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Ripensare l'ombra come bene comune: le città devono armarsi in difesa contro il caldo

Ripensare l'ombra come bene comune: le città devono armarsi in difesa contro il caldo
(getty)
Non basta misurare il caldo, estate dopo estate: occorre capire dove cade, chi lo subisce e chi può evitarlo.
Per questo l’ombra va progettata come una vera infrastruttura pubblica.
di Eugenia Nicolosi

L’ombra va ripensata come infrastruttura pubblica perché, con il cambiamento climatico, non è più un complemento dello spazio urbano ma una condizione materiale della sua abitabilità. In poche parole, è sopravvivenza.

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Una stessa identica strada, a parità di città, esposizione e ora del giorno, può diventare un luogo attraversabile oppure respingente a seconda della presenza di alberi, portici, pensiline, tende, pergolati o qualunque dispositivo capace di interrompere la radiazione diretta del sole. Dove l’ombra manca, l’asfalto e il cemento assorbono calore, lo trattengono e lo restituiscono lentamente, trasformando marciapiedi, piazze e qualsiasi spazio all’aperto in una superficie ostile nella quale il caldo si trasforma da condizione meteorologica a questione politica.

ombra bene comune: le città non attrezzate sono città che si svuotano

Il punto chiaramente non è aggiungere qualche albero per rendere più gradevole una strada, né pensare il verde come arredo urbano, come quinta scenografica o come concessione estetica in mezzo alla pietra. Il punto è riconoscere che l’ombra (o la sua assenza) determina il modo in cui una città funziona. 

Una fermata del bus senza ombra (recentemente nella bollente Palermo ne è stata allestita una in plexiglass) oltre che immensamente scomoda è pure uno spazio di rischio per una persona anziana o fragile e sensibile al calore e al sole. Il cambiamento climatico ci obbliga a cambiare lo sguardo con il quale osserviamo le cose, all'estate e alle città, a cominciare dai punti di incontro e attesa della cittadinanza.

Oggi il mondo è più caldo, con eventi climatici estremi che nella (ex) bella stagione significano potentissime ondate di calore, non solo frequenti ma anche lunghe e intense. Allora la domanda non è più se una strada sia bella o "riqualificata" in senso estetico grazie a un filare di tigli ma se quella strada è percorribile alle tre del pomeriggio di un giorno di fine luglio. E da chi.

il caldo è diventato un tema politico e così deve essere l'ombra

Da questa prospettiva è facile capire - ma vedremo che succede - che una piazza, per quanto perfettamente pavimentata, se priva di alberi o porticati è climaticamente fallimentare. Pensare l’ombra come infrastruttura pubblica significa allora progettare l'ombra, distribuirla e mantenerla come si fa con l’acqua o con le luci, significa chiedersi dove cade durante le ore più calde, chi ne beneficia, chi ne resta escluso, quali percorsi restano scoperti, quali quartieri ne hanno di meno, quali spazi pubblici diventano inutilizzabili e soprattutto quanto ne risente l'intera città.

Sì, perché l'ombra funziona come una rete climatica: più strade, piazze e spazi pubblici vengono sottratti all’irraggiamento diretto, meno calore la città trattiene e restituisce.

Lo stesso vale fuori dalle città. Nei campi, l’assenza di ombra espone lavoratori agricoli e colture a condizioni sempre più dure, negli allevamenti, il bestiame sottoposto a calore estremo mangia meno, produce meno, si ammala più facilmente e soffre di più. Anche qui l’ombra non è un dettaglio naturale, ma una forma elementare di protezione. Per approfondire consigliamo Shade: The Promise of a Forgotten Natural Resource di Sam Bloch: costringe a spostare l’ombra dal linguaggio del piacere a quello dei diritti. In un clima che cambia deve cambiare anche il modo in cui pensiamo all’ombra.