui treni, per le strade e durante le perquisizioni da parte dei nazifascisti, militari sia italiani che tedeschi.

Un gruppo di partigiane
Un gruppo di partigiane  (getty)

A maggior ragione val la pena di raccontare che molte di loro hanno fatto altro: “nello scontro armato, nel lavoro di informazione, approvvigionamento e collegamento, nella stampa e propaganda, nel trasporto di armi e munizioni, nell'organizzazione sanitaria e ospedaliera, nel Soccorso rosso, nei gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà” (A. Bravo, Resistenza civile, in Dizionario della Resistenza, a cura di E. Collotti-R.Sandri-F. Sessi, Einaudi). E abbiamo la fortuna di aver ereditato alcune storie, che vogliamo raccontare a simbolo di tutte quelle che invece abbiamo perso.

la resistenza armata di Carla Capponi

È stato detto tanto su Tina Anselmi, che aveva soltanto 13 anni quando la Seconda Guerra Mondiale è scoppiata. Costretta ad assistere all'impiccagione pubblica di alcuni partigiani (a scopo “educativo”), Anselmi entra nella Resistenza clandestina del Veneto. Dopo la Liberazione diventa prima maestra poi la prima donna ministro del nostro Paese.
Ma la mattina del 9 settembre 1943 prende inizio la storia di Carla Capponi. Carla segue un gruppo di civili armati e diventa volontaria sulla linea del fuoco vicino alla Basilica di San Paolo: è la battaglia per la difesa di Roma contro i tedeschi. Il quartiere della Garbatella vede nascere un gruppo di partigiane, donne che durante la resistenza si occupano del sostentamento dei partigiani. Lei, però, si offre di combattere ma le armi sono poche, inoltre i compagni le negano l'uso delle armi perché le donne, secondo loro, devono occuparsi dei ruoli di cura. Ma ruberà una pistola a un militare italiano, un fascista, mentre si trovano in un autobus.

Carla Capponi
Carla Capponi  (wikipedia)

Allora il suo battesimo del fuoco avviene la sera del 17 dicembre del '43: partecipa insieme a tre compagni a un'azione in via XXII Marzo e uccide un ufficiale tedesco. L'indomani sempre loro quattro lasciano una bomba fuori dal cinema Barberini che veniva solitamente frequentato dai soldati nazisti. Ne muoiono otto. Una settimana dopo partecipa all'uccisione di altri otto militari tedeschi, sul lungotevere su via della Lungara. Il gennaio successivo, dopo lo sbarco di Anzio, viene destinata all'Ottava zona ed entra nella piena clandestinità, finendo a dormire nelle baracche. Poche settimane dopo fa saltare in aria un'autocisterna vicino al Colosseo - era dei tedeschi. Ma soprattutto, partecipa all'attentato di via Rasella. È Il 23 marzo del 1944, al passaggio di una compagnia di 156 uomini in assetto bellico del I battaglione del Polizeiregiment "Bozen", scoppia una bomba al tritolo nascosta in un carretto della nettezza urbana. L'attentato e il successivo fuoco di risposta partito dalle armi tedesche provocano la morte immediata di 32 militari tedeschi e il ferimento di altri 110. Ma i tedeschi per vendicarsi mandano a morte 335 prigionieri italiani (10 per ogni tedesco, più 5), ed erano quasi tutti civili: è l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Alla fine dell'aprile 1944, un anno prima della Liberazione, Carla Capponi si unisce alle forze partigiane a sud di Roma: Carla è vicecomandante e opera con il grado di capitano.

donne partigiane: su 35mila solo 19 medaglie al valore

Oltre a Carla Capponi, sono state solo 18 – su 35mila! - le donne che hanno ricevuto medaglie d’oro al valore per le loro azioni durante la Resistenza: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari, Joyce Lussu.

Un gruppo di partigiane
Un gruppo di partigiane  (getty)

C'è un documentario di 48 minuti, La donna nella Resistenza, di Liliana Cavani, che è stato prodotto per la Tv nel 1965 e contiene moltissime interviste a donne sopravvissute alla tortura e alla prigionia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma il film si apre proprio sulle fotografie di tutte quelle donne giustiziate dai nazifascisti e sulle loro ultime lettere alle loro famiglie. “Sono caduta affinché coloro che verranno dopo di me possano vivere liberi”, scriveva una donna. “Amo la vita e allo stesso tempo accetto una morte necessaria”, scriveva un'altra o ancora: “Non considerarmi diversa da un soldato che va sul campo di battaglia”. Le donne della Resistenza sopravvissute sono state intervistate e hanno detto che “non potevano sopportare una dittatura con politiche contrarie alle loro convinzioni morali”. I loro nomi non dovrebbero mai essere dimenticati, ma dal momento che moltissimi sono stati cancellati dal tempo, ci restano le loro storie.