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Vorrei lavorare, ma lui preferisce di no: la violenza economica in Italia potrebbe (e dovrebbe) diventare reato

Vorrei lavorare, ma lui preferisce di no: la violenza economica in Italia potrebbe (e dovrebbe) diventare reato
(getty)
La Commissione bicamerale contro il femminicidio ha approvato una relazione mirata a inserire il reato di violenza economica nel codice penale.
di Eugenia Nicolosi

Cosa sia la violenza economica, e perché è necessario che diventi un reato, è presto detto:  "da quando è nato il bambino, preferisce che non lavori" o ancora "viviamo nella sua casa di proprietà, dice che non c'è bisogno che io vada a lavorare" e l'evergreen, "lui ha un lavoro prestigioso e guadagna abbastanza, posso rimanere libera".

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Secondo la Banca d'Italia tre donne su dieci in questo Paese non hanno un conto corrente proprio né risorse - asset, stipendi - che possano renderle autonome nel caso vogliano lasciare la relazione o la casa coniugale. Secondo ISTAT oltre 7 milioni di persone riferiscono di aver subito violenza economica. Non esiste una quota di ricchezza sufficiente a tutelare le donne, quando questa ricchezza è solo del partner.

"viaggi, vestiti, cene fuori: non mi fa mancare niente"

Il 15 aprile 2026 la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha approvato all’unanimità una relazione che prova a colmare un vuoto enorme del nostro sguardo pubblico: riconoscere la violenza economica di genere per ciò che è, cioè una forma di dominio. Non è un problema privato ma un meccanismo di controllo che può svuotare una donna della sua libertà.

La proposta è di introdurre un reato specifico nel codice penale, accompagnata dall’idea di rendere strutturale l’educazione all’autonomia economica dalla scuola all’Università e pure nei luoghi di lavoro. Sul piano tecnico ora serve un testo legislativo che dovrà poi essere presentato in Parlamento, esaminato e votato dalle Commissioni e successivamente dall’Aula di Camera e Senato.

"dice che guadagno poco, tanto vale che resti a casa con i bambini"

La violenza economica non coincide soltanto con un marito in stile Valerio Mastandrea in C'è ancora domani, che per esempio non dà soldi o che si prende quelli guadagnati dalla partner. È molto più ampia e purtroppo per molte coppie è molto normalizzata.

È violenza economica impedire a una donna di lavorare o costringerla a lasciare il lavoro, è controllare il suo stipendio, inalberarsi se guadagna di più del partner, decidere come e quando può spendere, impedirle di aprire un conto corrente, farle firmare documenti senza spiegarle a cosa servono, accumulare debiti a suo nome, sottrarle beni, eredità o risparmi.

È violenza economica trasformare il denaro da strumento di autonomia a leva di ricatto. Frasi come "ci penso io", "non ne hai bisogno". "non sei capace", "meglio che il conto resti intestato a me" possono sembrare premurose ma oltre a essere profondamente offensive, sono soprattutto le fondamenta di una gabbia.

La forza di questo tipo insidiosissimo di violenza di genere sta infatti nella capacità di mascherarsi: a differenza di altre forme di abuso, la violenza economica si nasconde facilmente dietro ruoli tradizionali, abitudini familiari, dipendenze costruite negli anni e sistemi come il gender pay gap ("guadagni poco, tanto vale che resti a casa con i bambini").

Per questo è così difficile da riconoscere, non solo all’esterno ma anche per chi la subisce. Allora molte donne non si percepiscono come vittime, perché sono state educate a considerare normale, perfino giusto a volte, lasciare che di questioni economiche si occupi il partner, a non sapere quanto entra in casa e dover chiedere denaro per le spese personali, rinunciare a una carriera per il bene della famiglia senza avere poi alcuna tutela reale.

Ma quando una persona non ha accesso alle proprie risorse, non può pianificare il futuro, non può andarsene, spesso non può neppure immaginare una via d’uscita nel caso in cui quella relazione finisca, le stia stretta, diventi (più) violenta.

Le implicazioni della violenza economica e perché è giusto pensare al reato

Senza un reddito proprio, o senza il controllo effettivo del proprio reddito, ogni scelta diventa più difficile: separarsi, denunciare, cercare una casa, mantenere i figli, affrontare una causa legale, persino pagarsi un taxi per allontanarsi da una situazione di pericolo. C'è poi la perdita di autostima. Anni di svalutazione economica producono un messaggio devastante: non vali abbastanza.

Dalla violenza economica parte l’isolamento: chi controlla il denaro controlla spesso anche gli spostamenti, le relazioni sociali, l’accesso all’informazione, la possibilità di costruirsi una rete. E poi c’è il danno di lungo periodo: carriere interrotte, contributi mancanti, pensioni più basse, povertà futura, esclusione sociale. 

Proprio perché poco riconosciuta, la violenza economica resta in parte sommersa ma non riguarda solo le donne senza reddito: può colpire anche chi lavora, ma si vede sottrarre autonomia decisionale sul proprio denaro. Può manifestarsi nelle coppie conviventi, nei matrimoni, nelle separazioni conflittuali, perfino nella gestione dell’assegno di mantenimento o del patrimonio comune.

È diffusa in modo trasversale perché affonda le radici in una cultura che ha a lungo associato il potere economico al potere maschile e la cura, la rinuncia, la dipendenza al destino femminile.

La decisione della Commissione è importantissima in tal senso, non soltanto per il possibile approdo legislativo, ma per il cambio di linguaggio che introduce. Dare un nome a questa violenza significa renderla visibile e renderla visibile significa togliere legittimità a comportamenti che per troppo tempo sono stati liquidati come "questioni di coppia".