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Aggiornato alle 4 minuti di lettura

Davvero chi fa smart working lavora poco?

Smrt work
Smrt work  (getty images)
Esiste un luogo comune secondo cui chi lavora online, soprattutto da remoto, non sia poi così impegnato. Eppure, i dati raccontano un'altra storia: la giornata dei lavoratori digitali sembra non finire mai.
di Giulia Mattioli

Da quando si è affacciato sulla scena mondiale, lo smart working, ovvero la possibilità di lavorare da remoto, è stata spesso raccontata come un’opportunità per avere maggiore flessibilità. Fin troppa, secondo alcuni: la critica che più spesso viene rivolta a chi lavora da casa (o da qualsiasi altra location che non sia un ufficio) è quella di lavorare poco, e di sfuggire a qualunque forma di controllo sulla produttività. Ma è davvero così? Spesso questa critica viene mossa da chi lo smart working lo conosce solo per sentito dire, e in generale non ha molta dimestichezza con il digitale, perché in verità sempre più ricerche dimostrano che chi lavora online non stacca letteralmente mai.

L’universo digitale e con esso tutti quegli strumenti che concedono la libertà di lavorare da qualsiasi latitudine e fuso orario, per molti si sta rivelando una trappola: eternamente connessi, i lavoratori ‘smart’ vivono una costante dilatazione dell’orario d’ufficio. La loro routine consuma con voracità energie e salute mentale. E non lo dicono i guru del new age, né tantomeno semplici lavoratori ‘stanchi’: lo suggeriscono i dati raccolti da molte ricerche, tra cui l’ultima edizione del Work Trend Index di Microsoft, pubblicata questa estate. Secondo il report che monitora le tendenze lavorative globali - incrociando dati di Microsoft 365, LinkedIn e sondaggi vari - i confini tra vita lavorativa e vita privata si sono ufficialmente sgretolati, e con essi anche l’illusione che lavorare online significhi lavorare di meno.

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La nuova normalità: un lavoro senza orari

Dall’analisi condotta da Microsoft su milioni di utenti delle sue piattaforme (Teams, Outlook, Office 365), emerge un dato lampante: la giornata lavorativa non ha più un inizio e una fine definiti. Tra i rilevamenti, spicca un elemento: il 40% dei lavoratori apre le email già dalle 6 del mattino, appena sveglio. Questo significa che l’attivazione mentale comincia subito, e che il lavoro entra a far parte della giornata ancora prima del caffè. Quasi un terzo degli impiegati poi, controlla la posta anche prima di dormire: unita al dato precedente, questa informazione dimostra chiaramente come chi lavora sul web spesso non riesca a concedersi delle pause, dei momenti di stacco. È possibile che nessuna di quelle email richieda risposte urgenti o operazioni tempestive, ma di certo questa abitudine implica un’estensione del proprio ‘dovere’ che va ben oltre l’orario di lavoro canonico. A questo si aggiunge un altro elemento: le riunioni dopo le ore 20 sono in aumento (16% in un anno). Insomma, la ‘flessibilità’ dello smart working si è trasformata, in molti casi, in una disponibilità continua, 7 giorni su 7.

Un altro fattore da considerare è che, gestito in questo modo, il lavoro diventa non solo infinito, ma poco efficace. L’iper-comunicazione (chat, email, messaggi scritti e vocali, telefonate, call) interrompe continuamente il flusso di attività: secondo il report di Microsoft il lavoratore digitale medio riceve ogni giorno 117 mail, 153 messaggi e, di media, un’interruzione ogni 2 minuti, tra notifiche, riunioni e comunicazioni improvvise. Questa frammentazione, oltre a ridurre la produttività, mina la capacità di concentrazione profonda, necessaria per svolgere compiti complessi: la sensazione generale è quella di essere sempre occupati, ma mai davvero efficaci.

Non sorprende dunque che il 50% dei dipendenti e dei manager descriva il proprio lavoro come ‘caotico e frammentato’, mentre l’80% dichiari di non avere abbastanza tempo o energia per portare a termine bene le proprie attività. Questi dati non rispecchiano solo chi lavora in smart, ma in generale tutti coloro che lavorano nel mondo digitale attraverso la tecnologia.

