Se il tuo Paese ti ostacola, l'Europa ti sostiene: aborto sicuro e garantito grazie ai fondi dell'Unione
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L’Europa sceglie la libertà e la democrazia e la decisione presa a Bruxelles segna una svolta politica e culturale dalla quale difficilmente si potrà tornare indietro.
Il 26 febbraio 2026 la Commissione europea ha approvato la proposta dell’associazione My Voice My Choice, aprendo ufficialmente alla possibilità di utilizzare fondi europei - in particolare lo European Social Fund Plus - per sostenere l’accesso sicuro all’aborto (qui il testo integrale della proposta).
Non sono quindi stati stanziati nuovi fondi, ma è stato aperto un percorso che garantisce l'esercizio di un diritto. Stante che la gravidanza coercitiva è una grave violazione dei diritti umani e l'interruzione di gravidanza è un diritto umano (la Corte Europea dei diritti dell'Uomo interviene in casi di violazione dei diritti riproduttivi) la decisione cambia definitivamente il quadro europeo sul tema.
i fondi europei per assicurare i diritti
La decisione della Commissione arriva dopo mesi di mobilitazione e dopo il voto del Parlamento europeo del 17 dicembre scorso, che aveva invitato l’esecutivo UE ad agire. Oggi quell’invito è diventato un indirizzo politico chiaro. Come ha dichiarato la Vice-presidente della Commissione europea per i Diritti Sociali, la romena Roxana Mînzatu, da oggi è possibile utilizzare strumenti finanziari già esistenti per garantire l'accesso sicuro all’interruzione volontaria di gravidanza.
È un passaggio tecnico solo in apparenza, perché in realtà è un atto politico. L'Unione Europea riconosce che l’accesso all’aborto è una questione di interesse sovranazionale, non più confinata esclusivamente alle legislazioni dei singoli Paesi e introduce un meccanismo di solidarietà transnazionale, sostenendo chi è costretta a viaggiare per esercitare un diritto. Per esempio lo sono tutte le residenti dei Paesi in cui abortire è vietato: Malta, dove è illegale e punito con la reclusione da 18 mesi a 3 anni per la donna e chi lo pratica, Polonia, dove è permesso solo in caso di stupro, incesto o pericolo per la vita della madre, eliminando quasi totalmente la possibilità di interrompere la gravidanza per malformazioni fetali. Andorra, San Marino e Liechtenstein, dove è illegale salvo in casi eccezionali.
Cosa cambia per i Paesi che vietano o ostacolano l'aborto
L'approvazione di una nuova prassi non impone contemporaneamente una norma unica europea. Non si modifica quindi la legislazione degli Stati membri ma si crea uno spazio politico europeo in cui la libertà riproduttiva viene riconosciuta come bene comune. E questo cambia il terreno del dibattito.
La Commissaria Hadja Lahbib ha pronunciato parole che vanno oltre il tecnicismo istituzionale: «Viviamo in un tempo in cui i corpi delle donne sono un campo di battaglia politica. Per fortuna l’Europa ha deciso chiaramente da che parte stare: dalla parte della libertà delle donne».
Qui sta la portata culturale della decisione. Negli ultimi anni, in diversi Paesi europei, i diritti riproduttivi sono stati oggetto di restrizioni, arretramenti, pressioni ideologiche e caos funzionale.
«Concretamente, le donne che vivono in Paesi dove l’aborto è proibito o ostacolato avranno la possibilità di essere aiutate sul piano economico: il fondo garantirà una copertura della prestazione sanitaria, includendo anche le spese di viaggio e di soggiorno per le donne che dovranno andare all’estero», hanno dichiarato Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e Alice Spaccini, co-coordinatrice di My Voice, My choice in Italia per l’Associazione Luca Coscioni.
Sul piano politico, si afferma un principio fondamentale: «il riconoscimento a livello europeo del diritto ad accedere all’aborto in condizioni di sicurezza e legalità», continuano.
Con questo sì, l’Europa afferma tre principi fondamentali: la maternità non è un destino imposto, l’autonomia del corpo è parte della dignità personale e la libertà non è negoziabile quando riguarda scelte intime e fondamentali. Non si tratta di imporre un modello culturale, ma di garantire che nessuna donna sia lasciata sola a causa della geografia.
L'associazione My Voice My Choice è un'Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) e quella che ha condotto al "sì" è stata una mobilitazione dal basso. In Italia sono state raccolte oltre 160 mila firme, con più di 200 iniziative di raccolta in scuole, università, piazze e manifestazioni grazie all'ìadesione di oltre 40 collettivi e associazioni. In tutta Europa le firme hanno superato il milione.
A livello europeo, la partecipazione ha dimostrato che lo strumento dell’ICE può produrre effetti e questo è un punto centrale: la decisione non riguarda solo l’aborto. Riguarda il funzionamento della democrazia europea.
in Italia questo "sì" ha un valore doppio
In Italia la decisione della Commissione sull'aborto assume una valenza ancora più forte. Mentre il governo dichiara di non voler toccare la legge 194, persistono criticità nell’accesso all’IVG: alta percentuale di obiezione di coscienza, diseguaglianze territoriali, ritardi nei dati sull’attuazione della legge.
La scelta della Commissione europea rappresenta, come sottolineato dalle coordinatrici italiane della campagna, la smentita politica di una linea restrittiva che si muove spesso sul piano culturale più che legislativo. Anche al Parlamento europeo la maggioranza che sostiene il governo italiano si è divisa. Una parte del gruppo di Forza Italia ha votato a favore dell’iniziativa. D'altro canto le organizzazioni pro-life parlano di Erasmus dell’aborto denunciando l’uso di fondi europei per finanziare percorsi transfrontalieri. Il conflitto culturale e ideologico insomma resta. Ed è proprio per questo che la decisione assume un valore storico: perché prende posizione dentro un conflitto aperto, non in un consenso già acquisito.
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