Viviamo in un thriller: viaggi e segreti per abortire in Italia, dove "il governo nasconde la realtà"
Non viene presentata dal 2023.
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Quarantotto anni fa, con la legge 194 del 1978, l’Italia riconosceva ufficialmente il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), garantendo alle donne la possibilità di scegliere in sicurezza, gratuità e legalità. Oggi, nel 2026, quello stesso diritto continua a esistere solo sulla carta.
Non perché la legge sia cambiata, ma perché lo Stato - in particolare il Ministero della Salute - si rifiuta, nei fatti, di applicarla pienamente e di rendere trasparente la sua attuazione.
L'ultima relazione su come, quanto e dove esiste il diritto all'aborto in Italia è stata pubblicata il 5 febbraio 2024 e conteneva i dati del 2022. Per Sicilia e Sardegna i dati disponibili sono addirittura quelli del 2021.
"viaggiare (o pagare) per ottenere un diritto"
Donne che devono viaggiare per accedere all'aborto farmacologico con la RU486 perché non c'è disponibilità nei consultori, donne che devono pagare profumatamente cliniche private perché la Sanità pubblica agisce contro la legge, donne che devono correre contro il tempo, perché i consultori e ginecologi obiettori ostacolano una legittima scelta.
Quante sono non lo sappiamo: non sappiamo chi sono, dove sono, quali strutture rispettano le indicazioni del Ministero e quali no. Ecco a cosa serve la relazione annuale sull'applicazione della legge 194.
La deputata del Movimento 5 stelle Gilda Sportiello e le giornaliste Federica Pennelli (Domani) e Corinna De Cesare (thePeriod), la psicoterapeuta e fondatrice del canale IVG ho abortito e sto benissimo Federica Di Martino, la ginecologa Silvana Agatone (presidente di Laiga, Libera Associazione Italiana Ginecologi per l'Applicazione della legge 194) e Matteo Cadeddu (rappresentante di My Voice My Choice), hanno tenuto una conferenza stampa di denuncia lo scorso 5 febbraio alla Camera dei Deputati.
La Relazione annuale sull’applicazione della 194, prevista dall’articolo 16 della stessa legge e da sempre strumento fondamentale per monitorare criticità e garantire l’accesso alla IVG, non è stata ancora presentata per l’anno 2023. Dieci mesi di ritardo. Un record negativo mai registrato prima.
E, al di là dei tecnicismi, si tratta di una violazione istituzionale grave, che priva cittadine e cittadini di un’informazione pubblica essenziale per valutare se e dove il diritto all’aborto sia effettivamente garantito.
Come ha denunciato Sportiello durante l'incontro "194: i dati negati", non è solo un ritardo burocratico. È un atto politico. Perché negare i dati significa oscurare i problemi: l’obiezione di coscienza fuori controllo (che in alcune regioni supera il 90 per cento), la chiusura sistematica dei consultori, le difficoltà di accesso all’aborto farmacologico, le migrazioni interregionali che molte donne sono costrette a compiere per vedere rispettato un diritto teoricamente garantito.
L’Italia si scopre così un Paese in cui la trasparenza diventa facoltativa e in cui i numeri che dovrebbero orientare le politiche pubbliche e tutelare la salute delle donne vengono trattati come segreti di Stato.
Il risultato? Nessuna possibilità di analisi, nessuna prevenzione efficace, nessuna pianificazione e nessuna responsabilità. Dalle parole delle relatrici e relatori della conferenza appare chiaro: è difficile non leggere questa opacità come parte di un disegno più ampio, che vede la destra di governo impegnata in una lenta ma costante erosione dell’autodeterminazione femminile.
"Il governo nasconde la realtà"
Il Ministero della Salute da almeno un anno si giustifica trincerandosi dietro la complessità del sistema di raccolta dati dalle Regioni. Ma "nascondersi dietro difficoltà tecniche è ridicolo: c’è una chiara volontà politica di nascondere i dati, silenziare le tante storie e i troppi ostacoli che ancora esistono per garantire davvero il diritto all’aborto. Il ministro Schillaci rispetti la legge: l’accesso ai dati non è una sua gentile concessione, ma un nostro diritto", ha detto Gilda Sportiello.
Questo ritardo si spiega solo con una volontà politica ben precisa, che è quella di creare un ulteriore ostacolo rispetto all’accesso all’aborto nel nostro Paese. Lo vediamo nel sostegno a compagini antiabortiste, nella retorica moralizzatrice che invade gli spazi istituzionali, nell'assenza di educazione sessuale nelle scuole, nella non gratuità della contraccezione. Lo vediamo, soprattutto, nel silenzio.
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