Tecnologia: da strumento a trappola

In teoria, dovremmo essere nell’epoca della massima efficienza: abbiamo strumenti per automatizzare, velocizzare, ottimizzare. Eppure viene da chiedersi: tra le centinaia di email e messaggi ricevuti ogni giorno, quanti sono davvero necessari? La realtà è che iper-comunichiamo, spesso senza motivo. È comune per esempio inviare email mettendo in copia persone che non sono realmente coinvolte nella conversazione. Si aprono chat o si mandano messaggi (inclusi lunghi vocali) per dire cose che possono aspettare. Il risultato è un sovraccarico comunicativo che non semplifica, ma complica. Paradossalmente, più strumenti abbiamo, più li usiamo male: si confonde la connessione con la collaborazione, la reattività con la produttività.

Questa iper-comunicazione è anche un segnale di insicurezza organizzativa: si scrive per tutelarsi (“lo metto per iscritto così non mi possono dire niente se qualcosa cambia in un secondo momento”), si coinvolgono troppe persone per avere un feedback, un secondo o un terzo parere (insomma per non sbagliare da soli), si pianifica tutto in call, sovrapponendo informazioni e approcci, invece di fidarsi delle competenze di ognuno. La tecnologia diventa così un moltiplicatore di rumore, anziché un facilitatore di chiarezza e focus.

Lavorare da casa
Lavorare da casa  (getty images)

Un aspetto che emerge con forza leggendo i commenti ai post social e agli articoli che riportano i dati dell’Index di Microsoft, è il divario culturale tra chi conosce il lavoro digitale e chi no. Molti utenti si dicono increduli: “Ma chi riceve tutte queste email?”, “Impossibile avere così tante riunioni”, “Chi lavora da casa ha comunque più tempo libero”. Sono osservazioni che non solo minimizzano il carico mentale di chi lavora nel digitale, ma rivelano anche una scarsa comprensione del funzionamento reale di queste professioni che, a conti fatti, sono tutt’altro che ‘leggere’.

Il mito del ‘lavoro facile’ e il diritto alla disconnessione

Sicuramente non si può fare il confronto con i mestieri che implicano fatica fisica, o con chi fa turni in settori ad alto rischio, ma chi lavora da remoto, con strumenti digitali, non vive una giornata più facile o più ‘light’ di tante altre figure professionali. Anzi, spesso è più caotica e mentalmente estenuante. Lontani da ambienti produttivi visibili (come l’officina, il negozio, l’ufficio tradizionale), i lavoratori digitali sono percepiti come meno impegnati, ma la loro invisibilità non equivale all’inattività, anzi. Questi dati sfatano il mito secondo cui chi lavora online, specialmente se da remoto, fa meno. 

Naturalmente è giusto anche osservare come l’incapacità di staccare a volte provenga da una gestione individuale del tempo e degli strumenti tecnologici. Ma l’iper-connessione non è sempre una scelta personale: molte aziende hanno incoraggiato lo smart working senza modificare la loro cultura del lavoro. Riunioni continue, email anche di sera, messaggi nei weekend, concetto di reperibilità spacciato come valore. Essere sempre connessi è visto come un segno di dedizione, ma questa logica, oltre ad essere umanamente insostenibile, è anche controproducente sul piano economico. Dipendenti stanchi, disorientati e in burnout non lavorano meglio, e le aziende che ignorano questo fatto pagano il prezzo in termini di produttività, retention e innovazione. 

Alcuni Paesi, come la Francia e la Spagna, hanno già introdotto normative specifiche sul diritto alla disconnessione. Altri, come l’Italia, lo prevedono solo in forma contrattuale, spesso lasciandolo alla libera negoziazione tra le parti. Ma in un contesto in cui il lavoro è sempre più flessibile e sfumato, questo diritto dovrebbe essere universale, esigibile e tutelato, esattamente come la pausa pranzo o il riposo settimanale. Il vero lavoro ‘smart’ non è quello senza orari, ma quello che rispetta i tempi umani.