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Aggiornato il: 5 minuti di lettura

Non servono panchine rosse ma educazione, multe e terapia: strumenti veri contro la violenza di genere

Multe per gli autori di violenza, aumento dei centri, congedi di paternità e terapia oltre che educazione sessuoaffettiva già dall'infanzia: gli strumenti reali contro la violenza di genere son tanti e, come la violenza di genere, multisettoriali.
Altro che panchine rosse
di Eugenia Nicolosi

C'è chi ancora non crede che esista una cosa chiamata “violenza di genere”. E non ci crede nonostante studi, anche finanziari, dimostrano che sia uno dei più grossi ostacoli alla crescita sociale ed economica dei Paesi. Nonostante nel 2023 sia stata uccisa una donna ogni dieci minuti, dal partner o da un ex partner. Nonostante le donne guadagnino sistematicamente meno dei colleghi parigrado, nonostante subiscano il minority stress – stress costante e quotidiano – per dover affrontare spazi pubblici in cui verranno molestate, seguite, toccate, guardate ossessivamente.

Educazione sessuo-affettiva: perché in Italia manca?

violenza di genere: perché le panchine rosse, da sole, non servono

L'educazione alla cultura svalutante, secondo cui sei “una femminuccia” se dimostri debolezza o incapacità di fare qualcosa è violenza di genere. Chi si identifica e socializza come donna subisce continuamente la mortificazione di sentirsi infantilizzata, oggettificata, interrotta, invisibilizzata, controllata, compressa nelle azioni e nei pensieri dagli uomini che la circondano: colleghi, partner, genitori, estranei e perfino figli (e figlie) che copiano i modelli che osservano (e che sono vittime di violenza assistita).

La violenza di genere si manifesta con caratteristiche diverse in ogni parte del mondo: è radicata nella cultura globale, per questo la rete di discriminazioni agita sulle donne è stabile a livello globale. E la violenza sistemica e normalizzata contro le donne appartiene anche agli organi istituzionali: le conversazioni sui corpi, sulla maternità, sul gender gap e sulla denatalità sono conversazioni che non tengono in considerazione la volontà delle donne ma dialoghi a senso unico che riducono le donne a destinatarie passive di programmi politici più dannosi, che benefici. Impedire il libero esercizio del diritto all'aborto sicuro e gratuito, come previsto dalla legge, con strategie come l'allungamento dell'iter già faticoso o con campagne antiscientifiche è violenza di genere.

Sapere che il carico mentale, fisico e logistico della cura di bambini e parenti bisognosi è quasi totalmente sulle spalle delle donne, eppure continuare a non fornire servizi alla cittadinanza e welfare è violenza di genere. Pianificare le città e i sistemi di trasporto pubblico senza tenere conto delle insidie e dei pericoli per la popolazione femminile è violenza di genere perché mantiene un clima di paura e insicurezza che costringe le donne a limitarsi negli spostamenti, sia per lavoro che per svago.

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(getty)

Insegnare alle bambine che se il compagno di classe le tira i capelli o la pizzica è perché “ha una cotta”, è insegnare alle bambine che i maschi sono violenti quando amano. Dire loro che devono essere gentili, comprensive, educate e piccole aiutanti casalinghe mentre i maschi possono gridare, manifestare rabbia, uscire e gestire il loro tempo significa insegnare loro il dovere del lavoro di cura e la sottomissione.

Minimizzare le esperienze delle donne in ambito sanitario, solo perché la Medicina non si prende il disturbo di studiare i corpi femminili – o transgender – è una pratica violenta e discriminatoria.

un problema capillare che necessita di azioni capillari

Come si esce da questo pantano, dal momento che origina dalla cultura e si manifesta e propaga in ogni ambito della vita delle persone? In Italia è evidente che le agende politiche non hanno programmi che andranno realmente a sovvertire le norme vigenti, che altrettanto evidentemente non bastano. Ed è un tema di lungo corso, non certo limitato alle prospettive del governo Meloni.

Chiedendo ad alcune attiviste del panorama nazionale, emergono molte suggestioni e visioni: gli strumenti per sradicare la cultura della violenza di genere devono essere capillari e multisettoriali, come lo è la violenza stessa.

