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SINGLETASKING Aggiornato alle 3 minuti di lettura

Vivere (e sopravvivere) nell'era della "Cultura dell'Urgenza"

Una scena di Il diavolo veste Prada
Una scena di "Il diavolo veste Prada"  (instagram)
Sei quello che produci, sei i tuoi impegni: la cultura dell'urgenza è quella convinzione - ormai diffusissima - che ci porterà al burnout.
di Eugenia Nicolosi

Che cos'è la cultura dell'urgenza e come abbiamo fatto a imparare a viverci dentro? O forse è meglio chiedersi come fare ad abbandonarla. Non dipende dalla digitalizzazione, ma la digitalizzazione ha accelerato il processo: a un certo punto si è verificato un cambiamento sociale rispetto all'idea di "produttività". Siamo quello che produciamo, rifiutiamo il riposo e la lentezza e come civiltà (occidentale) arriviamo perfino a inventare impegni che non abbiamo. Questo fenomeno è comunemente noto come "cultura dell'urgenza": l'idea secondo cui gli obiettivi da raggiungere mescolano il piano personale con quellio professionale, il che ci rende disponibili 24 su 24, sette giorni su sette.

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la cultura dell'urgenza: produrre, produrre, produrre

La cultura dell'urgenza non dipende esclusivamente dall'esistenza degli smartphone - o dei primi telefoni cellulari - né dall'avanzata tecnologica ma ne è contagiata. Essere costantemente in contatto potenziale con le altre persone ci spinge - anche a livello inconscio - a confrontarci con l'immagine delle vite che queste persone vogliono condividere, il che a sua volta ci spinge a produrre, produrre, produrre per ottenere quel riconoscimento, quel denaro, quell'oggetto. Ma se una radice c'è è da ricercare nel sistema economico. Proprio per non prenderlo a esempio, occorre dare spazio a Elon Musk e ai suoi consigli di leadership: una volta ha twittato che "Nessuno ha mai cambiato il mondo lavorando 40 ore a settimana", provocando reazioni dicotomiche: da uina parte persone che sono inorridite davanti a questa richiesta di iperlavoro, iperdispomibilità e iper produttività come risposta ai dipendenti che volevano una pausa. Dall'altra parte c'erano persone che hanno applaudito. La questione si spiega grazie a un editoriale scritto nel 2022 su Impact Organizations of Nova Scotia dalla scrittrice e ricercatrice Lydia Phillip.

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Per la prima volta è lei a descrivere la cultura dell'urgenza come "la cultura del trambusto non consapevole, uno stato di urgenza applicato alla nostra quotidianità". Intendendo dire che siamo costantemente in movimento, sentendoci sempre indietro e in uno stato di perenne sopraffazione (lo spiega lei, qualche riga dopo).

La cultura dell’urgenza "serve e protegge"

La cultura dell'urgenza serve e protegge il capitalismo (negli Stati Uniti "to serve and protect" è il claim delle forze dell'ordine). Ancora la teorica Phillip osserva che questo tipo di cultura diffusa affonda le sue radici nella disumanizzazione e nello sfruttamento delle persone a scopo di lucro. Quindi nel capitalismo. Ci è stato insegnato che dobbiamo giustificare la nostra esistenza con la produzione, che siamo apprezzate solo se produciamo e abbiamo imparato a riempire il nostro tempo con il lavoro per ottenere riconoscimenti precisi. La cultura dell'urgenza spesso si manifesta nello spazio dell'impatto ed è solo un sintomo del capitalismo (e della cultura della supremazia bianca, aggiunge).  La cultura dell’urgenza si basa sull’idea sbagliata che la frenesia equivalga alla produttività: questa mentalità spesso porta al burnout, soffoca la creatività e compromette le capacità decisionali. Inoltre, la fretta incessante mina la nostra capacità di identificare e stabilire le priorità, lasciandoci in un costante stato di reazione improvvisa piuttosto che di azione ponderata.

Ma perchè ne parliamo? Ad aprile 2024 è uscito un articolo del National Geographic in cui sono stati messi in luce gli effetti dannosi della cultura dell'urgenza. Dal ritmo incessante con ci riceviamo le mail fino alla pressione costante nel rispondere a messaggi e chiamate. Siamo subissate di stimoli che interrompono quelli che una volta erano i ritmi naturali e che finiscono per erodere la lucidià. L'articolo evidenzia come questa cultura dell'urgenza non solo sia insostenibile ma anche dannosa per la nostra salute fisica e mentale.

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(getty)

come si manifesta la cultura dell'urgenza nel quotidiano

Stando a Lydia Phillip ci sono dei campanelli d'allarme e nel suo editoriale riporta alcuni dei modi in cui l'urgenza può manifestarsi. La cultura dell’urgenza favorisce le priorità di pochi eliminando il tempo per il lavoro relazionale e la valutazione dei bisogni per concentrarsi invece su attività che forniscono risultati misurabili ma che potrebbero non essere nel migliore interesse di chi le svolge. La "promessa della prossima volta". A quanto pare parliamo il linguaggio dell’urgenza. Accettiamo la produzione, la quantità piuttosto che la qualità, che viene sempre rimandata a una prossima volta che non arriva mai. E vale per il nostro tempo e per le nostre necessità. 

Se tutto va a fuoco, niente va a fuoco. Nel film Pixar Gli Incredibili (2004) c'è una scena in cui il cattivo dice: “Quando tutti saranno super eroi nessuno lo sarà”. Se rendiamo tutto super (urgente), allora niente lo sarà e l'urgenza stessa perde presto il suo significato dal momento che abbiamo imparato a convivere con il costante stato di allerta.

La questione dell'essere multitasking: per alcune persone funziona bene quando si sentono sotto pressione, la capacità di essere multitasking  prospera in un ambiente frenetico. Quindi nella cultura dell’urgenza. E questo sistema privilegia notevolmente le persone capaci di fare le umane e divine cose (il capitalismo è un sistema abilista, individualista e gerarchico che basa il successo sull’abilità). Il fatto che siamo etichettate come “performanti” oppure no è dovuto solo al valore percepito del nostro lavoro. Ma con aspettative di produzione irrealistiche, il capitalismo non rende facile la vita - e la performatività - alle persone con disabilità, anziane, persone con malattie croniche o neurodivergenti. Per non parlare delle basi: le città, gli uffici e gli spazi di istruzione e svago non sono accessibili a persone con mobilità ridotta. 

ed ecco perché abbiamo tutte l'ansia

È facile intuire come tutto ciò contribuisca all’ansia, all’irritabilità, allo stress e al burnout. Col tempo lo schema è stato normalizzato e lavoriamo sempre, domenica compresa, arrivando al punto di non ritorno rispetto allì'infelicità. Smettere si può (?).