Sessismo sul lavoro, come comportarsi quando sembra ‘benevolo’
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“Per essere una donna sei davvero brava a fare i calcoli!”. “Per fortuna ci sei tu a tenerci tutti in riga, ci serve una mamma”. “Ho usato un termine volgare, mi scusino le signore presenti”. Queste frasi piuttosto comuni che tante donne nella vita si sono sentite rivolgere da un uomo in contesti professionali suonano innocue e inoffensive. C’è persino chi le prenderebbe come dei complimenti. Eppure, sono emblematiche di un modo di pensare che tanto innocuo non è, perché rientra a pieno titolo nella sfera del sessismo, ovvero quell’atteggiamento, quella tendenza culturale che discrimina in base al sesso nutrendosi di pregiudizi. Il sessismo non si esprime infatti solo nelle sue manifestazioni più ostili, ovvero quelle esplicite, violente, moleste, misogine. Esiste anche un tipo di sessismo che viene definito benevolo, perché cela dietro apparente gentilezza e premura la convinzione che, tutto sommato, le donne si possano tratteggiare attraverso dei cliché che le relegano ai loro ruoli 'tradizionali'. Questo tipo di sessismo, piuttosto subdolo e ben mimetizzato nelle conversazioni quotidiane, si manifesta di frequente negli ambienti lavorativi, laddove la parità di genere non è ancora stata raggiunta, tra pay gap e soffitti di cristallo ancora non infranti.
Cos’è il sessismo benevolo
Nel 1997 Peter Glick e Susan Fiske realizzarono uno studio sul sessismo definendolo ostile quando manifestato attraverso una serie di atteggiamenti “negativi su ogni dimensione, come il paternalismo dominante, le credenze denigratorie, l’ostilità eterosessuale”, e indicandolo come benevolo quando composto da un insieme di atteggiamenti apparentemente “positivi” che però incasellano le donne nei “ruoli tradizionali”, come il paternalismo protettivo, l’idealizzazione della donna, il riferimento alle relazioni intime. “Entrambe le forme di sessismo servono a giustificare e mantenere il patriarcato e i ruoli di genere tradizionali”, sostengono i due luminari nel campo della psicologia e delle scienze sociali applicate allo studio degli stereotipi di genere.
Per trovare qualche esempio pratico di sessismo benevolo, pensiamo a tutte quelle volte in cui una donna riceve complimenti perché sa fare bene qualcosa che nella visione stereotipata della società viene considerata 'maschile'. Come ad esempio occuparsi di programmazione, guidare veicoli, fare calcoli. Oppure, possiamo riferirci a quelle volte in cui vengono elogiati aspetti della personalità tradizionalmente associate al femminile come la sensibilità, la capacità di cura, la predisposizione a tenere in ordine (“prendi nota tu della riunione che sei così precisa e ordinata?”), o persino a servire (in una stanza piena di uomini e con una sola donna presente, quante probabilità ci sono che sarà lei a preparare il caffè?). Rientrano nel sessismo benevolo anche alcune forme di mansplaining, per esempio quando, rimanendo in ambiente di lavoro, un uomo pensa di fare un favore alla collega spiegandole un task, anche se hanno entrambi la stessa esperienza nel settore. O ancora, l’apostrofare una lavoratrice sottolineandone peculiarità caratteriali anziché limitarsi a commentarne le performance professionali. Infine (ma l'elenco non è esaustivo), è sessismo benevolo scusarsi di aver utilizzato un linguaggio scurrile di fronte ad una donna, come se il “gentil sesso”, altro termine tremendamente sessista, non fosse in grado di sopportare la volgarità a causa del suo animo troppo sensibile. Insomma, il sessismo benevolo è quello che fa pensare che le donne vadano protette oppure elogiate come delle scimmiette ammaestrate, mentre vengono ignorate le loro reali inclinazioni, talenti e competenze.
Che conseguenze ha dal punto di vista professionale
Il sessismo in generale, riscontrano numerosi studi, è altamente inefficiente sul luogo di lavoro. Come sottolinea un documento redatto dall’European Institute for Gender Equality, “può impedire alle lavoratrici di avere successo incanalandole verso ruoli sbagliati”. Questo orientamento ideologico infatti “taglia fuori le donne da posizioni dirigenziali e le indirizza verso ruoli che richiedono stereotipate ‘abilità femminili’. Si tratta di uno spreco di risorse umane”. Inoltre, sottolinea il report, quando gli atteggiamenti sessisti sono normalizzati influiscono fortemente sul benessere delle lavoratrici e sulla loro efficienza.
