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Upskilling e reskilling: perché le donne devono puntare sulle competenze tech (e cosa le frena)

Upskilling e reskilling: perché le donne devono puntare sulle competenze tech (e cosa le frena)
La trasformazione digitale sta riscrivendo le regole del lavoro, ma il potenziale femminile nel tech resta in gran parte inespresso. Da un lato ci sono opportunità di crescita e reinvenzione professionale, dall’altro barriere culturali e strutturali ancora difficili da superare.
di Giulia Mattioli

Il mercato del lavoro sta cambiando a un ritmo senza precedenti, spinto da automazione, intelligenza artificiale e digitalizzazione diffusa. Non si tratta più di una trasformazione graduale o teorica, ma di una vera e propria riconfigurazione delle competenze richieste: secondo il World Economic Forum, milioni di lavoratori e lavoratrici dovranno cambiare occupazione nei prossimi anni proprio a causa dell’automazione, e in particolare circa 160 milioni di donne saranno potenzialmente coinvolte in transizioni professionali entro il 2030.

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In questo scenario però la questione non è solo quali lavori spariranno e quali nasceranno, ma soprattutto chi riuscirà ad accedere ai nuovi lavori, perché mentre la domanda di competenze tecnologiche cresce rapidamente, la presenza femminile nel settore resta ancora bassa. In Europa le donne rappresentano appena il 19% della forza lavoro tech, e a livello globale circa il 28% nel STEM e solo il 22% nell’intelligenza artificiale.

Questa distanza non riguarda solo l’ingresso nelle carriere tecnologiche, ma anche ciò che accade dopo, nelle transizioni professionali. La carenza di talenti nel tech è ormai strutturale, e la sottorappresentazione femminile rappresenta un bacino enorme ancora poco valorizzato. In questo contesto sempre più spesso si fa riferimento a due termini che indicano strumenti concreti di cambiamento e inclusione: upskilling e reskilling.

Upskilling e reskilling: perché contano per le donne nel tech

Nel dibattito sul futuro del lavoro, si menzionano di frequente upskilling e reskilling, ma spesso senza chiarire davvero cosa significhino e soprattutto quanto siano centrali per le traiettorie professionali femminili.

L’upskilling è il processo di aggiornamento delle competenze dentro lo stesso ambito lavorativo: si resta nel proprio settore, ma si imparano strumenti nuovi, quasi sempre legati al digitale. Il reskilling, invece, è un passaggio più radicale e profondo: significa cambiare direzione e acquisire competenze completamente nuove per entrare in un settore diverso, spesso proprio quello tecnologico. Questi due percorsi oggi sono fondamentali, perché la tecnologia non sta solo creando nuovi lavori, ma sta trasformando quelli esistenti. E questo rende la formazione continua non più un’opzione, ma una condizione necessaria per restare nel mercato del lavoro.

Per le donne, però, upskilling e reskilling assumono un significato ancora più rilevante. Un recente paper della Cornell University mostra infatti un punto spesso sottovalutato: il potenziale femminile nel tech non si esaurisce nelle nuove generazioni, ma riguarda anche molte donne già attive nel mondo del lavoro. Molte professioniste, infatti, sviluppano un interesse per la tecnologia non all’inizio della carriera, ma più avanti, proprio mentre lavorano.

In molti casi, questo interesse nasce quando si entra in contatto con percorsi di formazione o aggiornamento, e quando le donne si trovano in questi percorsi e ricevono supporto - da colleghi, manager o mentor - la probabilità di considerare seriamente una carriera nel tech aumenta in modo significativo. In altre parole, il reskilling oltre ad essere una risposta a un cambiamento imposto dal mercato, può diventare anche un vero e proprio innesco di nuove possibilità professionali. Questo porta a una conclusione importante: il problema non è la mancanza di interesse delle donne verso la tecnologia, uno stereotipo ormai superato, ma la difficoltà nel trasformare quell’interesse in un percorso reale e accessibile.

Barriere e opportunità

Se il potenziale è così evidente, perché non si traduce in una maggiore presenza femminile nel tech? Le barriere sono molte e si muovono su livelli diversi. A livello individuale e psicologico, il paper sopra citato evidenzia elementi come self-doubt, insicurezza e sindrome dell’impostore, che influenzano il modo in cui molte donne percepiscono le proprie competenze tecniche. A livello culturale, invece, resistono ancora stereotipi di genere e una scarsità di modelli di riferimento, che rendono più difficile immaginarsi in ruoli tecnologici.

A tutto questo si aggiungono altri fattori molto concreti: il peso del lavoro di cura, che limita il tempo disponibile per la formazione, le difficoltà di accesso a percorsi flessibili e i costi spesso elevati dei programmi di riqualificazione. Anche quando le donne entrano nel settore, non è raro che incontrino ostacoli nella crescita professionale, come testimonia la presenza femminile ancora limitata nei ruoli di leadership.

Eppure, proprio in questo quadro complesso si apre uno spazio importante: il World Economic Forum sottolinea infatti che investire nella riqualificazione delle donne non è solo una questione di equità, ma anche un fattore chiave di crescita economica e competitività. La ricerca accademica suggerisce inoltre che da parte delle professioniste esiste un interesse 'latente' verso il tech, che può essere attivato attraverso programmi di formazione più accessibili, politiche inclusive e reti di supporto. In questo senso, upskilling e reskilling non sono semplicemente strumenti per adattarsi al cambiamento, ma diventano leve decisive per rendere il settore tecnologico più aperto e inclusivo.