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#InvestInWomen Aggiornato il: 5 minuti di lettura

Donne e lavoro: il piano di investimenti (anche) per un pianeta migliore

La Giornata internazionale della donna nel 2024 si celebra sotto al tema "Investire nelle donne: accelerare il progresso".
Per creare "economie prospere e un pianeta sano" occorre che le donne occupino sempre più posti di lavoro soprattutto in posizioni di leadership.
di Eugenia Nicolosi

Ogni anno le Nazioni Unite scelgono un tema attorno al quale celebrare la Giornata internazionale della donna: per il 2024 è stato scelto "Investire nelle donne: accelerare il progresso". Raggiungere l’uguaglianza di genere e il benessere delle donne in tutti gli aspetti della vita è ancora una questione aperta. Anzi, man mano che andiamo avanti diventa sempre più urgente anche secondo le Nazioni Unite, almeno, "se vogliamo creare economie prospere e un pianeta sano". L''8 marzo 2024, in occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, con il tema "Investire nelle donne: accelerare il progresso" l'istituzione chiede a tutte e tutti noi di prendere posizione utilizzando sui social l'hashtag #InvestInWomen.

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investimenti sulle donne per economie prospere: come?

Secondo le Nazioni Unite esistono cinque aree chiave sulle quali intervenire: investire nelle donne, perché è una questione di diritti umani: il tempo stringe. L’uguaglianza di genere è la più grande sfida in materia di diritti umani e va a vantaggio di tutte e tutti. Porre fine alla povertà: a causa della pandemia da Covid-19 e dei conflitti, dal 2020 altri 75 milioni di persone sono cadute in condizioni di povertà grave. Un’azione immediata è fondamentale per evitare che oltre 342 milioni di donne e ragazze vivano in povertà entro il 2030. Implementare finanziamenti attenti al genere: i conflitti e l’aumento dei prezzi potrebbero portare il 75 per cento dei Paesi a tagliare la spesa pubblica entro il 2025, con un impatto negativo sulle donne e sui servizi essenziali a loro dedicati. Passare a un’economia verde e a una società della cura: l’attuale sistema economico colpisce in modo sproporzionato le donne. La proposta di passare a un’economia verde e a una società della cura nasce per amplificare la voce delle donne. Infine, sostenere i promotori e le promotrici del cambiamento femminista: nonostante gli sforzi principali, le organizzazioni femministe ricevono solo lo 0,13 per cento dei fondi per le politiche di sviluppo.

Una frame dal film Hidden Figures (Il diritto di contare,  di Theodore Melfi
Una frame dal film "Hidden Figures (Il diritto di contare", di Theodore Melfi  (facebook)

I primi investimenti vanno sui diritti: sesso sicuro, aborto, informazione

Se le tendenze attuali continueranno, oltre 340 milioni di donne e ragazze – l’8 per cento della popolazione femminile mondiale – vivranno in estrema povertà entro il 2030. E già oggi la situazione non è rosea per niente: secondo i dati raccolti da 68 Paesi per il periodo 2007-2022, solo il 56 per cento delle donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni sposate o conviventi è in grado di prendere decisioni sulla propria salute e sui propri diritti sessuali e riproduttivi (esistono disparità tra le regioni, che vanno dal 37 per cento nell’Africa sub-sahariana a oltre l’80 per cento in alcuni Paesi dell’Europa, dell’America Latina e dei Caraibi). Mentre l’89 per cento delle donne può decidere di usare la contraccezione, una su quattro non ha l’autonomia necessaria per prendere decisioni in materia sanitaria o per rifiutare il sesso.

E dire che circa il 76 per cento dei 115 Paesi analizzati dispongono di leggi e regolamenti di sostegno che garantiscono un accesso pieno ed equo alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi. Significa che persistono ostacoli di natura culturale oltre che "logistica": parliamo di accesso all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva, all’informazione e all’educazione a causa anche della mancanza di leggi positive o della presenza di leggi negative, in particolare in relazione all’aborto, al vaccino contro il papilloma virus (HPV) e all’educazione sessuale

i secondi investimenti per il diritto al lavoro (che contrasta la violenza di genere)

Persiste anche il divario di genere nei ruoli di potere e di leadership e, se i progressi continuano al ritmo attuale, ci vorranno altri 286 anni per raggiungere l’uguaglianza di genere nella vita pubblica. I progressi sugli obiettivi di sviluppo sostenibile sono irrisori, infatti l’istantanea di genere 2022 presenta le prove più recenti sull’uguaglianza di genere in tutti i 17 obiettivi, evidenziando la lunga strada ancora da percorrere per raggiungere l’uguaglianza di genere. La rappresentanza delle donne nelle posizioni di potere e nei processi decisionali rimane al di sotto della parità: attualmente però sono disponibili solo il 48 per cento dei dati necessari per monitorare i progressi sull’obiettivo 5 della "agenda 2030", il che rende le donne e le ragazze di fatto (ancora) invisibili. L'obiettivo 5 mira a ottenere la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l'eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze (compresa l'abolizione dei matrimoni forzati e precoci) e l'uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione. Il rapporto delle Nazioni Unite mostra invece che il mondo non è affatto sulla buona strada per raggiungere l’uguaglianza tra uomini e donne entro il 2030, come in teoria ci eravamo prefissati di fare.

