Non solo gender pay gap: è il tragitto casa-lavoro che esclude le donne (soprattutto le madri)
Distanze casa-lavoro, lavoro di cura e disuguaglianze in Italia e in Europa.
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Sì: sono stati fatti molti progressi sul piano dell'uguaglianza di genere, quando si parla di lavoro. Ma oltre al gender pay gap resiste un altro fattore di disuguaglianza che è particolarmente arduo da superare perché si tratterebbe di ridisegnare le città e gli spazi urbani. In quasi tutti i Paesi del mondo, il tragitto casa-lavoro costituisce un ostacolo che aumenta esponenzialmente le difficoltà di inserimento professionale per le donne (soprattutto se sono anche madri).
Pendolarismo e lavoro: una penalità per le donne
Abbiamo già discusso di come le mappe del trasporto pubblico sono problematiche per le donne e per le altre categorie fragili. Continuiamo il topic perché il pendolarismo casa-lavoro non è un problema individuale né una conseguenza banale della vita in città. È una questione che intreccia politica, economia e discriminazioni di genere perché il modo in cui è pensato contribuisce in modo diretto al divario occupazionale e salariale tra uomini e donne, in Italia come nel resto d’Europa.
Secondo Eurostat nel 2024 il tasso di occupazione femminile nell’Unione Europea è inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quello maschile. In Italia il dato è ancora più grave: il divario supera i 18 punti, uno dei peggiori dell’UE. Ma se le disuguaglianze reali emergono guardando a carriere interrotte, part-time involontario e minori progressioni professionali, va considerato l'impatto delle distanze casa-lavoro: un ostacolo strutturale all’occupazione femminileì.
Le ricerche dimostrano che più aumenta la distanza tra casa e lavoro, più diminuisce la probabilità che una donna resti occupata, soprattutto dopo i 30 anni. In Italia, secondo dati ISTAT e studi sulla mobilità urbana, le donne tendono ad avere tragitti più brevi degli uomini e chiaramente non per scelta ma per necessità.
Quando il lavoro richiede spostamenti lunghi e rigidi, sono le donne stesse a dover ridurre l’orario di lavoro, rinunciare a opportunità (come riunioni serali, eventi di networking) o uscire del tutto dal mercato del lavoro. Questo fenomeno non riguarda solo le madri. Anche le donne senza figli subiscono l’impatto del pendolarismo perché il sistema assegna loro, implicitamente, un ruolo di gestione della vita quotidiana che va ben oltre la maternità.
Il lavoro di cura e le grandi città inaccessibili
Il nodo centrale è il lavoro di cura che continua a gravare in modo sproporzionato sulle donne. In Italia, le donne dedicano in media oltre il doppio del tempo degli uomini alle attività domestiche e di accudimento. Parliamo di: gestione della casa, cura di genitori anziani, supporto a partner e familiari, accudimento di animali domestici, organizzazione della vita familiare (la cosiddetta mental load).
Che siano madri o meno, le donne sono considerate la rete di sicurezza del welfare. Questo significa che ogni minuto passato sui mezzi pubblici o in auto è un minuto sottratto a un lavoro che la società dà per scontato ma non riconosce economicamente.
A questo va aggiunto un dato: il costo della vita delle città le rende inaccessibili e il pendolarismo è forzato. I dati confermano che il pendolarismo è una scelta indotta e non libera anche perché conseguenza diretta dell’aumento del costo della vita nelle grandi città.
In Italia, secondo ISTAT, oltre il 70 per cento dei nuovi posti di lavoro qualificati si concentra nelle aree metropolitane, mentre i costi abitativi crescono molto più rapidamente dei salari.
due ore di treno per andare (e tornare) dal lavoro
A Milano, Roma e Firenze, l’affitto medio assorbe tra il 35 per cento e il 45 per cento del reddito netto mensile, superando la soglia di sostenibilità indicata dall’OCSE. Eurostat rileva che più del 30 per cento dei lavoratori e lavoratrici vive in condizione di housing cost overburden cioè spende una quota eccessiva del reddito per l’abitazione. Il risultato è un’espulsione silenziosa dai centri urbani: si lavora in città, ma si vive sempre più lontano.
In Italia, i/le pendolari percorrono in media oltre 40 minuti a tratta, ma nelle aree metropolitane il tempo supera spesso le due ore complessive al giorno.
Questo significa che una parte crescente della popolazione trascorre anni di vita sui mezzi di trasporto, tempo sottratto al riposo, alla socialità e al lavoro di cura. Adesso è chiaro come mai per le donne il pendolarismo di lunga distanza diventa un moltiplicatore di disuguaglianza: più lontano è il lavoro, più alto è il costo personale da pagare, fino all’uscita forzata dal mercato del lavoro.
Continuare a ignorare le questioni legate al pendolarismo significa accettare un modello economico costruito su un lavoratore ideale: maschio, senza responsabilità di cura, sempre disponibile e mobile. Finché questo modello resta dominante, le politiche per l’occupazione femminile restano inefficaci. Parlare di uguaglianza di genere nel lavoro senza affrontare il tema delle distanze casa-lavoro e del carico domestico significa ignorare la realtà materiale della vita delle donne. L’uguaglianza non si misura solo nei contratti o negli slogan, ma nel tempo disponibile. E oggi, in Italia e in Europa, quel tempo continua a essere sottratto soprattutto alle donne.
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