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Aggiornato il: 2 minuti di lettura

Troppo caldo, troppo intenso, troppo a lungo: così l’estate è diventata la stagione del privilegio

Troppo caldo, troppo intenso, troppo a lungo: così l’estate è diventata la stagione del privilegio
(getty)
L'estate del cambiamento climatico non è uguale per tutte le persone: esiste un tema di privilegio economico e sociale quando si tratta di sfuggire al caldo
di Eugenia Nicolosi

Il caldo non colpisce tutte le persone allo stesso modo. Che ci piaccia oppure no, questa è la verità con cui dobbiamo fare i conti ora che le ondate di calore degli ultimi anni stanno diventando sempre più impossibili. Parliamo di cooling poverty, di cambiamento climatico e di differenze di classe.

Esercizi per risolvere il problema delle gambe pesanti d'estate

Quando le temperature superano i 35 o 40 gradi, la differenza tra benessere e sofferenza non dipende soltanto dal termometro o dalla geografia ma pure dal reddito. Nel senso che chi dispone di una casa ben isolata, chi può godere di una piscina o del mare, di un impianto di climatizzazione e della possibilità di pagare tutte queste cose può proteggersi e gli altri no.

la cooling poverty: l'estate non è uguale per tutte le persone

Chi vive in un appartamento surriscaldato, in un quartiere privo di alberi o non può permettersi di accendere il condizionatore vive l'estate con sofferenza. È qui che nasce la cooling poverty, la povertà del raffrescamento: tecnicamente è l'incapacità di mantenere la propria abitazione a una temperatura sicura durante i periodi di caldo estremo.

E siccome siamo diventate brave, bravi a parlare di "povertà energetica" in relazione all'inverno forse è il momento di farlo anche in relazione al caldo estremo visto che il cambiamento climatico ci impone di guardare anche all'altra faccia del problema. In molte aree del mondo, e sempre più anche in Europa, il caldo uccide più del freddo eppure continuiamo a considerare l'estate "la bella stagione" e i modi di rinfrescarsi dei comfort, non delle necessità.

La cooling poverty è allora una nuova frontiera della disuguaglianza perché colpisce le persone più povere, quelle anziane che vivono sole in appartamenti trasformati in forni, le famiglie che rinunciano ad accendere il condizionatore per paura della bolletta e quelle che abitano nei cosiddetti "bassi", lavoratrici e lavoratori che trascorrono le giornate in edifici mal ventilati o all'aperto. E per inciso, non riguarda soltanto l'accesso a una tecnologia, ma la possibilità stessa di tutelare la propria salute.

il privilegio di sfuggire al caldo è legato al reddito

Il privilegio, in questo contesto, è poter sfuggire al caldo avendo una seconda casa, partire per le vacanze, lavorare da remoto da un luogo più fresco. È abitare in quartieri ricchi di verde, posti in cui è dimostrato che le temperature possono essere anche diversi gradi inferiori rispetto alle zone densamente costruite o prive di verde.

Per tutta una fascia di popolazione l'emergenza climatica è ancora percepita come un disagio temporaneo e come una questione lontana, quando invece le città stanno diventando il luogo in cui questa disuguaglianza è più visibile. Il caldo insomma segue le linee della stratificazione sociale perché i quartieri più poveri hanno spesso meno alberi, meno spazi verdi e abitazioni meno efficienti dal punto di vista energetico.

La questione - ovviamente - non è se il caldo sia un problema per tutti perché lo è. La questione è che per alcuni è una scomodità, mentre per altri è un rischio quotidiano per la salute e, nei casi più estremi, per la vita. La cooling poverty ci costringe a leggere l'estate del cambiamento climatico come un indicatore sociale e come misura della capacità pubblica di intervenire sulle disuguaglianze.