Viviamo in "modalità urgenza" come se nella vita qualcuno ci inseguisse (ma il modo per uscirne esiste)
Esistono molti modi per uscirne
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La modalità urgenza è quello stato mentale in cui il corpo si comporta come se ogni cosa fosse un’emergenza, anche quando non lo è. Non c’è un pericolo reale e nemmeno c'è una scadenza vitale, insomma non c’è nessuna sirena che suona: eppure ci muoviamo, lavoriamo, rispondiamo, mangiamo, guidiamo e perfino riposiamo come se fossimo costantemente in ritardo su qualcosa.
ci comportiamo come fossimo dei computer
A teorizzarla, o meglio a definirla in questi termini, è stata la psicoterapeuta Erica Schwartzberg che la descrive come un "ronzio interno": una voce che spinge a fare tutto più in fretta, a fare di più, a restare sempre occupati e occupate, anche solo mentalmente. È la sensazione di dover accelerare anche quando potremmo rallentare, di dover "produrre" anche quando nessuno ce lo sta chiedendo. Il risultato è che il nostro sistema nervoso rimane sempre acceso, come un computer in funzione da anni (e anni, e anni, e anni).
Secondo Schwartzberg, la modalità urgenza nasce quando corpo e mente imparano che il riposo è pericoloso e che la produttività è, invece, sicura e perfino premiata. Può succedere in famiglia, a scuola, sul lavoro, dentro relazioni molto esigenti o banalmente per effetto di una cultura che da anni ci ripete lo stesso comandamento: performare. E performare ogni giorno.
Il problema è che questa abitudine, all’inizio quasi invisibile, finisce per intrecciarsi con la personalità. Non diciamo più "sono sotto pressione" ma spieghiamo "sono così", senza immaginare che la condizione di allarme nella quale viviamo non sia funzionale né spontanea.
Il culto della fretta e quello della performance
La modalità urgenza è figlia di un’educazione molto precisa. A molte persone è stato insegnato che stare immobili equivale a perdere tempo e che il tempo libero, così, non deve essere mai davvero libero: deve essere in qualche modo utile, anche il weekend o le ferie. La parte assurda è che la frase che ci portiamo addosso è "prima fai tutto, poi ti riposi" ma il riposo non viene mai. E il tutto, misteriosamente, non finisce mai.
C’è sempre una mail, una lavatrice, un messaggio, una commissione, una scadenza, una persona da non deludere, una versione migliore di noi da inseguire e mostrare. Il capitalismo, va detto, su questa cosa ha costruito un discreto business. Temporaneo (nessuno fa più figli), ma pur sempre business
Dal punto di vista fisiologico, vivere in modalità urgenza significa abituare il sistema nervoso a uno stato di attivazione continua. Il sistema simpatico, quello che interviene nelle risposte di lotta, fuga, blocco o sottomissione, resta in sostanza sempre "acceso" mentre il corpo si calibra su un livello alto di tensione e, dopo un po’, smette persino di riconoscerlo come stress perché diventa la norma.
È per questo che molte persone non si accorgono di essere esauste finché non crollano. Dormire male, tenere la mascella perennemente contratta, rispondere male, sentirsi sempre indietro, non riuscire a godersi una pausa, trasformare anche le cose piacevoli in compiti che cosa è se non sovraccarico?
La modalità urgenza ha mille "giustificazioni": può nascere da ansia, perfezionismo, pressione lavorativa, bisogno di controllo, paura di perdere occasioni o di non essere abbastanza, ma il risultato è quasi sempre che si vive con la sensazione che rallentare sia impossibile. Quando si vive in questo modo si esce di casa già in apnea, nel bisogno di fare due cose insieme anche quando non serve. Tipo mangiare e intanto lavorare. O tipo guardare un film mentre si controlla il telefono. E diciamo che sono i primi segnali di uno stato di agitazione tossica.
Uscire dalla modalità urgenza mandando messaggi al cervello
Per la psicoterapeuta Schwartzberg, il primo passo è cogliersi sul fatto. Accorgersi della velocità e della tensione che distinguono le scelte piccole e grandi e il modo con cui facciamo (o non facciamo) le cose. Si può iniziare da una cosa minuscola: digitare più lentamente o anche abbottonare il cappotto senza farlo come se stessimo scappando da un incendio. Rallentare il corpo serve a mandare un messaggio al sistema nervoso: non c’è nessuna emergenza.
Funziona anche fare una cosa alla volta, il che sembra banale, ma per chi vive in modalità urgenza è quasi un atto sovversivo. Lavare i piatti e basta. Camminare e basta. Bere il caffè e basta. Pranzare senza intanto rispondere a una mail. Capire che rallentare non significa mollare
Uscire dalla modalità urgenza significa imparare a distinguere l’urgenza vera da quella interiorizzata. Significa capire che non tutto merita la stessa reazione e che una mail non è un allarme antincendio, cioè smettere di vivere tutto come se fosse una prova di resistenza e rivendicando il diritto di non essere sempre "accese".
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