5 atti di micro-ribellione per sopravvivere al sessismo sul lavoro
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Nell’arco di una carriera tutte le donne si confrontano con forme più o meno sottili di sessismo. A volte si manifesta in gesti apparentemente innocui, come un collega che suggerisce come svolgere un compito già conosciuto, un cliente che lancia un complimento nel mezzo di una contrattazione o si pone con una sorta di 'galanteria' totalmente fuori luogo (vedi alla voce sessismo benevolo). Altre volte è più subdolo, radicato nelle abitudini quotidiane: la dottoressa a cui i pazienti si rivolgono con un “signorina”, la collega a cui viene chiesto di portare il caffè in riunione, come se fosse scontato. E poi c’è il sessismo esplicito, quello che impedisce alle donne di ottenere lo spazio che meritano, delle continue interruzioni, quello che ignora le idee femminili o le sminuisce; e naturalmente quello che impedisce loro di avanzare o di guadagnare potere decisionale a parità di competenze con i colleghi uomini. Sono tutti atteggiamenti che spingono le lavoratrici a restare un passo indietro, e a ridurre lo spazio che dovrebbero occupare. Ed è per questo che servono piccoli gesti di ribellione quotidiana: atti di micro-femminismo discreti ma ostinati, capaci di dare voce senza clamore alle componenti femminili dell'ufficio (o del cantiere, dello studio, dell'attività commerciale, etc). Sono gesti che non richiedono di entrare in conflitto, o di generare battaglie, ma che permettono un po' alla volta di conquistare il rispetto meritato: parlare per prime senza lasciarsi interrompere, correggere chi sbaglia il titolo professionale, dire ‘no’ senza sensi di colpa, smettere di fare il lavoro invisibile, sostenere le colleghe. Ecco cinque atti di micro-ribellione da fare propri.
Prendi parola
C’è sempre qualcuno che apre la riunione con sicurezza, anche quando non è previsto. Un gesto apparentemente minimo, ma capace di impostare il tono della conversazione e di definire le priorità dei temi da affrontare.
Per educazione, prudenza o timore di sembrare invadenti, molte donne aspettano. Ma spesso quell’attesa si trasforma in invisibilità. E il proprio turno non arriva mai. Parlare significa affermare la propria presenza, contribuire al confronto, partecipare attivamente alle conversazioni quotidiane, non solo nelle riunioni. È dire: “faccio parte della discussione”, prima che la discussione vada avanti senza di noi. Ben venga, dunque, intervenire per prime, nel rispetto di ruoli, competenze e gerarchie (se ci sono); oppure, quando non è possibile, farlo nel momento in cui si sente di avere qualcosa da aggiungere, senza aspettare che qualcun altro conceda il via libera.
E quando arriva l’interruzione - perché arriverà - basta riprendere con calma e fermezza: “Un attimo, finisco il mio pensiero.” Non si tratta di imporsi, ma di non scomparire. Ogni volta che una voce femminile viene ascoltata fino in fondo, si allarga lo spazio per tutte, e si costruisce pian piano la consuetudine dell’ascolto reciproco.
Chiamati (e chiama) con il titolo giusto
Sono diplomate, laureate, specializzate, hanno anni di esperienza alle spalle: eppure molte persone - clienti, colleghi, collaboratori - continuano a chiamare “signorina” le professioniste, o “la ragazza dell’amministrazione”, anche quando parlano della responsabile del team. Non è solo questione di vocabolario, ma di riconoscimento: usare il titolo corretto, e possibilmente declinarlo al femminile, significa affermare la propria competenza. Come fare? Si corregge, con calma (“Preferisco dottoressa, grazie”), per mettere a posto non solo la grammatica, ma anche dare valore al contesto e se necessario alla gerarchia. Vale anche al contrario: chiamare le colleghe con i loro titoli, presentarle come professioniste, è un gesto di sorellanza discreto ma potente. Il linguaggio non è neutro, è la prima infrastruttura del rispetto.
Non fare cose da segretaria (se non è il tuo ruolo)
Chi organizza la torta del compleanno, prepara la sala riunioni, ordina i fiori quando nasce un bambino: in molti ambienti di lavoro questi compiti ‘di cura’ finiscono per essere svolti dalle donne, anche quando non sono nella job description. Non è cattiveria, è abitudine (sì, è patriarcato). Ma gestire la parte di lavoro invisibile dell’ufficio - o di qualsiasi altro ambiente professionale - sottrae tempo alle proprie mansioni reali, quelle per le quali si è pagate. Ribellarsi significa, a volte, non offrirsi volontarie; altre volte significa dire “Questa volta ci pensa qualcun altro, io ho una deadline.” È un modo gentile di ricordare che l’efficienza organizzativa non è un talento naturale femminile, ma una skill che tutti possono sviluppare.
Dì ‘no’
Dire 'no' può generare sensi di colpa, e allora molto spesso lo ammorbidiamo: “Non so se riesco, ma forse…”, “Vediamo…”, “Magari domani.” Ma negarsi è un diritto fondamentale, e anche un modo per farsi rispettare, ed è fondamentale se si vogliono stabilire dei confini sani. “Non posso occuparmene adesso, ho già altre priorità”: detto così, senza sforzo e senza scuse, è una piccola scossa nel sistema, e ribadisce che la disponibilità non è infinita, che collaborare non significa servire. Il vero potere del ‘no’ non è respingere, ma ridefinire il tempo: il proprio, quello degli altri, quello del lavoro.
Sostieni le altre donne
Spesso il tema solidarietà femminile viene liquidato con poche frasi fatte e cliché. Ma in ambienti ancora molto maschili, può davvero sembrare che lo spazio sia poco, e che per salire qualcuna debba scendere. La vera rivoluzione consiste nell’espandere questo spazio, significa dire, per esempio, “L’idea di Laura era ottima, riprendiamola”, quando un collega se ne è appropriato, significa riconoscere, nominare e difendere il lavoro delle colleghe. Ci sono anche piccoli gesti pratici che si possono compiere a nome di tutte le donne: chiedere cestini nei bagni, luce decente negli spogliatoi, spazi per chi allatta, ha il ciclo o è in menopausa, lanciando segnali di esistenza e ricordando a chi progetta gli ambienti professionali che anche i corpi femminili hanno delle esigenze. Infine, quando ci sono uomini e donne, dire “buongiorno a tutti e tutte” ricorda che il maschile sovraesteso è una forma di pigrizia linguistica e fa scomparire le donne. E se la maggioranza delle persone presenti è femminile, si può cambiare direttamente la formula d’apertura: “Buongiorno a tutte”, anche se c'è un uomo (non è un vostro problema se si sentirà a disagio) è una frase che può ribaltare il centro di gravità.
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