Il film "C'è ancora domani" di Paola Cortellesi è una potentissima testimonianza di resistenza individuale (e femminista)
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La trama di "C'è ancora domani"
Delia è una donna romana che vive in una specie di sottoscala all’interno di una corte della Roma povera, quella che nel 1946 (anno in cui ci troviamo) ancora si arrabatta e vede con fatica il futuro che l’attende, oltre i carri armati dei militari, dopo la fila per il pane con in mano la tessera.
Delia, a causa di questa situazione economicamente precaria, è costretta durante il giorno a doversi arrangiare per racimolare, in nero, qualche lira in più da portare a casa dalla sua famiglia, composta da Marcella, la severa figlia maggiore, i due incontrollabili e terribilmente scatenati fratelli più piccoli, il lamentoso patriarca e suocero Ottorino e, infine, il marito Ivano, che la picchia quotidianamente.
Arrabattandosi tra gli ostacoli interni ed esterni alle umili quattro mura in cui vive, Delia riesce però a vedere due piccole luci in fondo al tunnel: da un lato Nino, carrozziere ed ex spasimante con il quale intrattiene un rapporto di platonico e tacito affetto; dall’altro, una misteriosa lettera che sembrerebbe aprirle la strada per un futuro migliore, ma quale?
C’è ancora domani è il titolo del film d’esordio alla regia di Paola Cortellesi, storica comica e attrice che questa volta ha deciso di dirigere la trama della pellicola sia dietro la telecamera, sia interpretando la protagonista stessa. Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma per il Concorso Progressive Cinema e aver vinto ben tre premi, C’è ancora domani si è conquistato l’amore del grande pubblico guadagnando, nel solo giorno del primo novembre, un milione di euro di incassi. La forza del film, scritto insieme a Furio Andreotti e Giulia Calenda, e che non permette a nessuno di rimanere impassibile.
Il voto alle donne!
La storia di Delia, infatti, si inserisce in un periodo storico delicatissimo per l’Italia, e ancor più per le donne; il 1946, oltre a essere un anno segnato dalle tragiche conseguenze della guerra, è anche quello in cui, per la prima volta, le donne potranno presentarsi alle urne e votare per scegliere la repubblica o la monarchia come forma di governo del proprio Paese.
A quasi 80 anni dalla prima volta in cui alle donne, in Italia, è stata data la possibilità di dire la propria opinione, di non rimanere zitte e con la bocca chiusa come tanti (compreso il suocero e il marito di Delia) le vorrebbero, Paola Cortellesi fa un lavoro straordinario, offrendo nelle mani di un personaggio “normale” la carica emotiva di un momento storico fondamentale per il femminismo e per le donne.
Nello sguardo di Delia, che cambia nel corso del film, vediamo lo sguardo che le donne per la prima volta sono riuscite ad avere rispetto a sé stesse: non più di imbarazzo, disagio, di vergogna o paura, bensì di consapevolezza, forza e coraggio, di determinazione. Non è solo Delia, infatti, a essere maltrattata dal marito, ma sono tutte le donne (a prescindere dall’origine, dal lavoro che svolgono o dal denaro che possiedono) a essere vessate dagli uomini che le circondano. Tutte, tranne una; l’amica di Delia interpretata da Emanuela Fanelli che, per molti, è già erede di quel mix di tragicità e comico tipicamente romano. Lei, insieme al marito, gestisce un banco frutta: il compagno è un suo pari e anzi, il più delle volte segue le sue direttive. Un destino decisamente diverso da quello che tocca alla protagonista e che, forse, potrebbe toccare anche alla figlia.
Il rapporto madre e figlia
Marcella è infatti emotivamente presa dalle promesse di matrimonio di un giovane uomo benestante, tanto da non rendersi conto di quanto le piccole “accortezze” di lui, la sua possessività, non siano altro che un sintomo prematuro della violenza che un giorno potrebbe quasi sicuramente esplodere, la stessa che vede in casa e che ha come vittima la madre, che proprio per questo odia. Nonostante l’evidente amore che prova per la madre e che non riesce a dimostrare fino alla fine, Marcella non riesce a non odiarla per la sua remissività e per quel suo modo che ha di cercare di risolvere tutto, a scapito di sé stessa.
Il diritto è il nostro vero amore
Questo, almeno, fino a un punto cruciale della pellicola, dove Delia fugge da casa (tra un imprevisto e l’altro); la vera potenza del film sta proprio qui. Perché se durante la pellicola tanti indizi nascosti tra dialoghi e scenografie ci hanno fatto intendere che Delia sarebbe riuscita a scappare da quella relazione abusiva e che sarebbe salita sul treno insieme allo spasimante verso Milano, a sognare una vita migliore, la realtà dei fatti è ben diversa: più realistica e concreta e, per questo, distruttiva per i nostri dotti lacrimali.
La lettera ricevuta da Delia non era, infatti, uno scritto d’amore, bensì l’invito, tramite scheda elettorale, per andare a votare alle urne che ha inizialmente accartocciato e poi riesumato per poter andare, finalmente, a dire la propria. E a farlo, ci va con la camicetta nuova, si fa bella: è questo il più rinfrescante simbolo di rinascita. Al diavolo le commedie romantiche e i finali zuccherati, qui la vera storia d’amore è quella tra Delia e Marcella, ma soprattutto tra Delia e sé stessa che supera la paura, le botte, per poter lasciare finalmente la propria traccia nella storia, per poter essere ascoltata.
Gli artifici cinematografici che Paola Cortellesi utilizza immergono l'intera storia in un ambiente sospeso, quasi fantastico nonostante la crudezza della realtà che ruota intorno a Delia; il vecchio suocero dà consigli assurdi al figlio, che annuisce sommessamente nella sua triste mediocrità. Il contrasto tra ricchi e poveri diventa quasi buffo, quando a emergere sono le similitudini tra i due gruppi; la violenza fisica inflitta ferocemente a Delia diventa una strana e amara danza, e il parallelismo tra ciò che è un tocco d'amore e ciò che fa, invece, Ivano, è straziante.
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