Colpa anche del COVID-19 e della reazione negativa rispetto alla salute e ai diritti sessuali e riproduttivi delle donne che infatti stanno ulteriormente diminuendo. E con essi le prospettive di uguaglianza di genere. Anche la violenza contro le donne rimane elevata; le crisi sanitarie, climatiche e umanitarie globali hanno ulteriormente aumentato i rischi di violenza, soprattutto per le donne e le ragazze più vulnerabili, e le donne si sentono più insicure rispetto a prima della pandemia. Andando avanti, i progressi sull’obiettivo di parità rimarranno irraggiungibili a meno che le barriere strutturali e culturali all’uguaglianza di genere, comprese norme, leggi e pratiche discriminatorie, non vengano affrontate e smantellate. 

Una frame dal film Hidden Figures (Il diritto di contare,  di Theodore Melfi
Una frame dal film "Hidden Figures (Il diritto di contare", di Theodore Melfi  (facebook)

Senza investimenti per potenziare i programmi di prevenzione, attuare politiche efficaci e fornire servizi di supporto per affrontare la violenza contro donne e ragazze, i Paesi non riusciranno a porre fine alla violenza di genere entro il 2030. Nonostante l’urgente necessità di rendere l’uguaglianza di genere una priorità, i dati su quanto le nazioni si stanno impegnando a contrastare e prevenire la violenza contro donne e ragazze rimangono scarsi: a soli sette anni dal 2030, solo il 15,4 per cento degli indicatori dell’Obiettivo 5 con dati sono “sulla buona strada”, il 61,5 per cento è a una distanza moderata e il 23,1 per cento è molto lontano dagli obiettivi del 2030. In molti settori i progressi sono stati troppo lenti e al ritmo attuale, ci vorranno circa 300 anni per porre fine ai matrimoni precoci (il fenomeno è presente anche in Italia). È chiaro che gli investimenti statali nella prevenzione della violenza sono più importanti che mai ma solo un quarto dei Paesi dispone di sistemi per monitorare gli stanziamenti di bilancio per l’uguaglianza di genere in generale, e i dati sui bilanci nazionali per affrontare la violenza contro le donne e le ragazze sono difficilmente disponibili. E non è chiarissimo invece come i Paesi stiano integrando la prevenzione nei diversi settori, tra cui istruzione, sanità, sviluppo economico e protezione sociale: quello che sappiamo grazie al report delle Nazioni Unite è che gli attuali investimenti globali nella prevenzione della violenza di genere non sono sufficienti.

I governi devono sbloccare i finanziamenti provenienti da diversi settori e adeguare i bilanci nazionali utilizzando un bilancio attento al genere per reperire maggiori investimenti per prevenire la violenza contro le donne.

donne di potere: ancora pochissime (sì, nonostante la premier)

A partire dal primo gennaio 2023, la quota globale di donne nei parlamenti nazionali ha raggiunto il 26,5 per cento. A livello locale, nel 2023 le donne detenevano il 35,5 per cento dei seggi nei governi locali, rispetto al 33,9 per cento del 2020. Se le tendenze attuali continuano, ci vorranno più di quattro decenni per colmare il divario di genere nella rappresentanza parlamentare nazionale e tre decenni farlo a livello locale. Le quote di genere previste dalla legge (le quote rosa) si sono dimostrate efficaci, con i Paesi che applicano le quote che vedono una rappresentanza femminile media del 30,9 per cento nelle elezioni parlamentari del 2022, rispetto al 21,2 per cento nei paesi senza quote. Le quote infatti, che piaccia oppure no, contribuiscono ad aumentare la rappresentanza delle donne nei governi locali, in media di sette punti percentuali.

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A livello globale, le donne rappresentavano quasi il 40 per cento dell’occupazione totale, ma nel 2021 ricoprivano solo il 28,2 per cento delle posizioni dirigenziali. I progressi nell’aumento della rappresentanza delle donne nel management sono stati lenti, con un aumento di solo 1,0 punto percentuale dal 2015. Ma ancora, ci vorranno più di 140 anni per raggiungere la parità di genere nelle posizioni manageriali. La rappresentanza delle donne nel management rimane al di sotto della loro quota sull’occupazione totale in tutte le regioni, con l’Africa subsahariana che ha fatto i maggiori progressi. E l'Italia? in questa legislatura – la diciannovesima dal 1948 – la percentuale di parlamentari donne è calata lievemente sia alla Camera (32,5 per cento) sia al Senato (34,5) rispetto a quella precedente. A causa dell’uso delle pluricandidature in più collegi e dei meccanismi di assegnazione dei seggi, la rappresentanza femminile in Parlamento è quindi più bassa rispetto alla soglia del 40 per cento fissata dalla legge elettorale per la presentazione delle liste dei candidati.

Per quanto riguarda le commissioni parlamentari, gli organi che svolgono l’esame iniziale dei progetti di legge, il numero più alto di donne alla presidenza si è registrato nella scorsa legislatura. Tra il 2018 e il 2022 le donne presidenti di commissione sono state infatti 6 su 14 sia alla Camera che al Senato, quasi il 50 per cento. Nell’attuale legislatura le parlamentari presidenti di commissione sono pure calate: alla Camera i presidenti di commissione sono tutti uomini, mentre al Senato le donne presidenti sono due su dieci, ovvero Giulia Bongiorno (Lega), presidente della Commissione Giustizia, e Stefania Craxi (Forza Italia), presidente della Commissione Affari esteri e Difesa.