Anche chi non è consapevole della natura sessista di certi atteggiamenti ne subisce le conseguenze: gli stereotipi di genere che perpetrano hanno infatti un impatto su come le donne si percepiscono, influiscono sul modo in cui si auto-valutano e di conseguenza limitano la loro ambizione. Diversi sondaggi rilevano infatti che molte tendono a non candidarsi per certi ruoli o certe posizioni perché pensano siano necessarie alcune ‘peculiarità maschili’. Nel libro Invisibili di Caroline Criado Perez, viene raccontato un aneddoto emblematico: un’azienda di design pubblicò un annuncio di lavoro in cui era richiesta ‘aggressività e competitività’, ottenendo solo il 5% di candidature femminili. Quando modificò l’inserzione richiedendo ‘entusiasmo e capacità di innovazione’ le candidature di donne balzarono al 40%.
“Il sessismo benevolo è un’arma a doppio taglio”, si legge in uno studio dell’University of Essex. “Usa gli elogi per mantenere la disparità di genere”, ma di fronte a questi complimenti le donne anziché sentirsi lusingate e motivate finiscono per sentirsi “Meno efficaci, capaci e competenti”. In questo studio si è addirittura riscontrato che di fronte ad un feedback che contiene un ‘complimento’ di natura sessista le donne hanno la stessa reazione fisica che avrebbero di fronte ad una minaccia esplicita (alterazione del battito cardiaco e immediato distacco mentale dal compito che stavano svolgendo).
Come comportarsi
Ma come dovrebbe comportarsi una donna di fronte al sessismo benevolo? Un esperimento condotto dall’Università di Toronto ha rilevato che i comportamenti ambigui che lo caratterizzano rendono difficile contrastarlo. Sono state analizzate le reazioni di alcune professioniste ad un ‘incidente’, un episodio la cui natura sessista è stata messa in scena una volta in maniera esplicita, e in un'altra occasione in modo più subdolo. Mentre di fronte ad atteggiamenti palesemente discriminatori le lavoratrici hanno dichiarato che avrebbero preso dei provvedimenti, magari parlando con i superiori o chiedendo a consulenti esterni consigli su come comportarsi, quando si è trattato della condotta ambigua si sono ritrovate a dubitare di loro stesse. “Sono io o è discriminazione?”, si sono chieste le intervistate, dichiarando che in quel caso avrebbero preferito non parlarne con nessuno e magari modificare il loro atteggiamento, per esempio adottando un tono più formale e distaccato con la persona con cui era accaduto l’incidente. “La nostra indagine rileva come le donne fatichino ad interpretare e a rispondere agli episodi di natura sessista ma ambigua”, preferendo chiudersi in loro stesse piuttosto che sollevando la problematica (e rischiando di passare per le ‘femministe guastafeste’). Ma in questo modo il cambiamento necessario a raggiungere la parità di genere continua a non verificarsi.
Sian Beilock, scienziata e ricercatrice, nonché presidente del Barnard College, istituto superiore specificatamente dedicato all’empowerment e alla formazione delle giovani donne, sostiene sulle pagine di Forbes che le cose da fare di fronte al sessismo benevolo sono tre. Innanzitutto, “Darsi il permesso di offendersi: essere oggetto di sessismo e ‘complimenti’ svilenti sul luogo di lavoro non è divertente. Sentirsi arrabbiate, ferite, frustrate è normale e questi sentimenti non vanno né ignorati né repressi”. Poi, sostiene la scienziata, è necessario dare un nome al sessismo benevolo, e farlo a voce alta: “Spiegate cosa vi disturba di quel commento e come rinforzi certi stereotipi di genere”. “Cercate di mantenere un tono calmo e professionale”, suggerisce Beilock, “ma mettete in chiaro che certi commenti o battute non sono appropriate né apprezzate”. Non occorre farlo nell’immediatezza, a volte serve del tempo per riflettere su ciò che è accaduto e per organizzare i propri pensieri; si può tranquillamente avere questa conversazione con il diretto interessato anche qualche ora dopo (evitiamo di farlo di fronte a tante persone, al massimo con un gruppo ristretto di colleghi, consiglia l’esperta). Infine, replichiamo al sessismo benevolo anche quando lo sentiamo riferito ad un'altra persona, ribadendo le sue capacità lavorative e neutralizzando il ‘complimento’ sessista. Per esempio, se ad una collega viene detto che è “Brava ad organizzare il team, perché ha delle doti da mamma”, si può intervenire dicendo “Non trovo rilevante che sia mamma o no, certamente è stata un’eccellente team leader quando lo scorso anno ha raggiunto l’obbiettivo X”.
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