L'attrice Antonella Questa, nei teatri (tra le altre cose) con Stai Zitta di Michela Murgia, propone l'introduzione dell'educazione sessuo-affettiva nelle scuole “è fondamentale, anche alla luce dei recenti femminicidi tra adolescenti. Concretamente poi sarebbe già un bel passo avanti se gli uomini smettessero di aver paura di rompere le loro relazioni private e professionali con altri uomini, intervenendo quando assistono ad atteggiamenti, battute o violenze sessiste da parte di altri uomini”. E poi si chiede, “Sarebbe reale decurtare lo stipendio a chi agisce sessismo in tutte le sue forme, incoraggiando la violenza di genere?”. Ma pensa anche sia una strategia di forte impatto abbracciare i suggerimenti delle donne della Corea del Sud, che hanno dato vita al movimento 4B. “In risposta agli uomini che vogliono controllarci, propongono un crollo drastico delle nascite con queste 4 iniziative: stop a matrimoni, gravidanze, appuntamenti con uomini, sesso con uomini”.

multe, terapia, educazione sessuoaffetiva: che pensano le attiviste

Ilaria Albano, la Psicologa Scortese dei social e autrice, rilancia: “Oltre all’educazione affettiva e sessuale, occorre anche lavorare sul tipo di rappresentazioni mediatiche che diamo sull’amore e sulle relazioni: per esempio la confusione tra il cosiddetto malessere con l'amore, scambiare la sofferenza o il controllo per amore”.

Ella Marciello, creative director ed esperta di DEI, ha due proposte. La prima è la “Terapia: all'inizio della pubertà i maschi si dovrebbero mandare coattivamente in terapia per riflettere sul nascere della loro maschilità. Cosa significa, quali sono i modelli, che pressioni sentono e come considerano le donne, etc. Avete basket due volte a settimana? Bravi, il terzo allenamento è la terapia: allenatevi anche a non essere abusanti e violenti”. La seconda è “una misura economica: la cessione del quinto dello stipendio o di ammontare per chi non è dipendente, al primo caso di violenza. Multe per violenza di genere, con il ricavato destinato ai centri antiviolenza. E ancora, lavori socialmente utili. In recidiva, esproprio dei beni. Non devono più avere manco un cellulare di proprietà”.

Economista e docente di economia di genere, Azzurra Rinaldi torna sul suo tema: “il congedo di paternità obbligatorio della stessa durata di quello di maternità. Diminuisce le distorsioni in entrata sul mercato del lavoro, quando avviene la selezione e le aziende preferiscono gli uomini anche perché hanno 10 giorni contro i 5 mesi delle donne per congedo ogni volta che si riproducono. Ma anche perché gli uomini, in questo modo, imparano a fare i padri sin dal giorno zero e non possono ignorare il carico di cura”.

il 70 per cento delle vittime non sa che esistono i centri antiviolenza

L'attrice Valentina Melis, anche lei a teatro con Stai Zitta, frequenta spesso i centri Antiviolenza e le Case Rifugio per il suo ruolo di testimonial di Differenza Donna: spazi che oltre il 70 per cento delle vittime di violenza maschile non conosce. “Ci rendiamo conto? Ad oggi la risorsa più importante che abbiamo per uscire dalla spirale della violenza maschile sono proprio i Centri Antiviolenza. Il lavoro sul ribaltamento della cultura patriarcale è fondamentale ma è ovviamente molto lungo, c'è urgente bisogno di salvare la vita delle donne. Servono campagne che riescano ad eliminare la minimizzazione della gravità della violenza maschile che è ciò che oggi ci impedisce di agire nettamente per il suo contrasto”. Ma c'è un ma: “deve parlare di violenza maschile contro le donne solo chi è formata e servono reali investimenti, gli stessi che si dedicherebbero a ogni questione di questo calibro, non piccole somme per far sopravvivere qualcosa”. Non solo: ovviamente occorrono “Politiche integrate che mettano insieme una rivoluzione culturale insieme a formazione e protezione, con i Centri Antiviolenza al centro di questa rete”.

È d'accordo Donata Columbro, data journalist: “per salvare vite umane urgentemente e concretamente bisogna aumentare i Centri Antiviolenza e aumentare i sostegni a quelli esistenti, aprendo le possibilità anche per le donne con disabilità o disagi psichici di entrare. Inoltre, è utile introdurre la formazione sulla violenza di natura transfobica e sulle persone con disabilità”. “E per bambini e bambine”, aggiunge la designer Giorgia Brusemini, “Sono rimasta sconvolta nello scoprire le dinamiche specifiche relative a violenze avvenute a scuola, tra teenager”.

in conclusione

Aumentare il numero di presidi territoriali, centri antiviolenza ma anche consultori, aumentare la consapevolezza del tema sin dall'infanzia per bambine e bambini, aumentare la pressione su bambini, ragazzi e uomini affinché capiscano e interrompano il circuito della violenza, sanzionare economicamente gli autori di violenza, introdurre specifici percorsi per le donne trans, con disabilità e, aggiungiamo, migranti e razzializzate. Contro il sistema radicatissimo che consente alla violenza di genere di esprimersi è necessario lavorare a tutto tondo e sin dai primi anni di vita: in famiglia e a scuola. La comunità educante, in sinergia con i centri antiviolenza, può contribuire all'abbattimento degli stereotipi da cui nasce ogni manifestazione di violenza e discriminazione. Prevenire è meglio che curare, agire alla radice quindi è l'unico modo.