Lavorare d’estate: strategie per restare produttivi con 40 gradi
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Quando le temperature sfiorano i 40 gradi e le città sembra sul punto di sciogliersi, lavorare è particolarmente faticoso. Fuggire al mare è l’unico desiderio, ma non tutti possono esaudirlo: chi da un ufficio silenzioso e mezzo vuoto, chi da casa, tra tapparelle abbassate e bottiglie d’acqua refrigerante, sono molte le persone che anche con il caldo torrido devono continuare a performare. Eppure, essere produttivi in questo periodo dell'anno è più difficile del solito.
Il caldo influisce sul cervello
Non è solo una questione di sensazioni, di percezioni: il caldo ha un effetto concreto sulla produttività. Uno studio della Harvard University condotto nel 2018 ha mostrato che, in giornate particolarmente afose, in assenza di aria condizionata le performance cognitive degli studenti universitari erano del 13% inferiori rispetto a quelle dei coetanei che potevano studiare in ambienti freschi. La memoria cala, la concentrazione e reattività diminuiscono, e accade nei test universitari così come davanti ad un progetto, a una presentazione, una mail importante da scrivere.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato come temperature superiori ai 35°C inizino a impattare negativamente sulle funzioni cognitive. Non si tratta quindi di pigrizia, ma di veri e propri limiti biologici: il cervello, in condizioni di caldo estremo, lavora in modalità rallentata. Ma cosa fare quindi per contrastare quel senso di stanchezza mentale e fisica che attanaglia nei mesi estivi?
Cambiare ritmo
Un’idea utile potrebbe essere quella di ripensare la giornata lavorativa. In molti Paesi caldi, la siesta non è solo una tradizione culturale: è una risposta sensata al clima. Alcune aziende ad esempio permettono ai dipendenti di iniziare a lavorare molto presto al mattino e poi riprendere nel tardo pomeriggio, saltando le ore più calde in cui si è meno produttivi. Se si ha la possibilità di cambiare ritmo di lavoro, concedersi degli orari estivi più flessibili è un’ottima strategia di partenza. Se si hanno buoni rapporti con i propri superiori si può proporre questa opzione per i mesi di luglio e agosto, per esempio, sia che si lavori da casa che in presenza. Chi invece ha la possibilità di autogestire la propria schedule quotidiana, può adottare in autonomia delle strategie.
Marta, 42 anni, lavora da freelance come grafica e da giugno a settembre cambia radicalmente la sua routine. “Mi alzo alle 6 e lavoro fino alle 11. Poi pausa lunga, magari riposo o vado a fare un tuffo nella piscina comunale della mia città per rinfrescare corpo e mente. Riprendo nel tardo pomeriggio. La sera, se necessario, sbrigo qualche piccola incombenza. Non è perfetto, ma almeno non arrivo a fine giornata fusa”. Il corpo va ascoltato. Quando i segnali di stanchezza si fanno evidenti, è inutile insistere: meglio fare pause brevi ma frequenti, possibilmente lontano dallo schermo o dal tavolo da lavoro. Cinque minuti ogni ora per alzarsi, sgranchirsi, magari fare due passi in un angolo d’ombra, aiutano più di quanto si possa immaginare.
Piccole abitudini che fanno la differenza
Lavorare in un ambiente favorevole può fare una grande differenza. Non serve trasformare la stanza in un frigorifero: l’ideale è raggiungere una temperatura intorno ai 27 gradi, per evitare sbalzi troppo forti rispetto all’esterno (in verità, anche a 28 gradi si sta più che bene). Se si può usufruire di un condizionatore, l’ideale è utilizzare semplicemente la funzione deumidificante, in modo che l’ambiente si rinfreschi senza quel terribile getto di aria gelida che irrigidisce i muscoli e congela il cervello. Quando si condivide l’ufficio o l’ambiente di lavoro con qualcuno che ha una diversa percezione termica occorre fare una grande opera di diplomazia per trovare una temperatura che sia confortevole per tutti. In mancanza dell’aria condizionata, il classico consiglio di abbassare le tapparelle, accendere un ventilatore, posizionare qualche pianta che umidifica e purifica l’aria possono sembrare banali, ma sono sempre validissimi.
Anche se sembra il classico suggerimento che va in onda sulla televisione nazionalpopolare, bere molta acqua – anche quando non si ha sete – è la regola base: la disidratazione ha un impatto diretto sulla lucidità mentale. L’EFSA (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) raccomanda circa 2 litri al giorno per un adulto, ma in estate si può salire anche a 2,5 o 3 litri, soprattutto se si sta molto davanti al computer o in ambienti particolarmente caldi. Anche l’alimentazione, poi, gioca un ruolo importante: evitare cibi troppo ricchi o pesanti aiuta a non scivolare nel classico 'abbiocco' post-pranzo. Frutta fresca, verdure crude, yogurt, insalate di cereali sono scelte che non solo rinfrescano, ma mantengono alta la soglia dell’attenzione.
La produttività non è tutto (soprattutto a luglio)
In fin dei conti, c’è anche una questione culturale di fondo: l’idea che si debba rendere al massimo sempre, anche con 40 gradi. Ma non siamo macchine. Pensare di restare concentrati e iper-performanti come in aprile o novembre è irrealistico, e spesso controproducente. L’estate, con il suo ritmo più lento, è anche un’occasione per rivedere le priorità, lasciare spazio a lavori di riflessione, progettazione, oppure semplicemente per fare meno ma farlo meglio. L’espressione “società della performance” ha imposto l’idea che valiamo solo in base a quanto produciamo, quanto rispondiamo in fretta alle mail, quanto riempiamo il calendario (non importa se si lavora con un contratto a termine, magari rinnovato ogni tre mesi, o se si prende uno stipendio che non basta a coprire l’affitto e il ventilatore acceso tutto il giorno). Ammettere di essere stanchi, spossati, umani, sembra una colpa. Ma forse con il caldo che toglie il fiato, il trucco non è correre di più. È cambiare passo.
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